Qual è il tuo secondo nome? Ha un’accezione/significato speciale?
Non avere un secondo nome non è mai stato un problema.
Una cosa che si può gestire.
Basta adottarne uno.
Oppure crearselo con un minimo di cura, perché i nomi sono puri accidenti. Purissimi accidenti. Come disse quello scribacchino minore che per puro accidente portava lo stesso cognome del genio Piero Manzoni — quello vero — che un giorno gli scappò da cacare, mise tutto in barattolo e da lì venne fuori un successo notevole.
Gli scappò da cacare.
Capito sì.
I nomi funzionano così.
All’inizio la questione era semplice: il mio nome non mi piaceva molto e quindi inventavo diminuitivi che a casa non erano mai stati usati. Non è chiaro il motivo, ma per un periodo non lo sopportavo.
Succede.
Il nome in questione ha cominciato a piacermi solo più tardi, quando ho scoperto che era anche il nome di uno che, molto prima di Stalin, Milošević, Pol Pot e altri grandi organizzatori del pianeta, aveva già elaborato un sistema credibile per mandare a morire una certa quantità di persone, sostenendo con grande disciplina una architettura di ragioni perfettamente presentabili.
Quando diciamo mandare a morire, va precisato che si trattava spesso di veri e propri happening. Eventi pubblici che nella folla scatenavano istinti fantasticamente piacevoli: gaudio, giubilo, ricchi premi e cotillon. Cose che funzionano sempre molto bene, massimamente per l’organizzatore.
Il principio operativo era semplice.
“Quello è rosso, è figlio alla strega!
Accoppiamolo!”
(Cit.)
Nel contesto dell’epoca funzionava bene, perché il mondo era una grande installazione permanente di Living Theatre che tutti chiamavano religione.
Il finale standard prevedeva un rogo.
Tecnicamente chiamato Olocausto dai Numeri nella prima stagione del grande colossal La Bibbia, con sceneggiatore e soggettista di fede incontrovertibilmente ebraica.
Il mondo è pieno di coincidenze.
Il fumo del rosso figlio alla strega, mentre veniva accoppato, risultava essere per Domenico da Guzman — fondatore della più creativa delle installazioni vessatorie per l’uomo medio, cioè la Santa Inquisizione — un omaggio molto gradito agli dei.
Va anche ricordato che all’epoca non si sterminavano intere categorie di persone per accaparrarsi la terra, come fanno oggi certe configurazioni ideologiche moderne — per esempio i sionisti tipo l’essere mitologico incrocio suino-uomo Ben Gvir o il nipote di un grandissimo svenditore di correligiosi per salvarsi il culo in costanza di persecuzione come Smotrich — gente che semplicemente applica il principio di stare più larghi di uno coi baffi che si andò a prendere come vano tecnico la Polonia. All’epoca il principio che muoveva queste cose era molto più serio: controllo sociale. Il principio in purezza della dittatura, che è un meccanismo amministrativo piuttosto chiaro e che personalmente mi è sempre risultato discretamente garbato.
Queste cose però a un bambino sotto i quattordici anni non si raccontano con leggerezza.
Anche se nel caso specifico il bambino era già pesantemente rovinato di cervello da concetti come Darth Vader, l’orrore cosmico di Lovecraft e Skeletor.
Quindi la questione del nome restava aperta.
Si cercano alternative.
Alessandro era un nome che mi piaceva molto.
Alessandro Magno era grande, sì, ma non risultava avesse almeno sterminato con somme vessazioni e monellerie immotivate, sproporzionate, popoli incolpevoli interi — tipo gli armeni, per dirne una.
Quindi la soluzione più efficiente era crearne uno nuovo.
Nome e cognome.
Aleks Kuntz.
Aleks con KS, non con X.
Erano gli anni del massacrone nella ex Jugoslavia tutta attaccata, perché staccarla poi si scoprì essere il Male.
In quel periodo, mentre la Jugoslavia veniva divisa con notevole energia, c’erano anche installazioni logistiche niente male. Per esempio la procedura di sminamento: prendevi tutti i maschi di un villaggio che ti stava sulle palle e dicevi di camminare un po’ a casaccio sopra il campo minato. In alternativa si prospettava la possibilità di chiudere mogli e bambini in un edificio per loro sacro e buttarci dentro bombe a mano, presentandole con il nome più rassicurante di ananas. Poi uno si chiede perché la Jugoslavia non sia rimasta unita.
Il cognome arrivava da un aggiustamento tecnico.
In casa non si parlava di Guzman, ma si potevano vedere film mirabolanti e non sempre adatti a un giovane pubblico, con il rischio che il cervello del giovane pubblico se ne vada definitivamente in vacca, specie se è già sensibile a presenze autorevoli come Skeletor, Darth Vader e altre figure simili.
Quindi c’era il Colonnello Kurtz.
Con la R.
Io però all’epoca la R non riuscivo ancora a dirla bene.
E comunque il personaggio restava inarrivabile.
Per modestia si introduce un refuso allusivo.
Kuntz.
Il riferimento restava chiaro.
Perché il discorso sull’orrore è magistrale e molto utile come materiale formativo. Gesti immotivatamente violenti, artistici, senza destinatari precisi, non selettivi, sostenuti da precise e minime manie di persecuzione personali.
In quel contesto il monologo diventava materiale di studio.
Io ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non ha il diritto di chiamarmi assassino. Ha il diritto di uccidermi, ha il diritto di far questo. Ma non ha il diritto di giudicarmi. E’ impossibile trovare le parole per descrivere ciò che è necessario a coloro che non sanno ciò che significa l’orrore. L’orrore ha un volto. E bisogna farsi amico l’orrore, orrore, terrore, morale e dolore sono i tuoi amici. Ma se non lo sono, essi sono dei nemici da temere. Sono dei veri nemici.
Ricordo, quand’ero nelle forze speciali, sembra migliaia di secoli fa, andammo in un campo, per vaccinare dei bambini. Lasciammo il campo dopo aver vaccinato i bambini contro la polio. Più tardi venne un vecchio correndo a richiamarci, piangeva, era cieco. Tornammo al campo: erano venuti i vietcong e avevano tagliato ogni braccio vaccinato. Erano là in un mucchio. Un mucchio di piccole braccia. E mi ricordo che ho pianto, pianto come una madre. Volevo strapparmi i denti di bocca, non sapevo quel che volevo fare. E voglio ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo, non voglio mai dimenticarlo.
Poi mi sono reso conto, come fossi stato colpito.. colpito da un diamante, una pallottola di diamante in piena fronte.. e ho pensato: mio Dio che genio c’è in questo.. che genio, che volontà per far questo.. perfetto, genuino, completo, cristallino, puro.
E così mi resi conto che loro erano più forti di noi, perché loro la sopportavano.
Questi non erano mostri, erano uomini, quadri addestrati, uomini che combattevano col cuore, che hanno famiglia che fanno figli che sono pieni d’amore ma che.. ma che avevano la forza.. la forza.. di far questo.
Se io avessi dieci divisioni di questi uomini, i nostri problemi qui si risolverebbero molto rapidamente.
Bisogna avere uomini con un senso morale, e che allo stesso tempo siano capaci di utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere senza emozioni, senza passione, senza discernimento.
Perché è il voler giudicare che ci sconfigge.
Mi preoccupa che mio figlio possa non capire ciò che ho cercato di essere.
E se dovessi essere ucciso, Willard, vorrei che qualcuno andasse a casa mia e dicesse a mio figlio tutto. Tutto quello che ho fatto, tutto quello che lei ha visto.
Perché non c’è nulla che io detesti di più del fetore delle menzogne.
E se lei mi capisce Willard, lei farà questo per me.
Dopo di che si procede normalmente.
Si comincia a firmare tutto Aleks Kuntz.
Racconti.
Testi.
File.
Qualsiasi cosa.
Più o meno fino al 2008.
Probabile che in giro per Internet esista ancora materiale molto acerbo e giovanile firmato così.
A volte il diritto all’oblio arriva da solo, per prescrizione non richiesta.
Il nome funziona anche graficamente.
Perché mettendo i puntini alle iniziali viene fuori A.K.
Cioè la sigla di Avtomat Kalashnikov, probabilmente la più riuscita invenzione dopo la penicillina e i dilatatori anali per la stipsi di cui si è già parlato altrove.
Un oggetto perfetto.
Il più performante, longevo e fulgido esempio di disegno industriale applicato al concetto di fucile d’assalto per fanteria leggera.
Le iniziali tornano utili anche quando si mettono dischi in un disco club per comunisti e alternativi fiscalmente trasformato in circolo ARCI.
Uno che di nome d’arte fa Kalashnikov che mette la Carrà per una platea di catechisti fricchettoni con la canna. (cit.) Che cosa vuol fare, umorismo malsano?!
Tutto perfettamente regolare.
Nel frattempo succede anche un’altra cosa.
Con il tempo si fa pace con il proprio nome.
E in effetti è un buon nome.
Anche il nome di Domenico da Guzman, quel sant’uomo che, per un viscerale bisogno di controllo di regnanti e cardinali porci dell’epoca, mise in piedi quella struttura organizzativa della persecuzione con categorie precise:
gatti neri
galli neri
esseri umani dai capelli rossi (figli alla strega, da accoppare quanto prima) donne sole che si strofinavano la scopa di saggina sotto le gambe senza sapere che nella saggina c’erano principi attivi capaci di taroccare il cervello e da cui probabilmente nasce l’idea che le streghe volino sulla scopa
villaggi che mangiavano pane fatto con segale contaminata da Claviceps purpurea, il fungo della segale cornuta: errori di conservazione, pane allucinogeno, mondo nuovo di Aldous Huxley con qualche secolo di anticipo, e intervento dei villaggi vicini con forconi per riportarli nel qui e ora del tempo, di solito incenerendoli
A quel punto il secondo nome non serve più.
Anche perché firmare con tutte quelle lettere del nome e cognome è già abbastanza impegnativo.
Fortunato Ugo Bo.
Quindi si toglie.
Via il secondo nome e avanti andare.
Anche perché Domenico da Guzman, per fortuna, è esistito davvero.
Il Colonnello Kurtz invece no.
Non ha mai visto veramente i natali.
E nemmeno i capodanni.
