Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Impulso di scrittura giornaliero
Hai bisogno di una pausa? Da cosa?

Capita.
Capita che a un criminologo come me – e se non ci credete cazzi vostri! – tra una relazione e un allegato, tocchino anche “lavoracci a cottimo“.
Mansioni di back-office morale: non si discute, si esegue.
Le istituzioni democratiche chiedono; io raccolgo. A valle, emetto fattura – spoiler, il pagamento solitamente arriva anche con un paio d’anni di ritardo, senza che sia prevista dal regime fiscale italiano la possibilità di compensare debiti e crediti.
La procedura è pulita, sterile, fuori. Dentro, no.
Tra gli incarichi ricorrenti c’è il censimento sistematico e settimanale degli annunci pubblicati sui portali usati dalle sex worker per promuoversi e fornire un contatto a chi cerca sesso mercenario.
Non siamo qui per giudicare, nè per descrivere, guai mai per eccitarsi.
Registriamo, STOP!

Il mandato è tecnico.
Niente tassonomie di prestazioni, niente folklore.
Si tracciano ricorrenze delle stesse operatrici, micro-spostamenti tra quartieri e pied-à-terre, tempi di permanenza nello stesso luogo o struttura, frequenza di refresh degli annunci.
Si osserva il ranking delle piattaforme: premium, semi-premium, discarica. Non si chiama classifica, ma tendenza.
Quando si scende di sito, spesso scende il cachet; quando si risale, è un tentativo di riposizionamento.
Poi si incrociano dati con catasti. Alcuni sono terze e quarte case, altri formalmente B&B che, nei fatti, funzionano come set temporanei: lenzuola standard, self check-in, orari compressi. Spoiler: sul sesso altrui ci mangiano in tanti e molto spesso il “protettore” (ormai figura retro e démodé) è l’ultimo anello della catena alimentare.
In coda si aggiornano i modelli.
Si chiude il file.

Un lavoro di accumulo.
Un’accumulo tutto uguale.

Gli annunci parlano la stessa lingua morta: “100% reale”, “no fake”, “foto verificate” — formule apotropaiche.
Errori ortografici seriali che resistono a qualsiasi proofreading ma cui nessuno presta più la minima attenzione.
Liste di superlativi che imitano un menu degustazione: “completa”, “senza limiti”, “total body”. Le immagini sono stock emozionali: luci da ring-light, pelle filtrata, tatuaggi ricorrenti; spesso sono trafugate, prese da performer note dell’hard, riciclate fino all’esaustione – eppure, riconoscibilissime per non essere quello che dovrebbero.
Come i panini del Mc in foto.

E poi c’è il lessico tecnico, che si deposita come polvere.
“Girlfriend experience” come promessa di normalità tariffata – baci come marito e moglie diventa l’alternativa nazionalpopolare. “Niente fretta” come ottimizzazione del tempo. “Discrete”, “clean”, “safe” come badge reputazionali. “Outcall” e “incall” per suggerire roba logistica. “Appena arrivata” come strategia di lancio e “Riparto domani” come urgenza artificiale.
Tutto funziona perché non pretende verità.
Qui si pretende continuità.

La ridondanza che mi pesa di più è un’altra, comunque: MILF.
Nata come categoria, finita come tappabuchi.
Io quel genere nel porno l’ho amato e frequentato con devozione commovente.
Ora viene applicata a qualsiasi età intermedia o avanzata perché il maschio operativo ha bisogno di un’etichetta stabile per non pensare.
Qui il dato non va segnato, nè commentato.
Dettagli che all’amministrazione non servono.
Eppure, per me sono il trauma.
Perchè una quota non trascurabile delle sex worker autonome censite ha superato i 55 anni. In più casi, per ragioni alimentari, continua a lavorare perché le alternative sono solo nominali.
E nei contesti socialmente esclusi — Bari inclusa — bisnonne cinquantacinquenni non sono un’eccezione statistica: sono l’esito di maternità precoci stratificate e di pochissime chiacchiere a casa su educazione sessuale e prima ancora educazione affettiva. Educazione all’amore di se stessi, massimamente. La parola resta, comunque: MILF.
La realtà, invece, slitta.
E fatico a capire cosa ci sia, nel desiderio di restare dietro quella porta, una volta che dalla MILF sono caduti i veli.
E, no, non è questione di estetica.

Il resto è meccanica.
Refresh ogni 24 ore.
Cambi di titolo.
Migrazione tra portali.
Prezzi che oscillano come spread.
Commenti assenti o sospetti.
Moderazione assente.
La pornografia diventa infrastruttura della promessa: non scene, workflow.
Il desiderio muta in traffico: click, contatto, transazione.
Il maschio utente: prevedibile, iperattivo, poco fantasioso.
Tutto misurabile. Tutto freddo. Pippa zero.

Il mio ruolo non prevede empatia. Mai preteso.
Io sono la tenuta operativa. Segno senza diventare parte del rumore.
Cinismo funzionale: reagire sarebbe antieconomico.

La stanchezza è un indicatore, non una colpa.

Eppure, ogni tanto, serve una pausa.
Non etica. Tecnica. Una sospensione dal dover trattare il desiderio come inventario, dal dover leggere la stessa promessa scritta cento volte, dal dover chiamare “categoria” ciò che è una persona, ma ridotta a campo compilabile.

Poi si riparte.
Il file resta aperto. Il protocollo pure.
Solo che, mentre chiudo l’ennesima scheda, mi accorgo di una cosa minima e sproporzionata: in una foto sfocata, sul comodino – l’unico scatto non rubato postato da qualche ingenua o qualche operatrice assolutamente inesperta o decisamente troppo fiduciosa nel mondo lì fuori – c’era una cornice.
Un dettaglio non brandizzato, non promozionale.
Stava là, fuori campo.
Non la registro. Ma per un secondo smetto di contare.

E mi serve la pausa.

***

Se anche tu lavori dove tutto è misurabile tranne ciò che resta fuori dal frame, fammelo sapere. Oggi non prometto soluzioni: solo interruzioni brevi prima di rimettere l’armatura.

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2 risposte

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Cioé, tipo… Buono?

Rispondi a Domenico MortellaroAnnulla risposta

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