Non è mai una buona idea iniziare una domanda con “tu che sei esperto”.
Non perché io sia modesto — la modestia è la baldraccaggine delle competenze, roba da gente che si fa il culo per anni e poi regala tutto in cambio di due “sei un grande” detti peraltro da un idiota con certificazione IDIO.2026 — e non perché non mi senta esperto in alcune cose, perché lo sono eccome. Tant’è che qui sopra ci tornate a più fiate e mi interpellate per consulti non solo quando giochiamo al dottore.
Il problema è che quando mi dici così già mi metti l’aureola – ossia il charleston della batteria dietro la testa tipo statua del venerdì santo.
Io ti vedo già inginocchiato, pronto a credere, e lì scatta, devi saperlo, una tentazione sporca: dirti una puttanata credibile, costruita molto bene, e godermi mentre te la porti in giro come fosse oro.
Mannaggia a me che sono onesto, perché sarebbe un divertimento gigantesco.
Ma non è solo questo. Si tratta proprio di un bieco trauma sperimentato da me medesimo anni fa. Quella formula lì mi riporta a una situazione precisa in cui ho capito — tardi e male — che la fiducia nel genere umano è immotivata. Una religione senza dio, piena di fedeli coglioni. Un brutto trauma, ripeto. Sedetevi e ve lo racconto.
Io, al tempo lontano della mia vita da monogamo traditore seriale — sì, traditore, con le corna, infilato nei letti altrui con giustificazioni così deboli da sembrarmi profonde solo perché ero io a raccontarmele — avevo una fantasia precisa: scoparmi la moglie di uno che conoscevo. Non una qualsiasi. Proprio quella. Una bonazza da paura che sembrava avere pure un sacco e mezzo di cervello. E tre anni più di me che all’epoca faceva quasi trentenne, lei.
Lui: buono. Davvero. Non scemo, non ingenuo. Buono. Attenzione: così sembrava.
Lei: intelligente, tatuata, presente, molto presente, perfettamente capace di capire quando qualcuno le stava facendo il movimento. Qualcuno tipo Io.
Io: senza tatuaggi all’epoca, ma con intenzioni chiarissime.
Locale loro.
Io dentro spesso. Troppo spesso.
Lei capisce, io insisto senza essere esplicito, lei risponde senza mai dirlo chiaramente.
Parte la trafila: messaggi, allusioni, vita triste, marito che non la capisce, rimpianti, sospiri. Mai una frase completa, sempre quel modo perfetto di dirti tutto senza dirtelo. E mai che dicesse la frase solita che avevo imparato essere il passe-partout per scopazzi senza rimpianti: sai non ci si diverte più.
E io, genio, credo.
Tre giorni.
Tre.
Tre giorni in cui ci vediamo di nascosto e scopiamo. Punto. Senza poesia.
Con una partecipazione sua enorme, fisica, mentale, narrativa: mentre scopiamo lei mi racconta la vita, la sua infelicità, i figli, il matrimonio, tutto.
Io dentro quella cosa mi convinco pure che sto facendo qualcosa di importante.
Poi però come sempre a quell’ora, l’ora in cui le cose cominciano ad essere più introspettive, mi parte il film morale.
Lei è sposata.
Lui è una brava persona. Sì, ripeto, così sembra. Uno BUONO.
Ci sono i figli.
Io posso uscire pulito.
E quindi tronco.
Dopo tre giorni.
Padre, figlio e spirito santo.
Con due giorni di spiegazioni.
Etica, ragionamenti, equilibrio.
Io che come al solito, bravobravissimo, salvo tutti. Io che mi guardo allo specchio e mi faccio i complimenti.
“Sei proprio una brava persona”.
(spoiler, quel complimento linkato qui sopra potrebbe avere origini saldamente addentellate a questo fatto)
Lei accetta.
Ringrazia. Anche per i bei giorni tre di numero.
Mi dice che sono stato giusto.
Passano gli anni. Continuiamo a vederci. Amicizia, complicità, tutto ordinato, tutto pulito. E non riparliamo mai di quel che era successo. Ma ci guardiamo senza imbarazzo, da persone intelligenti.
Poi un giorno lui mi guarda e fa:
“Siccome sei chiaramente un esperto.”
E lì già dovevo alzarmi e andarmene. Ma no. Io: educato. E c’era anche lei, presente, che guarda e mi sorride gentile.
“Dimmi, se posso essere utile.”
E lui: “Siccome vedo che sei molto tatuato e hai fatto disegni diversi e quindi sicuramente hai studiato e sai le cose da dire, io che cosa mi potrei tatuare?” (cit.)
Io gelo.
Mi guardo allo specchio dietro di lui.
Penso: no, non può averlo chiesto davvero.
E dico:
“Scusa, perché mi fai questa domanda?” (cit.)
E lui: “Perché, non so. Io non ho mai voluto un tatuaggio, non ho mai sentito la necessità, forse nemmeno mi piacciono, ma vedo che ce li hanno tutti e magari la gente senza mi vede e dice guardalo, senza tatuaggi, che coglione. E io non voglio passare per coglione.” (ibidem)
Io guardo lei.
Mi tornano tutte le sue parole su di lui.
Io che dicevo: “ma no dai, sembra una brava persona, uno bravo, uno buono”.
E provo ancora a reggere: “Ok, ho capito,…ma non capisco.” (cit.)
Lui mi taglia: “No davvero, la prima cosa che ti viene in mente guardandomi: che mi potrei tatuare?” (cit.)
Io guardo lui.
Guardo lei.
E dico solo: “Sono un coglione.” (cit.)
E lui: “No, perché, se fossi coglione non te lo avrei chiesto.” (cit.)
E io lì non rispondo a lui.
Guardo lei.
Silenzio. Occhi bassi, io, che ora capisco.
E lei fa solo: “Hai capito?” (cit.)
Sì. Ma non lo dico. Avevo capito.
Avevo capito che la fiducia nel genere umano è immotivata. Che tu puoi raccontarti tutte le favole che vuoi — il buono, il giusto, il corretto — ma la realtà gioca un altro gioco, e tu sei l’ultimo a sapere le regole.
E da quel giorno, giuro, ogni volta che qualcuno — chiunque — comincia con “siccome sei esperto”…io non penso più a rispondere. Perchè non sapremo mai come sarebbe andata, se non fossero state tre in croce. Ma erano state forse le più belle della mia vita fino ad allora – quelle giornate, non solo le chiavate. Ed erano finite perchè lei era sposata, perchè c’erano dei bambini, ma soprattutto – il più classico dei classici – perchè lui era “un buon uomo!”
spoiler – Gli uomini buoni non si meritano certe cattiverie.
Io, per colpa di quel trauma, un trauma terribile, converrete, vero(?), da quando quella cosa mi è capitata ogni volta che una domanda si apre con quella cellula dialogica, io penso a una mazza.
Perché qualcuno, prima o poi, la deve pagare tutta quella mia educazione di merda.
