Non è la domenica che arriva. Sta già qui. La senti prima di aprire gli occhi, seduta sul bordo del letto con il peso opaco di qualcosa che non puoi discutere.
Bevi il sabato sera, non per allegria ma per calcolo.
Un goccio in più, anche due. Il gin scende netto, la girella di liquirizia dopo lascia un amaro preciso, quasi elegante.
Pensi: se dormo mezz’ora in più, la domenica sarà più corta.
Accorcio il tempo percepito, lo amputo.
La mattina però si presenta intera. Alle 6:27 sei sveglio, la lingua è spessa, la testa pulsa dietro gli occhi, la luce entra come un’Ispezione.
La domenica non si lascia ridurre.
Rimandi i riti non per pigrizia ma per occupazione militare del tempo.
Sposti la rasatura alla domenica come un’invasione pianificata. Schiuma sul cranio, lama, una passata, due, tre, quattro, fino all’effetto culo di bambino, fino alla superficie pornodiva, liscia e tirata, irreale.
La pelle brucia, sotto senti il sangue battere come se avesse qualcosa da dire. Ti guardi allo specchio senza abbassare gli occhi. La domenica arretra di un millimetro e resta.
Accendi Aghia Sophia dei CCCP – Fedeli alla linea a un volume troppo alto per quell’ora.
Tedio Domenicale, quanta droga consuma, tedio domenicale quanti amori frantuma.
Non sei mai riuscito a consumare droghe: la prima volta hai vomitato al primo spinello, acido in gola, marciapiede freddo sotto le mani, vergogna come un odore che non va via. Eppure ascolti, come rito catartico, come se bastasse.
Può darsi per una volta porti bene.
Tu non reggi le sostanze, tu reggi le conseguenze.
Indossi il pantalone della tuta, solo quello.
Sopra un dolcevita molto elegante, morbido, la lana che accarezza il collo mentre le caviglie restano nude, esposte.
Esci alle sette, tragicamente presto.
L’aria è metallica nei polmoni, incontri altri insonni tediosi, si riconoscono senza salutarsi. Quindici anni fa lo dicevi serio: la tuta è il club dei potenti, è il grembiulino della P2 ma meno assassino, è l’uniforme di Barack Obama quando non governa, di Sergey Bubka quando non salta, del re dell’Armenia in esilio quando non ha più un regno ma conserva il Portamento – i potenti del pianeta li governano ancora loro tre, in gran segreto.
Il mondo stava cominciando ad andare in vacca e nessuno ci credeva, tu sì. Ora il tessuto ti cade addosso con meno convinzione.
Poi scrivi.
Approfitti della pausa dal lavoro e ti dici che è per piacere.
Programmi i pezzi sul blog, costruisci la scaletta, fai in modo che questo stesso testo esca di domenica, come un’autodenuncia.
Scrivi che odi la domenica e mentre lo scrivi ritorna quella dei sedici anni. Rosalba, che come nome è evocativo e promettente, ma le albe domenicali sono sempre “Non c’è fantasia possibile che valga un’alba blu, anche se genererà una giornata di merda” (e questi sono i CSI, naturale evoluzione dei CCCP dopo la caduta del Muro e quindi valgano come reazione ad una obsolescenza mal programmata).
Lei, alternativa per estetica, canne come punteggiatura, ti invita a casa, è sola, è domenica. Dopo pochissimo la lavatrice vibra sotto il culo a lei e contro il pacco a te, come un motore trattenuto, le mani non sanno bene cosa fare ma fanno. Lei dice: dimmi una Poesia.
Dimmi una poesia, dimmi una poesia, dimmi una poesia.
Il tuo corpo fa una cosa, la tua voce ne evoca un’altra.
E tu non sai perchè ma scegli la fine di A Silvia di Giacomo Leopardi:
Anche perìa fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.
Parli di giovinezza negata mentre il sangue ti pulsa nelle tempie.
Succede tutto quello che deve succedere e solo dopo pensi: ma che cazzo di poesia sei andato a dire?!
Non smetteste per quello, lei trovò uno che accompagnava di più, con le droghe. Tu restasti fedele al tuo stile: infilare tragedia dove serviva leggerezza.
Anni dopo ci sono il matrimonio, il pranzo della domenica dai genitori, il figlio.
Il gin dopopasto, la liquirizia che gira lenta in bocca, l’amaro ti piace perché è misurabile.
Però è il resto che ti accascia: le spalle si abbassano di un centimetro, la schiena si incurva, il cuore batte regolare ma senza entusiasmo.
La domenica non è un evento, è un perimetro: dal letto alla scrivania, dalla scrivania alla finestra, dalla finestra al frigorifero.
Percorsi obbligati.
Ultima raccomandazione: non cercare di migliorarla, non cercare di salvarla.
Affilala.
Rendila epidermica. Falla passare sulla pelle rasata, liscia come culo di bambino o pornodiva.
