Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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C’è stato un periodo della mia vita — come capita a tutti, più o meno — in cui avevo una ragazza che non amavo abbastanza da volerci passare il tempo, ma lei mi amava così abbastanza da vietarmi di lasciarla. Una di quelle persone che quando provi a uscire dalla porta si attaccano allo stipite con le unghie e ti dicono “no, caro, adesso restiamo qui finché uno dei due non muore”. E quindi io, da persona adulta e responsabile, avevo adottato l’unica strategia razionale possibile: riempirla di corna da mattina a sera – qualcuno ricorderà per altri c’è il link.
Era anche il periodo in cui noi amici eravamo diventati una specie di famiglia allargata di degenerati organizzati che gestiva un circolo ARCI — o forse ACLI, non lo sa nessuno e fiscalmente è meglio così — che per comodità amministrativa avevamo trasformato in discoteca abusiva con giardino. Un posto che di giorno era un casolare in campagna e di notte diventava un bivacco di chierichetti comunisti con la canna. Per far funzionare quel piccolo paradiso socialista avevamo bisogno di rifornimenti: casse di birra, luci, fili elettrici, casse audio, bricolage, attrezzi, roba da campeggio, cose per montare palchi improbabili.

E quindi il pomeriggio noi, con la scusa di fare spese per il bene della collettività, giravamo per i centri commerciali e le piastre commerciali dell’urbe metropolitano di Bari come una banda di scimmie con il portafoglio.

Io avevo sviluppato due passioni molto maschili.

La prima era il bricolage aggressivo, quello da reparti tipo Bricocasa, Leroy Merlin, quei posti dove l’odore di silicone e ferro fa venire ai maschi la stessa espressione che fanno i cani davanti alla macelleria.
La seconda era il campeggio.
E quindi vivevo questa doppia vita: da una parte il trapano, dall’altra la tenda igloo Quechua due secondi, quella che la lanci per aria e fa tutto da sola come un campo base in Antartide, ma senza gli husky congelati e senza il bue e l’asinello a fare Betlemme.

Quel giorno entrai da Bricocasa per comprare due cazzate e uscii con un trapano Bosch in offerta con valigetta di cento punte. Ora: ogni maschio che compra una cosa del genere è convinto di aver appena acquistato una ventina di centimetri di virilità supplementare. Apri la valigetta e dentro ci sono cento punte diverse, alcune sottili, alcune grosse, alcune con forme che sembrano strumenti da tortura medievale. E tu le guardi e pensi: questi sono cento nuovi cazzi. Non vedi l’ora di tornare a casa a provarli tutti. Ovviamente non con la fidanzata ufficiale — quella stava lì attaccata al polpaccio come un mollusco — ma con qualsiasi altra creatura femminile che il destino avrebbe fatto transitare nella mia notte.

Già che ero lì comprai altre cose utili.

Mazzuole, cucchiaie, minuteria da uomo adulto che sa aggiustare il mondo. Poi passo davanti al reparto chiavi inglesi e mi cade l’occhio sulle misure. Massimo: 28. Io a casa avevo una 36. Quindi chiedo al commesso. “Scusi, ma la 36?”. E quello mi dice che non le tengono. E io nella testa penso: col cazzo. Quelle le hanno vietate dopo la morte di Ramelli, è evidente. Le 36 sono diventate oggetti da museo politico, tipo le foto della nonna morta. Infatti la mia me l’aveva regalata uno più grande, uno di quella generazione che aveva smesso di usarle e le teneva in casa come foto della nonna morta che si chiamava Autonomia di nome e Operaia di cognome.
Io la conservo per due motivi: memoria storica e mindfulness. Ma questo è un gancio che serve a dire che altrove staremo parlando di chiavi inglesi nelle mie foto profilo di FB e destra italiana.

Comunque, con tutti gli acquisti — meno la chiave inglese seria, perché sotto il trenta è roba da microfallici — arrivo alle casse e trovo una fila apoplettica. Una coda da pronto soccorso durante l’epidemia di colera del 77.
Allora mi ricordo che mi manca ancora una cosa. Cioè non mi manca davvero ma può essere utile. Soprattutto al qui ed ora, non in termini di mindfulness ma in termini di fila.

Torno indietro e prendo un oggetto magnificamente in svendita a sette euro e cinquanta. Una mazza da demolizione da dodici chili. Una cosa che se la metti in spalla sembri Gesù Cristo mentre sale il Golgota, ma con più voglia di distruggere muri portanti. Torno verso le casse e comincio a camminare saltando la fila come se fossi su un tapis roulant umano. Il mio amico, la sua ragazza e la mia — quella che non si faceva lasciare e aveva in testa un pacco di corna da NatGeo — mi guardano sconvolti.

“Stai saltando la fila.”

Io li guardo, rido come un pazzo, alzo la mazza da demolizione sulle spalle e dico:
“Ma figurati se si offendono. Non vedi che sono felici? Guarda questo: sorride.”

GIURO.

Avevo dodici chili di strumento apocalittico sulla schiena e lo maneggiavo con troppa naturalezza. Tutti la presero come una battuta. Nessuno disse niente. Io saltai sette persone e arrivai alla cassa senza che nessuno obiettasse.

La gente è sorprendentemente educata quando hai un attrezzo da demolizione sulle spalle.

Cinque minuti dopo, galvanizzato da quella prova sociologica sul comportamento umano, entrammo da Decathlon. Il mio amico mi prese sotto braccio con l’aria della contessa Filibelli de Bonsang nella megaditta di Fantozzi e disse:
“Per favore. Possiamo comportarci come in società?”
Io dissi di sì.
Tranquillizzai tutti.

Giurai solennemente che non avrei fatto niente. MI dissi mortificato. La pacca sulla spalla mi fece immediatamente capire che ero stato creduto e perdonato. Eccellente.

All’inizio, però, non feci niente.

Solo che non sapevo che dentro Decathlon esiste il reparto maneggio.

E lì dentro vendono cose che il diavolo quando le ha viste ha preso appunti. Nervi di bue. Scudisci. Speroni. E soprattutto quei frustini meravigliosi con la forma della manina morta, fatti di cuoio grezzo, con una flessibilità che sembra progettata da un ingegnere di Sex and Submission – dove mentre due ti scopano, uno rinsalda le viti con un trapano elettrico perchè, divertiamoci in sicurezza (se non ci credete cercate “Sexually Broken” c’è ampia bibliografia). Alcuni frustini avevano pure il manico fucsia, un fucsia ambiguo, il colore delle decisioni sbagliate.

All’inizio lo presi solo per curiosità. Lo giuro.

Poi lo toccai bene.

E lì successe la cosa. Una specie di esperienza mistica. Mindfulness pura. Qui e ora. Se non era lì e ora, allora quando?

Nascondo il frustino dietro la schiena. Raggiungo il mio amico e le due ragazze. Lui mi mostra una felpa. “Oh questa è bella, Adidas originale, 15 euro…”
Io mi avvicino sorridendo.

E poi non lo so cosa è successo.

So solo che i quindici minuti successivi li passai a inseguirlo per tutto il Decathlon, urlando in falsetto “Puttana!” “Troia!” “Monella!” mentre gli scudisciavo il culo con il frustino. C’è da dire che il tipo è sempre stato atletico, culo invidiabilissimo da maschio, ma con l’attitudine a subire bullismo educata in anni di frequentazioni. Per cui, era il repertorio eccellente nel reparto eccellente. E infatti faceva quello che doveva fare: correva rosso in faccia, urlando “Questo è pazzo!” oppure “Ma sei scemo?!” e rideva come un idiota perché, diciamoci la verità, se vi succede una cosa del genere all’inizio non riuscite a smettere di ridere.

Ci vollero quindici minuti e diversi dipendenti che ci osservavano da lontano, mantenendo prudentemente la distanza di sicurezza dal raggio del frustino, prima che qualcuno trovasse il coraggio di dirci: “Guardate che vi dovremo far allontanare se continuate. Qualche genitore si è lamentato.”

Non me l’avevano mai detto neanche alle medie: che mi avrebbero allontanato.

Il gioco finì lì.
Alle casse non diedi spettacolo.
Il mio amico mi stava distante, si toccava il culo, mi guardava male e bestemmiava ma tra i denti, perché io stavo andando a pagare il frustino. E fuori da lì avrei potuto farci quello che volevo.

Di quello che successe mesi più tardi, per colpa di quel frustino, a un posto di blocco della polizia e anni dopo a un addio al celibato, parleremo un’altra volta. Perché certe storie, come le chiavi inglesi da 36, hanno bisogno del loro tempo per essere usate bene.

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8 risposte

  1. Avatar Marco Delrio

    Scrivi davvero bene. Leggo volentieri ogni tuo post.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Grazie davvero di cuore.

  2. Avatar La Manu

    Io credo che i tuoi amici siano davvero (s)fortunati ad averti come amico 😉 e viceversa che fustino batte unicorno 10 a 0

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Avresti dovuto esserci!

      1. Avatar La Manu

        Eh magari.. ma ero in bagno a fare pipì

      2. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Pure tu però!

  3. Avatar luisa zambrotta

    Una narrazione fluida e godibilissima; mi è sembrato di essere lì con te mentre combinavi questi guai

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Divertentissimi, credimi

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