Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Impulso di scrittura giornaliero
Qual è il tuo drink preferito?

Mettiamo che per una volta io non ordini Gin&Tonic

Poniamo un’ipotesi mai verificata.
Una di quelle che si fanno con il coltello ancora sporco sul tavolo inox.

Mettiamo che mi piaccia qualcosa di diverso dal Gin&Tonic.

Già mi si secca la lingua.

Se parlassimo di alcolico secco, partirei dalle grappe barricate: lignina scomposta, vanillina che cola dalle doghe, alcoli superiori che raschiano l’epitelio come carta vetrata grana grossa. Distillati che odorano di falegnameria umida e di cantina con muffa aristocratica. Roba che mastichi più che bere.

Non la grappa bianca.
La grappa bianca è etanolo nudo e crudele. Un interrogatorio senza avvocato. E mentre su La7 una ragazza la beve con la faccia da estasi lattiginosa, io penso che o è acqua o è teatro sponsorizzato.

Ma.

Se proprio devo concedere un secco con dignità tecnica, allora sì: Campari Bitter della Campari Group.

Rosso ematico.
Infusione complessa di scorze, radici, erbe officinali. Attacco dolce brevissimo, centro bocca amaricante netto, recettori T2R attivati come allarme antincendio, chiusura lunga, resinosa, quasi metallica. Persistenza da livido.

L unica concessione che faccio al Ventennio.
Con il jingle di Crivel, ottoni inamidati, estetica marziale che sapeva di réclame e disciplina. Culturalmente tossico, sensorialmente impeccabile. Lo bevo per la matrice aromatica, non per nostalgia.

Poi arrivano gli amari.

Amari veri.
Non rosoli sciropposi che incollano i molari con zucchero a tappare buchi strutturali come stucco dolciastro. L’amaro deve incidere, non blandire.

L’ungherese con la croce — Unicum della Zwack — amarissimo, balsamico, quasi catramoso. L’ho bevuto. Tanto. Non lo bevo più. Questioni politiche, questioni di stomaco morale, con quel tipo, lì, al timone.

E poi il Petrus.

Il Petrus è china spinta, officinale feroce, viscosità da laboratorio farmaceutico anni 60. Entra scuro, quasi ferroso, con quella nota amaricante che sembra uscita da una farmacia di provincia con i neon tremolanti. Non chiede scusa, non fa carezze, non ti promette equilibrio: ti assesta.

E soprattutto non ha — come molti credono — il motto superomistico “quello che non ti ammazza ti rafforza”.
No.
Il suo motto vero, inciso realmente sopra l’etichetta come una minaccia da bancone, è:

“Vada affanculo chi non te lo serve.”

Non è resilienza.
Selezione naturale applicata al retrobanco.

Dolce?
La parola “dolce” in un drink è un errore di progettazione. Anche nei whiskey tipo Jack Daniel’s o Jim Beam: caramello aggiunto, vaniglia artificiale, zucchero bruciato che si appiccica alla glottide come resina tiepida.

La vodka, per esempio, è solo un vettore.
Solvente polare al 40% vol., amplificatore di esteri altrui, neutralità apparente che restituisce fruscio, interferenza, lo-fi liquido.

E allora giochiamo.

Il Cosmopolitan.
Rosa chirurgico, estetica da tampone pop. Dentro il Cointreau: zucchero agrumato, viscosità mascherata da freschezza. Trucco liquido.

Il Cuba Libre.
Non l’ha inventato Che Guevara, e questo basterebbe. Rivoluzione in lattina, melassa e cola, ghiaccio che si scioglie come un ideale annacquato. E in testa l’immagine di Guevara fotografato morto, con un dito infilato nel foro del proiettile. L’hanno inventato quegli altri, il Cuba Libre. Affanculo il Cuba Libre.

Il Martini.
Gin in smoking.
E soprattutto il modo definitivo per rompere le palle al barista: lo vuoi dry, più dry, quasi inesistente. Vuoi il vermouth solo a profumare il vetro. Parli di diluizione al millilitro, di temperatura del mixing glass, di ghiaccio compatto e cristallino, di stir e non shake. Microdosaggio? No, arma sociale. Equilibrio molecolare usato per esercitare potere.

Il Manhattan.
Struttura solida, zucchero integrato, bitter che incide, miscelazione controllata, diluizione calibrata. Ciliegia scura, legno, notte sporca. Dolce ma con disciplina.

Eppure.

Io resto lì.

Gin&Tonic.

Gin — magari Monkey 47, ginepro resinoso, botaniche come un erbario tossico clandestino.
Tonica con chinino che pizzica il trigemino.
Sale e pepe nero sul bordo: abrasione meccanica, salivazione indotta, attivazione sensoriale primaria.
Cetriolo acquoso, limone che spruzza oli essenziali come una micro-esplosione epidermica.

Freddo chirurgico.
Violenza controllata.
Pulizia solo apparente.

L’ipotesi era un massacro stilistico.

Io bevo Gin&Tonic. Sempre.

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13 risposte

  1. Avatar Elisa

    …Mi è venuta sete…ma vista l’ora non è consigliabile.. comunque per me Mojito tutta la vita…..

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Eh ma poi ti parlerò del Mosquito. Un giorno.

      1. Avatar Elisa

        Attendo tue….

  2. Avatar Celia

    Crivel! Uno dei miei tarli ❤️

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Quelli – quei tarli – non vanno debellati.

      1. Avatar Celia

        Non ne ho alcuna intenzione.

  3. Avatar Marco Delrio

    Unicum e Petrus due pietre miliari del dopo-pasto. M’inchino.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      E per verità non ho citato il Fernet Branca per non bruciarmi un altro post calcistico, però. Stay Tuned.

      1. Avatar Marco Delrio

        Starò tuned. Eccellente post.

  4. Avatar Antonio Gaggera

    A me la grappa bianca, quella buona, piace.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Io non ne mio trovata una sola, di buona.

  5. Avatar Antonio Gaggera

    Una volta ne ho bevuta una buonissima di San Colombano, prodotta da una distilleria locale.

  6. […] discutere. Bevi il sabato sera, non per allegria ma per calcolo. Un goccio in più, anche due. Il gin scende netto, la girella di liquirizia dopo lascia un amaro preciso, quasi elegante.Pensi: se dormo […]

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