La prima cosa che si dice sempre dei panda è che non hanno voglia.
Non che siano un ramo evolutivo antichissimo sopravvissuto per puro caso biologico.
Non che abbiano un apparato digestivo da carnivoro ostinatamente impegnato a mangiare solo bambù, cioè la scelta alimentare meno efficiente concepibile per un animale di quelle dimensioni.
E non che proprio quella scelta vegetariana — nell’era MAGA occidentale, dove l’erbivoro è guardato con sospetto ideologico — abbia attirato una diffidenza quasi caricaturale verso la specie, al punto che perfino i programmi di cooperazione e studio siano stati politicamente osteggiati durante l’amministrazione di Donald Trump, come se anche l’accoppiamento di un orso potesse diventare una questione di posizionamento culturale.
No.
I panda non hanno voglia di scopare.
Ed è diventato un problema scientifico.
In Cina, da anni, gruppi di ricercatori studiano il motivo per cui i panda rischiano l’estinzione non tanto perché qualcuno li cacci o distrugga il loro habitat — cosa che pure abbiamo fatto con grande impegno — ma perché sembrano aver perso interesse nel concetto stesso di accoppiamento.
Non impotenza.
Non sterilità.
Disinteresse.
I panda vengono sistemati in vere e proprie garçonnière. Stanze progettate per l’intimità: luce controllata, temperatura perfetta, giacigli morbidi, bambù fresco sempre disponibile, giochi pensati per un orso grande, pigro e leggermente pirlacchione. Non sex toys — nessuno è arrivato a tanto — ma oggetti stimolanti, arricchimento ambientale, comfort da boutique hotel.
Luxury room.
Solo che i panda non sanno che dietro il vetro specchiato — quello da interrogatorio, quello da acquario umano — si alternano decine di scienziati. Turni. Appunti. Telecamere. Monitor. Una specie di Grande Fratello porno zoologico senza consenso firmato e senza alcuna certezza che quelle immagini non possano finire, un giorno, piratate da qualche parte nell’internet sbagliato.
E però niente.
I panda mangiano.
Dormono.
Si rotolano.
Ignorano il partner.
Gli scienziati hanno provato tutto. Suoni di cetacei in amore, perché l’idea era che certe frequenze potessero stimolare comportamenti affiliativi. Niente. Hanno diffuso feromoni. Hanno mostrato video di altri panda che si accoppiavano, una sorta di pornografia educativa interspecifica. Non è nemmeno chiaro se li guardassero. L’impressione generale è che fissassero nel vuoto con quella dignità opaca di chi aspetta solo che finisca la proiezione.
A un certo punto si è provato anche con pornografia importata. In Cina non esiste una vera industria porno strutturata e quella statunitense genera diffidenza culturale; quindi, con una certa ironia geopolitica, si è ricorsi a materiale giapponese. Solo che il porno giapponese censura tutto con pixel e blur.
Risultato: i panda hanno mostrato segni evidenti di ansia.
Disagio.
Evitamento.
Ma non accoppiamento.
Fuori da quelle stanze perfette, lentamente, nasce un pensiero scomodo: forse esistono specie che chiedono l’estinzione senza saperlo formulare. Non attraverso la morte, ma attraverso una castità ostinata. Una rinuncia biologica.
Perché, bisogna dirlo, noi umani abbiamo fatto davvero di tutto. Habitat protetti. Nutrizione controllata. Assistenza veterinaria. Stimolazione sensoriale. Privacy simulata. Persino arredamento emotivo.
Abbiamo costruito l’equivalente evolutivo di una suite romantica.
E loro niente.
Il panda resta lì, seduto, a sgranocchiare bambù come un impiegato in burnout permanente. Non aggressivo. Non depresso. Solo… disinteressato. Come se la pressione stessa della sopravvivenza della specie fosse diventata un rumore di fondo troppo umano per riguardarlo.
Forse il panda non è stupido. Forse è coerente. Un orso evolutivamente progettato per un mondo che non esiste più, parcheggiato in una vita senza rischio, senza competizione, senza tensione.
Una specie mantenuta in vita per decisione altrui.
E allora la domanda diventa indecente: fino a che punto è conservazione, e da quando diventa accanimento?
Perché a un certo punto sembra quasi che il panda stia dicendo qualcosa che noi rifiutiamo di ascoltare. Non con aggressività, non con ribellione. Con indifferenza.
No grazie.
Thomas R. Halvorsen è un etologo statunitense e giornalista scientifico. Nato nel Midwest, si è formato tra biologia comportamentale e studi evolutivi, con un dottorato conseguito presso un’università pubblica della East Coast e periodi di ricerca sul campo dedicati ai primati e ai grandi mammiferi sociali. Ha collaborato con istituti di ricerca indipendenti e programmi di osservazione etologica in Nord America e Africa orientale.
Parallelamente all’attività accademica, scrive da anni per quotidiani e riviste di area generalista e culturale, occupandosi del rapporto tra uomo e animali, delle derive antropomorfiche nella divulgazione scientifica e delle contraddizioni etiche della convivenza interspecifica. Ha sempre rifiutato la partecipazione a programmi televisivi di divulgazione mainstream, che considera spesso riduttivi e spettacolarizzanti, e guarda con crescente sospetto anche ai grandi marchi editoriali, ritenuti sempre più allineati a narrazioni emotive e semplificate.
Tra le sue pubblicazioni figurano saggi e reportage su primati in cattività, addomesticamento estremo e violenza “accidentale” nel contatto uomo–animale. Vive con la moglie e due figli in una cittadina del New England. Suona il pianoforte, restaura vecchi mobili e pratica birdwatching all’alba, convinto che l’osservazione silenziosa dica più di qualsiasi spiegazione.
