I cambiamenti legati alla pandemia di Covid-19 hanno richiesto degli adeguamenti? Quali?
C’è stato un tempo — e sì, anche qui tocca partire con quella formula che ormai uso come pensiero erotico drizzacazzo al bisogno, “in quel tempo”, oppure “c’è stato un tempo”, che poi è sempre lo stesso, quello di quel libro fantasy seconda stagione, quello che mentre lo vivi non capisci bene e dopo ti accorgi che ti ha riscritto delle parti — in cui il mondo si è fermato, o almeno così dicevano, e io invece ho scoperto con una chiarezza quasi imbarazzante che per me, personalmente, non solo non si era fermato, ma si era messo finalmente a funzionare.
Nel verso giusto, però.
Please, please, please let me get what I want, Lord knows it would be the first time!
E lo so che già questa cosa mi rende un oggetto non identificato per una quantità considerevole di persone, perché la narrazione ufficiale che quasi tanti di voi facevano era dolore, costrizione, trauma collettivo.
Io invece lì dentro ci stavo bene, ma bene davvero, con una serenità che non avevo mai sperimentato prima, e senza nemmeno il contrappeso tragico della malattia perché il Covid, per quanto mi riguarda, non è mai arrivato — o è arrivato così piano, così educato, che nemmeno si è presentato e dire che frequentavo carceri, gentaglia, strada in quei giorni prima quando tutti scoprirono che ci stava un lazzaretto chiamato Spallanzani e io minacciavo la gente dicendogli “Allo Spallanzani! Allo Spallanzani di corsa!” come un Massimo D’Apporto qualunque — e io nel frattempo facevo tamponi come un diligente cittadino e appena possibile mi vaccinavo fidandomi della scienza, senza fare il fenomeno, senza rompere il cazzo ai no-vax finché restavano nel perimetro della loro libertà individuale, perché il problema non era il vaccino, era quando diventavano fascisti, e lì, storicamente, il vaccino è un altro e non si somministra per via intramuscolare. Intracranica, magari, con molecola Hazet36.
Ma al netto di queste deviazioni, il punto è che per me è stato tutto drammaticamente positivo, e questa è una frase che detta così sembra una provocazione e invece è proprio una constatazione erotica, perché improvvisamente è sparita — puff — una quantità enorme di rotture di coglioni altrui, di interazioni inutili, di presenza obbligata, e al loro posto si è aperto uno spazio pulito, gestibile, quasi da luxury room con escort pagata.
E dentro quello spazio io mi sono costruito una routine che, a riguardarla adesso, aveva qualcosa di cinematografico — ma proprio senza ironia — ricalcata molto pedissequamente su 28 Days Later, che è uno di quei film che ami senza sapere bene perché e poi capisci che ti stava preparando a qualcosa.
E quindi la mattina presto, prestissimo, colazione, bacio a moglie e figlio, e poi vestizione rituale che era già metà dell’esperienza: non la FFP2, no, troppo poco, che cazzo vi sembro tipo da FFP2 io?! No! Direttamente maschera antigas da verniciatore, quella seria, da pesticida assassino, giacca da pesticidi che non entrava mai in casa — mai, perché credo portasse addosso più agenti patogeni del Covid — stivali da pescivendolo o da neve, e via, a piedi, sempre a piedi, con quel pass temporaneo che era un’opera di fantasia taroccate ogni giorno più che un documento, sempre assolutamente taroccato, ripeto, quel tanto che basta per sentirmi dentro una storia bella e clandestina.
E uscivo una volta al giorno, ma dentro quella volta ci infilavo tutto, liste multiple, commissioni concatenate, una specie di spedizione da cacciatore-raccoglitore urbano, attraversando il paese — quel paese con il nome che finisce in “-azzo” — camminando deliberatamente in mezzo alla strada e non sui marciapiedi, che lì sono più pericolosi della carreggiata, trappole architettoniche per chiunque non sia perfettamente funzionante, e io invece in mezzo, largo, finalmente senza macchine, senza gente, con un silenzio che non era assenza ma presenza piena, una cosa quasi fisica.
E pur potendo fare dieci servizietti – ok da noi si chiamano così le commissioni non fate i maiali! – organizzavo il tutto per avere sempre una scusa per uscire il giorno dopo.
Mi muovevo tra la parafarmacia più lontana, quella ben fornita per l’infanzia, e il supermercato dall’altra parte del mondo — cioè della città, ma in quel momento sembrava il mondo — facevo file ordinate come se fossero coreografie, salutavo con educazione gli addetti alla sicurezza, trattavo male, ma proprio malissimo, gli altri esseri umani senza nemmeno troppo nasconderlo, così, per tenermi allenato all’idea che no, non ne saremmo usciti migliori, e infatti.
E poi rientro, rituale inverso, sterilizzazione delle buste come materiale radioattivo – espertissimo grazie al pornoshow “Apocalittici – NatGeo” e una volta dentro casa, dopo diecimila passi e passa, iniziava la seconda parte, quella che oggi chiamerei produttiva ma allora era semplicemente naturale: scrivere.
E lì ho scritto due cose che ancora oggi considero tra le migliori che mi siano uscite prima del romanzo — “Il mondo non si è fermato mai un momento” e “Non dire falsa testimonianza” — due belle storie in forma di racconto finite poi dentro “Futuro anteriore” e “Pandemonium”, che già i titoli raccontano il clima meglio di qualsiasi analisi. La prima cazzotti nello stomaco per qualsiasi lettore padre avesse una figlia, la seconda enorme scherzo splatter sui temi delle fake news, ma nel 1300. Nel paese in azzo dove vivo, finalmente celebrato in un’opera splatter assieme alla santa patrona e alla sua festa del paese (vado a fare un giro cit.)
Poi mangiare, giocare con mio figlio che stava iniziando a camminare — e questa cosa da sola basterebbe a giustificare tutto — e godermi quei silenzi fuori, quei silenzi veri, pieni, che ancora adesso se ci penso mi attraversano in maniera quasi indecente, una roba che non saprei spiegare senza sembrare esagerato, ma era proprio godimento fisico, puro.
Silenzio: mi si rizzava il pisello, giuro!
E nel pomeriggio, come se fossi diventato improvvisamente massimamente disciplinato, un’ora di plank con un’app dedicata, posture da vichingo bulgaro, cioè quella roba lì che fai e mentre la fai ti chiedi perché ma poi ti accorgi che ti serve perché tipo perdi 160 etti che è misura più incoraggiante, e intanto seguivo gli editti settimanali come se fossero episodi di una serie, con quell’attenzione un po’ morbosa che si riserva alle cose che decidono della tua vita senza chiederti il permesso. Ma non sono stato mai una ragazzina di Conte.
E la parte migliore — o forse la più rivelatrice — è che in tutto questo io, in silenzio, senza dirlo a mia moglie perché temevo una reazione contraria per puro spirito di opposizione, ogni notte pregavo. E pregavo nella mente per non farmi sentire che magari, poi, lei, se la prendeva a male e mi metteva dei dippicciemme sull’intimità per ripicca.
Io però pregavo.
Pregavo davvero.
Pregavo che continuasse.
Che si allungasse.
Che arrivasse Natale e sotto l’albero, invece dei regali, ci fosse un nuovo dippicciemme firmato Antonio Conte, un altro giro, un altro mese, un altro pezzo di tempo in cui il mondo restava a distanza e io potevo continuare così, dentro questa bolla funzionale, ordinata, silenziosa.
Dentro il film apocalittico molto McCarthy.
Dentro quella storia in cui ripetevo che “Se non era la parola di Dio, il ragazzo, allora Dio non aveva mai parlato!” che è il rigo più bello per parlare di tuo figlio che hai se sei padre. E se non sapete di che libro è citazione avete letto tanto, ma male.
E comunque, la verità — che detta così suona male ma è difficile girarci intorno — è che era bellissimo non dover avere a che fare, in presenza, con grandissima parte del resto della razza umana. Tipo voi che qui siete per fortuna mia e vostra a distanza di sicurezza.
