Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Quali strategie usi per far fronte alle emozioni negative?

Da piccolo la più grande emozione negativa non era la tristezza. 

La tristezza è roba da poeti russi con la bronchite cronica e da cantanti di Sanremo che fanno la faccia da cane investito mentre l’orchestra sale di mezzo tono, altro che Peppe Vessicchio! 

No. 

La mia era una paura incomprensibile e cinematografica, una specie di VHS porno che sotto l’armadio aveva preso troppa polvere infilata nel cervello che partiva da sola quando la vita decideva di ricordarti che sei un animale con la coscienza e quindi con un bel carico di problemi. 

Film mentali. 

Però non porno: cortometraggi splatter. 

Io bambino — sei anni, sette, otto — improvvisamente catapultato in scenari criminali che sembravano il risultato di robacce tra consanguinei già di per loro tarati tra TG5 del pomeriggio, Chi l’ha visto? e la fantasia paranoica di una nonna che ha appena visto Telefono Giallo. 

Con Augias che ti racconta le cose nella lingua dei Padri Costituenti.

E dandoti sempre del Lei anche se sei l’ultimo dei facchini.

Tipo io sequestrato alla Farouk Kassam. 

E nella fantasia — non si capisce da quale reparto difettoso della mente — i sequestratori avevano sempre un barbiere dei cani incaricato di tagliare l’orecchio all’ostaggio. 

Non un chirurgo. Non un macellaio. No. Il barbiere dei cani. 

Come se la logica criminale fosse: 

“Oh chi qui dentro sa usare delle forbici con una certa eleganza?” 

“Tonino tosava i barboncini.” 

“Perfetto Tonino, vieni a mozzare un orecchio a questo bambino.” 

In calabrese stretto, però. 

Sia tosare che parlare.

Oppure mi immaginavo una banda di contrabbandieri di sigarette che mi dava una martellata in testa. Che è pure ingiusto perché i contrabbandieri, fuori dalla erronea mitologia portuale dell’infanzia italiana anni ’80 e ’90, sono gente di una umanità gigantesca: se ti trovano al porto di notte e non stanno scappando dalla Guardia di Finanza ti fanno salire sulla barca e ti fanno guidare. 

Ti mettono al timone come lo zio che ti fa guidare la Panda in campagna mentre lui tiene il volante con due dita da sotto. 

Sì, dei contrabbandieri e di come già prima di fare il criminologo e occuparmi delle loro storie io mi sia trovato 3 volte a partecipare attivamente a scarichi di sigarette vi parlerò, giuro. Anzi, sapete che faccio: è il post che scrivo oggi e lo programmo.

Quindi la martellata era proprio una fantasia sbagliata. 

Ma la più terrificante era un’altra: una foto vera. Io al mare, un anno e mezzo, pancino morbido come una brioche lasciata al sole. Io sorridentissimo, tutti attorno sorridentissimi che ero il primo della terza generazione e quindi…

Perchè cazzo proprio quella foto?!

E nella fantasia arrivava un cane randagio. 

Solo che non era veramente randagio: aveva la forma del Jack Russell del vicino, ma gli occhi erano quelli di Gmork della Storia Infinita, cioè lo sguardo di uno che ha già guardato dentro il nulla e ha deciso che tanto vale mordere qualcosa. E quel cane si metteva a mangiare il pancino del me stesso bambino nella foto. 

Fino alle budella.

Con facce di pianto e urla dei presenti e nessuno che tirasse un calcio a sto cazzo di Jack Russel gestibilissimo con una pedata che gli avrebbe fracassato le costole. No tutti piangevano, io prima gridavo poi rivoltavo gli occhi morto sotto al sole con le budella da fuori e il costumino zuppo di sangue e nessuno che facesse NIENTE!

Sì: dovevo morire male!

Cinema puro. Horror balneare di provincia.

Io non lo capivo, all’inizio, perchè succedevano ste robe.

E per un sacco di tempo in segreto ho detto: ok sono pazzo!

Poi, ma anni e anni dopo, ci arriviamo, ho capito. 

Ero super Normale!

Queste cose succedevano quando sapevo di aver fatto qualcosa che non stava dentro il mio catalogo mentale delle cose che deve fare un bambino bravo bravissimo. 

Perché io avevo costruito quella identità lì: il bambino bravo bravissimo. 

Quello di cui tutti dicono: “Eh ma Domenico è un bambino bravissimo.” 

Il piccolo santo locale. La mascotte morale di casa, del condominio e della comitiva di amiche di mia nonna e delle sue sorelle. Il bambino da vestire tipo “piccolo Lord” che si comporta tipo piccolo Lord – salvo dire ogni tanto cose terribili quando sua nonna lo porta nella boutique per bambini a comprare i maglioni per l’inverno e lui dice cose che, ok, abbiamo trovato che altro cazzo di post scrivervi e programmarvi.

E nessuno immagina che: 

Domenico dice le parolacce, 

Domenico mette le miccette nel culo ai cani — cosa orribile, da non fare mai, ma nel folklore criminale infantile degli anni ’90 esisteva come un virus culturale — e 

Domenico con gli amici si nasconde sul soppalco di casa dell’amico per spiare la sorella grande di un amico proprietario di casa mentre si prova il costume con l’amica sua. 

Il tutto organizzato dall’amico, che a quell’età era comunque la via di mezzo tra un boss mafioso e il capo dei servizi segreti, ma ti permetteva di vedere la “Friend’s hot sister” 20 anni prima di Brazzers quindi è comunque la cosa più vicina a un Apostolo che tu abbia.

Anche perchè con lui impari a menare le mani e anche quello non è che si debba fare ma all’epoca è divertente per un bambino che tutti pensano essere il coglione figlio di papà del gruppo e poi tornano a casa con 3 punti in faccia per un morso o la ferrovia in mezzo ai denti – dicesi apparecchio – rotto per un cazzotto e “Così domani ci ripensi a dire coglione!”. 

Sì, certi sfalsi tra chi vuoi essere e chi devi essere fanno cose un po’ complicate, dentro.

E lì succede la cosa strana: a nove anni certe cose non dovresti saperle. 

E invece le sai. 

E producono dentro una miscela radioattiva di paura, curiosità e quella specie di corrente elettrica nel cervello che non sai dove mettere. 

Però non stai ancora violando nessuna legge cosmica seria… Tipo, il fatto della sorella in bikini prima di mettersi in bikini e quindi tutta nuda, perché a nove anni anche se fai le cose che sono vietate non produci semi. Quindi secondo la Costituzione modello Bignami di Mosè — poche leggi ma chiarissime — non stai infrangendo l’articolo più importante: Articolo 6: non fare uscire semi dal pisello se no te lo annodiamo e non fai più la pipì. 

Legge semplice, apparato sanzionatorio molto chiaro: e io non stavo seminando la terra

Io facevo quelle cose e poi arrivava la voce del Super-Io bambino, un pezzo di cervello vestito da sbirro morale con la paletta fluorescente e M12 senza sicura: 

“Ma guarda che tu sei un bambino bravo bravissimo. Queste cose non le devi fare.” 

E quindi mi punivo da solo con quei film mentali. 

Il meccanismo me l’ha spiegato anni dopo una professoressa di quelle che io chiamo scienze dei pazzi — psichiatria, per usare il termine elegante — quando a venticinque anni facevo i check psicologici obbligatori per un corso di studi. 

Perché prima di darti certe competenze da cintura nera dell’investigazione, ai Ministeri seri (Interno e Difesa) vogliono capire se sei uno che può stare nella torre di controllo oppure uno che tra sei anni finirà su Quarto Grado con un plastico. 

E lì mi spiegò la sitcom: ES, IO, SUPERIO. 

L’ES fa le cose. 

Il SUPERIO rompe il cazzo. 

L’IO fa il figlio di divorziati durante una lite sul mantenimento.

O peggio viene brutalizzato a turno, attaccato al letto con la palla di plastica rossa in bocca e giù addosso pipì, cacca, altre robe che escono da quei buchi e di solito cose enormi nel sedere. Anche se gridi. Soprattutto se gridi.

Da adulto il sistema si è aggiornato. 

Non vedevo più me stesso nei film di punizione. Vedevo le persone che amavo carnalmente. 

Quindi, mai mia madre e mai mio nonno. 

No. La fidanzata. 

Cioè.

Quella con cui stavo per anni e che però tradivo con una costanza industriale, una catena di montaggio morale degna della FIAT anni ’80 quando la prese DeBenedetti con quella cacata che poi diventò Mito della Panda. 

Perché lei non voleva essere lasciata e faceva leva sul senso di colpa. 

Io restavo. 

Ma contemporaneamente non le sono stato fedele per più di 7 giorni in tutti i cinque anni consecutivi, neanche una settimana di fila fedele. E quando i tradimenti diventavano a raffica tipo AK-47 con selettore automatico — diciamo uno ogni giorno ma comunque quasi mai sempre con donne diverse — partiva il film: 

lei che cade e si rompe una gamba, 

lei che sfonda una vetrata con la testa, io che le tengo la testa dicendo “tranquilla adesso arriva il dottore”. 

Una volta pure un’ustione terribile senza fuoco vicino. 

Il cinema del senso di colpa. Produzione interna, distribuzione riservatissima d’essay.

Ed è lì che capisci una cosa: il senso di colpa è l’emozione più devastante dell’universo, soprattutto se non credi con la C maiuscola. 

Perché se credi succede una cosa bellissima: vai in confessionale, ti inginocchi e racconti tutto a un uomo dietro una grata che ascolta i peccati altrui come un guardone professionista dell’anima. 

Un voyerismo teologico perfettamente legale e socialmente non solo accettato ma tipo incentivato. Tu parli, lui ascolta, vede poco ma sa tutto. 

Alla fine assegna tre Ave Maria, due Padre Nostro, magari un atto di dolore recitato con la stessa convinzione con cui si leggono le istruzioni dei tampax mentre fai la cacca anche se sei uomo. 

Reset morale. Lavaggio a caldo dell’anima. 

Se invece non credi la colpa si chiama Responsabilità Personale, che è una parola che pesa come un frigorifero pieno di mattoni. 

E non si lava con le preghiere ma con frasi tipo: 

“Scusatemi davvero. Ho sbagliato. Il mio comportamento è stato inqualificabile.” 

Da dire davanti alle persone che hai ferito. E credendoci: obbligatorio.

Il problema è che a volte il ferente e il ferito sei tu stesso, quindi sei contemporaneamente carnefice, vittima e pubblico pagante di questo teatrino psichiatrico.

E magari questo casino non vale solo per l’Universo e per l’Orbe Terraqueo. Magari vale pure per quei piani sfalsati del connettivo della realtà di cui parlano i vati del Connettivismo, quelli che vedono linee invisibili collegare cervelli, città, reti digitali, paranoie personali e fantascienza cyberpunk come se fossero sinapsi dentro un cervello planetario. Io al massimo riesco a capire quando la moka sta per esplodere, quindi su queste questioni cosmologiche mi fermo qui e lascio la parola ai sacerdoti del connettivo – che uno ogni tanto di qui passa.

Veramente questo cazzinculo gravissimo dell’eterna lotta tra ES e Superio va così pure sui piani connettivi?

Quando ho capito che il Super-Io continuava a punirmi anche da adulto — non più con i film splatter ma con ansia strutturata, quella specie di ronzio morale che ti rode il cervello come un tarlo tossico — ho deciso di inventarmi una procedura. 

Ho una chiave inglese Hazet 36, acciaio pesante, roba che sembra uscita da un’officina sovietica del 1974. O da un corteo di Avanguardia Operaia. Quando la prendo in mano sento il peso, il freddo del metallo, la geometria brutale dell’oggetto, la potenza distruttrice di un pezzo di acciaio che potrebbe ridisegnare l’architettura cranica di qualcuno con grande efficienza ingegneristica. 

Ed è lì che succede la cosa interessante: quel contatto fisico mi ancora al qui e ora molto più di qualsiasi campanella tibetana o guru di Instagram. 

Quella è la mia mindfulness, la versione operaia e un po’ barbarica della meditazione: non respiro davanti a un lago zen, stringo una chiave inglese sovietica e sento che pesa davvero. 

A quel punto faccio il processo allo specchio. 

Io sono imputato e avvocato di parte civile, quello pagato per essere il più stronzo dell’aula e chiedere sempre la pena massima. 

Perché come diceva Piercamillo Davigo, in Italia l’ergastolo non lo fai nemmeno se ammazzi tua suocera davanti alla corte, quindi se non lo fa il PM qualcuno deve pur alzare il livello della cattiveria procedurale. 

Confesso, mi difendo, faccio dichiarazioni spontanee. 

Poi arriva la mia stesa arringa dell’avvocato di parte civile. Stronzissima con me.

Poi arriva la sentenza: da uno a dieci colpi di chiave inglese Hazet 36. 

Non su di me, tranquilli. 

Su un misterioso plinto di cemento che sta da decenni nel giardino del palazzo di famiglia e che nessuno sa bene cosa sia — forse un pezzo di muro romano, forse un basamento fascista, forse il piedistallo di una statua di Buddy Jesus – cercatelo se non sapete cos’è – con tanto di pollici alzati e sorriso da Dudo Lebowski che non è mai arrivata. 

Dieci colpi. 

BAM. BAM. BAM. 

Acciaio contro cemento. 

Non è una passeggiata di salute: d’accordo fa molto più male alla testa di qualcuno se gliela suoni addosso, ma anche per te non è esattamente yoga tibetano. 

Però dopo sto bene. 

E quando sto bene capisco che forse questo è il mio modo personale — primitivo, sporco, molto poco illuminato ma sorprendentemente efficace — di tornare nel presente e non farmi divorare il cervello dal senso di colpa.

Perchè poi, davvero sto bene.

E adesso di solito tendo anche a non ricadere troppo negli errori.

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18 risposte

  1. Avatar Evaporata

    Mangio un chilo di gelato.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Seeeee col colesterolo che c’ho e la scrivania che abito, così muoRo!

  2. Avatar Elisa Terenzio

    Ti capisco riguardo ai sensi di colpa, ci sto passando proprio in questo periodo. Solo che io penso di non aver ancora trovato la mia chiave inglese. Ci sono tante piccole cose che mi danno un po’ di sollievo, ma non una sola super efficace.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Scava dentro di te, la trovi!

  3. […] Quando ero piccolo mia nonna ogni tanto mi portava nei negozi eleganti del paese perché diceva che un bambino deve essere vestito bene. Soprattutto suo nipote, Domenico, per altro superbravissimo. […]

  4. Avatar La Manu

    Sta a vedere che la chiave di tutto sto bordello metafisico era… La chiave, corro al Leroy Merlin, corsia 23 credo…

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Eh ma tu mi leggi nella mente… devo scriverlo quel fatto ma lo programmo per tipo non questo venerdì’ l’altro.

  5. Avatar @desire760

    A me pare che per soffrire bene scrivi tanto…Ogni volta che mi capita un tuo post ,mi ci perdo…Altra cosa: credo nella reincarnazione 🐦‍🔥 e quindi ogni tanto quando incontro articoli lunghissimi dico tra me e me…questo a Dante coi suoi cantici ci fa un baffo …lungo 3 metri… Sarà forse la sua reincarnazione ?
    Sei dispersivo anche se leggibile .Come la mettiamo con questi “logorroicismi scritti ? “(non so se esiste questa parola come termine o va molto meglio altro ?)
    Sto cercando di scrivere meno perché prima scrivevo tanto ,ma ultimamente cerco di scrivere in maniera meno dispersiva e più contenuta.Capisco che a scrivere concisi ci si guadagna.
    Forse soffrirai in maniera più contenuta.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Ma per soffrire bene io devo fare l’esercizio semplice che ho descritto. Però va spiegato se no mi vedi da fuori e dici quello é pazzo. Se leggi é chiaro peró

  6. Avatar @desire760

    Ho letto dei tuoi film mentali e le tue reazioni quando pensavi a tutte quelle cose, certo potevi essere più conciso e sono arrivata alla conclusione che ami rompere le ⚽⚽ sbranando la mente degli altri con questi tuoi problemi logorroici da film e fatti di cronaca pessime, poi quello che hai raccontato dei contrabbandieri che ti mettevano al timone è forte… Le altre cose che hai citato non li conosco non vedo quel tipo di film e già che c’eri potevi anche credere di trovarti nelle vesti di quella posseduta dal demonio che faceva drizzare anche i peli della lingua, per modo di dire…Ok…ma adesso che sei grande continui a fare questi pensieri così sconcertanti o sei guarito ?

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Se noin mi mettessi davanti allo specchio con la chiave inglese in mano non so che tipo di pensieri farei ma ne farei. E non è una “malattia” si tratta banalmente di stare davanti a te stesso.

  7. Avatar @desire760

    Beh …se stai meglio,fai il meglio per te, non si può sindacare su quello che ti fa stare meglio… Ciao !

  8. […] infedele ad una persona da tre lustri – a tua moglie e anche a un paio arrivate prima, che quella faccenda dei tradimenti è roba di tipo venti anni fa, pure ventidue) che Lovecraft direbbe EONI, il mondo delle conversazioni femminili diventa una […]

  9. […] — o forse l’ho già fatto — ho spiegato perché ne possiedo una e a cosa mi serve […]

  10. […] C’è stato un periodo della mia vita — come capita a tutti, più o meno — in cui avevo una ragazza che non amavo abbastanza da volerci passare il tempo, ma lei mi amava così abbastanza da vietarmi di lasciarla. Una di quelle persone che quando provi a uscire dalla porta si attaccano allo stipite con le unghie e ti dicono “no, caro, adesso restiamo qui finché uno dei due non muore”. E quindi io, da persona adulta e responsabile, avevo adottato l’unica strategia razionale possibile: riempirla di corna da mattina a sera – qualcuno ricorderà per altri c’è il link. Era anche il periodo in cui noi amici eravamo diventati una specie di famiglia allargata di degenerati organizzati che gestiva un circolo ARCI — o forse ACLI, non lo sa nessuno e fiscalmente è meglio così — che per comodità amministrativa avevamo trasformato in discoteca abusiva con giardino. Un posto che di giorno era un casolare in campagna e di notte diventava un bivacco di chierichetti comunisti con la canna. Per far funzionare quel piccolo paradiso socialista avevamo bisogno di rifornimenti: casse di birra, luci, fili elettrici, casse audio, bricolage, attrezzi, roba da campeggio, cose per montare palchi improbabili. […]

  11. […] In quel momento nella mia testa succede una cosa molto precisa: non sento il ci fate il piacere, ma mi ricordo tutte le storie sentite da piccolo. Quelle dove se vedi una cosa che non devi vedere poi ti prendono e ti danno una martellata in testa. […]

  12. […] avveniva durante quel famoso momentaccio — ne abbiamo già parlato — durato quasi sei anni, in cui ero incastrato con una fidanzata che aveva trasformato il […]

  13. […] al tempo lontano della mia vita da monogamo traditore seriale — sì, traditore, con le corna, infilato nei letti altrui con giustificazioni così deboli da sembrarm… — avevo una fantasia precisa: scoparmi la moglie di uno che conoscevo. Non una qualsiasi. Proprio […]

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