Qual è il tuo tempo meteorologico preferito?
La neve non mi piace. Non mi è mai piaciuta. E questa cosa la capisci subito se non sei uno di quei bambini rincoglioniti che vedono due fiocchi bianchi e cominciano a urlare come se avessero visto la Madonna col culo di fuori.
Io già da piccolo lo capivo che la neve è una fregatura. All’inizio ti fa quel sorriso da ebete, dici oh che bello, tutto bianco, sembra pulito, sembra pure che la vita sia diventata meno stronza, poi passano cinque minuti netti — cinque — e ti ricordi dove vivi e soprattutto come funziona davvero quella merda bianca.
Perché dalle nostre parti neve significa ghiaccio. Ghiaccio ovunque. Ghiaccio per terra, ghiaccio davanti al portone, ghiaccio sul marciapiede, ghiaccio che tu esci per farti un cazzo di caffè e finisci per terra — e ti rompi la noce del collo oppure ti rompi la nocella del culo – frutta secca a parte, che comunque pure sgusciarla è solo un casino sulla tovaglia per poco piacere gustativo — con una culata che ti entra nell’anima e ti fa vedere i santi e pure i parenti morti che ti dicono “benvenuto, coglione”. È proprio un cazzinculo secco, non è elegante, non è una caduta da film, è una botta da rincoglionito che scivola come una merda su una mattonella bagnata.
E quindi non esci. E quindi stai chiuso in casa. E quindi comincia la vera tragedia: la cattività domestica. H24. Con l’altro essere umano che abita con te. Nel mio caso mia moglie, che è sommamente acida quando le gira male, cioè spesso. Figlio, vita mia, all’ultima nevicata non c’era ancora quindi non so che casino sarebbe adesso, ma già così bastava e avanzava.
E io mi ricordo benissimo la prima nevicata insieme, che io da bravo coglione romantico faccio pure il pupazzetto di neve sul davanzale, piccolo, carino, una roba innocente, e siccome non avevo niente per fargli le braccia e la sciarpa uso i portarotoli delle buste della merda del cane — quei tubolari del cazzo — e una busta della merda del cane piegata bene, girata bene, quasi elegante, cioè un pupazzo con dignità, un pupazzo che se lo vedevi dicevi vabbè almeno ci ha provato.
Cinque minuti.
Cinque minuti e quel pupazzo viene distrutto con la frase: “Non so chi è il coglione che si è messo a fare una cacata di pupazzo di neve sul davanzale!”
Fine della magia. Fine del romanticismo. Fine della neve.
Quindi la neve no.
Ma manco la pioggia forte, eh. La pioggia battente è un’altra rottura di coglioni che ti entra nelle ossa. Ti incasina il giardino, ti incasina i santi santissimi, ti incasina soprattutto i bonsai che non sono delle piantine del cazzo ma sono creature delicate che se le tratti male muoiono e poi piangi come un bambino scemo davanti a un rametto secco.
Perché il palazzo è in ristrutturazione, sopraelevazione, tutto aperto, tutto provvisorio, e se piove troppo e non c’è la NON umidità giusta i substrati non drenano, restano lì zuppi come una spugna del cazzo e dopo dieci, quindici giorni la pianta muore. Muore proprio. Non è che dice “eh oggi sto un po’ giù”. No. Muore. E tu resti lì a guardarla come un coglione pensando “ma che ho fatto” e la risposta è sempre la stessa: è piovuto troppo, cretino.
E nel frattempo si allaga tutto. L’androne, le scale, tutto. Scale di chiana antica, pietra barese bellissima, pregiata, pure elegante, ma quando è bagnata è una trappola mortale, è come camminare su una saponetta gigante. Ogni volta che scendi è un rischio di cazzinculo definitivo — e ti rompi la noce del collo oppure ti rompi la nocella del culo – frutta secca a parte, che comunque pure sgusciarla è solo un casino sulla tovaglia per poco piacere gustativo (autocit.) — quello che non ti rialzi più e ti trovano dopo tre giorni che ancora stringi il corrimano come un disperato.
E poi l’acqua entra nei muri, fa le macchie, quelle macchie da film malato, da roba tipo Spider, dove il pazzo guarda la muffa e ci vede le persone, le storie, i traumi. Bello nel film. Nella vita reale meno, soprattutto se nello studio hai fumetti che hai pagato un rene e l’umidità ti arriccia le pagine e ti viene voglia di prendere a testate il muro finché non capisci che sei tu quello che si sta rovinando.
E la nebbia? La nebbia figurati se mi può piacere. Io sono meridionale, sangue mezzo partenopeo e mezzo barese, la nebbia per me è un insulto personale, è proprio la roba dei nordisti, quelli che vivono dentro una nuvola di tristezza e pensano pure che sia normale. Io la nebbia la vedo e penso subito “questi mi odiano” e allora io ricambio per principio, anche se poi magari sono bravissime persone, però nella mia testa la nebbia è il simbolo del nemico. Loro hanno la nebbia, noi abbiamo il sole. E va bene così. La nebbia tenetevela voi, con Giulietta che resta sempre e comunque una zoccola mentre invocate il Vesuvio, che quando noi costruivamo i templi voi vi coprivavate con le pelli degli animali morti. Fine.
Io ho proprio un problema fisico: sono nato al sud. Ho bisogno del sole come ho bisogno dell’aria, se no impazzisco. Però non il sole assassino che ti fa sudare pure le palle delle ginocchia e ti fa uscire gli avvisi della protezione civile con i vecchi e i bambini da idratare come se fossero piante. No. Io voglio il sole giusto. 28, 30, 32 gradi. Una cosa civile. Che non devi stare lì a bere acqua come un cammello o a bagnarti la testa come un coglione sotto il rubinetto.
E soprattutto non devi massimamente bere acqua a tromba dalla bottiglia ghiacciata del frigorifero — e secondo mia moglie a tromba dalla bottiglia non dovresti bere mai ma che rottura di cazzo!
Poi vi racconterò di quella notte di Ferragosto che stavo morendo sotto il frigo, ma un’altra volta.
E poi il vento. Maestrale. Ma giusto. Non quella roba che ti porta via le mutande mentre le stendi. Un vento che serve a tre cose: tiene in ordine i bonsai, asciuga i panni così mia moglie non rompe il cazzo perché se no dice che sono stato inventato per quello, e soprattutto muove il mare.
Perché il mare è il punto.
Il mare è tutto.
Una giornata di sole con il maestrale giusto che pulisce l’orizzonte, muove le nuvole che si incastrano tra loro come animali strani con nomi che ti inventi al momento — il cane-serpente, la capra-alata, il cavallo con tre teste e una sola coda — e mentre si toccano, si sovrappongono, si spingono una dentro l’altra con una dinamica quasi da compenetrazione volumetrica non euclidea, una roba che se la descrivi in termini tecnici sembra un trattato di cinematica applicata alla pornostruttura delle masse d’aria, ma in realtà è solo cielo che fa il suo mestiere, tu cominci a vedere delle scene, delle posizioni improbabili, quasi oscene ma senza esserlo davvero, come se quegli animali si cercassero e si urtassero e si incastrassero in un modo che non serve a niente ma ti tiene lì a guardare, come un bambino che ride di una cosa che non capisce ma che gli sembra proibita, crea il clima perfetto.
Tu sei lì, sul lungomare, con gli amici, trucidi, appoggiati alla balaustra, magari stanno pure girando una serie tv importante e tu fai la comparsa senza volerlo perché fai esattamente quello che il turista pensa che tu faccia: mangi frutti di mare crudi come un animale, ridi — e sai benissimo che stai ridendo di cose terribili — guardi — e sai che stai facendo la radiografia completa, altro che occhi, proprio TAC — la figliola o la milf che passa, che va a correre, che va a fare shopping, che va dall’amica, che va dal COMMARO mentre nella testa fa le corna al marito.
E tu sei lì.
E capisci una cosa semplice.
La neve è una stronzata.
E tu non sei fatto per le stronzate.
