Dodici anni fa scrivevo un post per chiarire una cosa che, a quanto pare, non è mai abbastanza chiara:
Domenico Mortellaro non si veste da donna.
Lo ripetevo due volte.
Come quando dici “non pensare a un elefante”.
Solo che l’animale nella stanza non era un elefante.
Era un ippopotamo sudato con il tutù rosa e un perizoma infilato tra le chiappe monumentali.
Più lo negavo, più ve lo immaginavate.
E oggi ve lo riscrivo.
Ma ve lo riscrivo con tanti a capo.
Tipo poesia.
Perchè sembra che faccia figo, scrivere evitando di scrivere due righe unappressallaltra.
Vabbè, ci stanno, certe perversioni.
Proviamo, eh?
Dodici anni fa ero in un centro commerciale.
Guardavo un pigiama con la faccia di un pinguino in tessuto “orsetto”.
Guardavo un plaid in “pecorella”.
E no, non c’è da aggiungere nulla all’assonanza.
Non quella zootecnica. Quella ginnico-performativa da Kamasutra.
Avete capito.
Non serve il disegno tecnico.
Guardavo pure uno scaldacollo in ciniglia bianca.
Che prometteva un calore così totale da sembrare quasi un fisting emotivo.
Ingresso unico, diretto, totalizzante.
Non orgia, non spettacolo.
Profondità.
E io lì a chiedermi se stavo per perdere il patentino da maschio.
Perché sapevo che se mi presentavo davanti ai miei amici fascisti e trucidi con addosso un pigiama pinguino, partiva il tribunale virile.
Quelli che:
– parlano di tradizione con la profondità di un meme
– hanno il terrore ossessivo dell’ano altrui
- hanno un’attenzione maniacale per l’ano altrui
– gridano alla decadenza mentre si aggiustano i pantaloni slim fit
– usano “virilità” come se fosse un titolo nobiliare
Dodici anni fa avevo paura di sembrare morbido.
Non gay.
Morbido.
Meglio evocare Norman Bates.
Meglio immaginarsi nel dondolo, vestito da madre, psicotico.
Meglio assassino che coccoloso.
Oggi.
Dodici anni dopo.
La scena è cambiata.
Il meccanismo no.
Sono in una stanza in ristrutturazione.
Infissi rotti.
Umidità che ti morde le ossa.
Un piano sopra in sopraelevazione.
Tecnicamente invivibile.
Praticamente il mio studio.
E no, non ne ho colpa.
Non ho nessuna colpa se quella stanza è il mio studio professionale.
E pure di scrittura.
Non ho nessuna colpa: ragioni a me non imputabili.
Responsabilità di un destino troppo cinico e baro.
I lavori, bastardi, si stanno protraendo oltre ogni ragionevole limite.
Non è posa bohémien.
Non è scelta performativa.
Realtà amministrativa che si trascina come un appalto maledetto, la chiamo.
Perchè dentro quella stanza io lavoro.
Su una sedia ergonomica che non è solo la plancia di Actarus.
Ma un dondolo.
Oscilla avanti e indietro come quello di Bates travestito da madre.
Basculo.
Avanti.
Indietro.
Sulle gambe un plaid pesante.
In testa un cappello di ciniglia.
Alle mani guanti con i polpastrelli scoperti.
Addosso un bomber di pelliccia sintetica.
Sfiancato. Taglio ambiguo.
Colore sospeso tra beige stanco e rosa che non vuole confessarsi.
Abbastanza equivoco da far scattare un’interpretazione automatica.
Era l’unica XXL.
E alla definizione gay di chubby bear, di IndecorOrso, io ero già abituato.
Orso fuori misura.
Orso indecoroso.
Orso che occupa spazio.
Ma passano i muratori e mi vedono basculare così.
Peloso, avvolto, oscillante.
Non è “professionista che scrive”.
ma:
– travestito che adesca
– Norman Bates con partita IVA
– performance involontaria
E allora ancora mi viene da dirlo:
Non mi vesto da donna.
Dodici anni fa avevo paura del giudizio virile.
Oggi ho paura dell’interpretazione sistematica.
Prima mi avrebbero detto “frocio”.
Oggi mi farebbero un’analisi identitaria.
Ma la struttura è la stessa.
Un uomo non può avere freddo.
Deve significare qualcosa.
Non puoi metterti un bomber peloso senza che diventi una dichiarazione.
Non puoi coprirti senza che qualcuno ti assegni una categoria.
La VOSTRA – e lo urlo – mente è un algoritmo porno applicato alla realtà.
Vedete un uomo nel morbido e scatta il tag.
Io ho freddo.
E il fatto che nel 2025 io debba ancora chiarire cosa non sono parla per me.
Per legittimare il diritto a non congelarmi in una stanza che non è colpa mia.
Ma frutto di un destino cinico e baro.
E lavori allungati tipo proroghe di una condanna.
Non su di me.
Su di voi.
Io basculo.
Avanti e indietro.
Con l’ippopotamo in tutù che danza nella vostra testa.
Ma l’animale nella stanza non sono io.
Solo il vostro bisogno patologico di decidere cosa significhi ogni cosa.
Non mi vesto da donna. Mi copro.
E se vi turba, forse non è il mio plaid il problema.
