Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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MI SI CHIEDE SE SONO UN PATRIOTA.

E già la domanda è una specie di dito nel culo identitario: non è per sapere, è per verificare se stringi abbastanza forte. Spoiler, non sei dall urologo, intendevo la bandiera tra i denti mentre ti fotografano.

No.

Non sono un patriota.

E lo dico così, senza lubrificante retorico, senza vaselina tricolore.
E già vedo la faccia di quello che si irrigidisce come se avessi appena detto che sputo sull’inno mentre lui lo canta con la mano sul petto e l’altra sul telecomando.

Non sono un patriota perché credo poco anche nel resto della Trinità parallela: Dio, Famiglia, Patria.
Il pacchetto promozionale dell’identità italica.
Tre dogmi al prezzo di uno.

Dio: con me silenzio cosmico. Mai una telefonata, mai una spunta blu.
Famiglia: qui la faccenda è più sporca.

Nella mia famiglia ci credo.
Nella mia nucleare che sembra una riunione condominiale con affetto e pure amore e qualche volta pure un po di intimità. Sì sono sposato da quasi dieci anni e non ho mai tradito mia moglie.
In quella allargata dove ci si ama e ci si manda affanculo nello stesso pomeriggio ci credo pure.
Sedie nemmeno metaforiche dietro ai reni pure a Natale e alle feste comandate, recriminazioni vintage riesumate tipo cadaveri del ’92, ma poi restiamo lì. Perché c’è un filo che non è ideologico, è organico. Il sangue, è abitudine, è memoria condivisa, è cura e sicurezza, pure quando ti sei sfasciato reciprocamente la testa sullo stipite della porta, per dire.

Quella famiglia sì.

Ma la FAMIGLIA come istituzione sventolata tipo santino da processione, quella no.

Perché non posso credere nella Famiglia quando la usano come manganello morale contro onanisti, sodomiti, frequentatrici dell’isola di Lesbo, angeli senza ali ma con tette e pisellone, gente che si ama storto, di traverso, in diagonale, fuori manuale.

Non posso credere alla purezza proclamata da chi ha tre separazioni, due divorzi e un compagno che va in TV a raccontare con sorriso zen la pedagogia del threesome aziendale, triangoli che non c’entrano con Pitagora ma con labbra, piedi, e altre porzioni anatomiche coperte solo dal buon gusto dell’editing. E stava pure similsposato con Lei.

Non puoi fare la morale sessuale con le mutande ancora calde di contraddizione.

La famiglia non è un altare.
Se la usi per escludere, diventa una dogana con i centrini e il crocifisso.

E allora la Patria?

La Patria è la Famiglia ma in versione XXL, con più retorica e meno carezze. E XXL non è sempre fantastico, se non sei un pornodivo. Perchè ti ci senti dentro largo, scomodo, profondamente ansioso e inadeguato.

La Patria pretende devozione.
Non affetto: devozione.

Io non riesco.

Non perché odi il posto dove sono nato.
Non perché sogni invasioni.
Ma perché non riesco a trasformare un pezzo di terra in un’entità erotico-sacrale a cui offrire il culo della mia coscienza.

Io in una cosa credo davvero.

Il Risiko.

Sì, il Risiko è la mia religione laica e bastarda.

L’unico modo decente di fare la guerra: dadi, plastica, nessun bambino che muore, nessun bambino mutilato per terra senza anestesia e disinfettato con l aceto mentre qualcuno dall’altra parte fa il patriota con l’aperitivo in mano.

Nel Risiko non hai patria.
Hai posizione momentanea.

Oggi sei Europa e ti senti potente.
Domani sei una Kamchatka sfigata con due carri armati e l’ansia.
Dopodomani sei Sud America che spera di non essere penetrato da Nord e da Africa nello stesso turno – si chiama Saladino, perché è tipo inpalanenti ma con due pali e non il singolo che dal culo ti esce dalla bocca – momento splatter eh?!

Tutto è magnifico perché è provvisorio.
Perché la mappa è un accordo temporaneo tra adulti che sanno che è un gioco.

Nel mondo reale invece prendiamo quelle linee, le rendiamo sacre, le infiliamo dentro la carne delle persone come un fist-fucking geopolitico non richiesto, e ci indigniamo pure se qualcuno mentre glielo facciamo urla.

I confini col filo spinato.
I blocchi navali.
La gente che crepa bussando.
E noi a discutere di identità come se fosse un culo da difendere, non una responsabilità da allargare.

La storia è un porno violento di migrazioni.

La gente si è sempre spostata.
Sempre.

E ogni volta che qualcuno ha detto “da qui non si passa”, è finita male.
Attila non ha chiesto il permesso.
Le invasioni barbariche non hanno compilato moduli online.
Chi si credeva eterno dietro un muro ha scoperto che il muro è solo una pausa prima dello schianto.

Io non sono un patriota.

Sono uno che abita un posto, lo ama a pezzi alterni, lo critica, lo sopporta.
Sono uno che non riesce a pensare che la dignità finisca dove finisce l’asfalto nazionale.

E sì, questo è isterico.
Sporco.
Scomodo.

Ma il patriottismo mi sembra spesso una gang-bang retorica un poco sadomaso e pure senza parola sicura: tutti addosso alla stessa idea, calzini bianchi di spugna, slogan sudati, e tu lì che ti chiedi cosa ci fai in mezzo, a scansare schizzi di retorica mentre aspetti il tuo turno per gridare “Patria!” senza sapere bene cosa stai penetrando o cosa ti sta penetrando.

E la notte ci ripensi.

Sedici, venti, ventotto minuti di fist-fucking emozionale non richiesto: identità infilata dentro a forza, appartenenza spinta fino al gomito, e tu che non sai nemmeno se l’hai scelto o se ti ci hanno spinto per abitudine.

Io non sono un patriota.

Io lancio dadi.

E se questo mi rende discutibile, bene.

Meglio discutibile che devoto e deflorato per inerzia.

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7 risposte

  1. Avatar gattapazza

    Menomale per un attimo ero rimasta senza fiato, poi ho letto l’articolo e ho ripreso i colori.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Daaaaaai!

      1. Avatar gattapazza

        No, ora respiro!

  2. Avatar Sandro Battisti

    Essere patrioti è l’anticamera del fascismo; avere a cuore una bandiera è l’antipasto del patriottismo. Essere incasellati in regole falsamente fondanti di un’identità regolata da dogmi è sinonimo di conservatorismo – anche aderire al tifo per una squadra, per uno sportivo, per chiunque segua una narrazione che esalta il clan è manifestazione di fascismo quantomeno latente, spesso sottovalutato o non ravvisato.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Io non sono stato a mio agio nemmeno nelle sette comuniste più strette

  3. Avatar dimaco

    Io non vorrei condividere spazi, sanità, cultura, istituzioni, fisco, strade, monumenti, prati, osterie, squadre di calcio, aria con questa gran quantità di teste di cazzo che ci sono in questa sedicente nazione. Non vorrei e lo faccio mio malgrado.
    Io proporrei quindi anche qui la soluzione di “due popoli, due stati”. Sarebbe un po’ più complicata, perché il territorio è uno, ma io sarei per uno sdoppiamento con scelte definitive non intersecabili e irreversibili.
    Mi organizzo e lo proporrò alle prossime politiche. Anzi no, col cazzo. Che se ne vadano affanculo.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Ti capisco molto, ma mi sa che non si può, PURTROPPO

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