Non hai una to-do list ordinata!
Non hai l’agendina con le spunte verdi che fanno cling come orgasmi amministrativi…
Non hai l’app che ti manda notifiche passive-aggressive tipo “complimenti, sei in ritardo”!
Non hai il rituale serale del bravo occidentale performante che guarda la lista e si sente una merda in 4K.
Soprattutto: non hai mai davvero “rimandato”.
Ragioniamoci un attimo.
Procrastinare è un verbo vigliacco. Implica senso di colpa, rinvio, masturbazione mentale infinita davanti al dovere che ti guarda e aspetta.
Io no. Io non rimando. Io saboto. Scientificamente. Ogni giorno.
La mia to-do list esiste, certo. Vive lì, come un mucchio di corpi oleati ed eretti in attesa. Email da scrivere, decisioni da prendere, telefonate che “sarebbe meglio fare”. Tutti in fila. Tutti che fremono per farsi spazio dentro di me. Una gang bang emozionale perfettamente consensuale…per loro, finché non entro io nella stanza con lo sguardo di chi non ha nessuna intenzione di partecipare.
La mattina mi alzo e so una cosa sola: oggi fingerò di aver fatto qualcosa.
Non so cosa. Non lo scelgo. Assolutamente casuale. Il punto è questo. Un task viene banalmente cassato. Non rimandato. Non spostato. Cancellato come se fosse stato eseguito.
Spunta invisibile. Godimento secco. Antiprestazionale.
Capisci la differenza?
La procrastinazione è edging.
Io invece vengo subito e me ne vado.
Il problema è che l’Occidente ha deciso che il valore di una persona si misura in output. Devi fare. Fare bene. Fare tutto. Fare prima. La to-do list non è uno strumento: è una museruola con i post-it. E io non ci sto. Io non mi ribello al compito. Mi ribello al concetto stesso di compito.
Per questo non chiedermi cosa non faccio. Non ne ho idea. Nemmeno io.
So solo che ogni giorno uno di loro — un dovere, un’attesa, una cosa “importante” — viene lasciato sul pavimento, ansimante, convinto di essere stato soddisfatto.
Tornerà domani?
Forse domani lo farò e semplicemente casserò un’altra cosa.
O forse scoprirò che non serviva e non lo rivedrò mai più – casting fallito, le faremo sapere.
E la cosa più bella è questa: io non mi sento in colpa.
Mi sento sovversivo.
Perché non sto fallendo.
Sto banalmente sabotando la definizione stessa di fallimento.
***
Se sei arrivato fin qui,
probabilmente anche tu hai qualcosa che oggi non hai fatto…
o credi di aver fatto.
Raccontalo. Senza spiegarti troppo.
Non limitarti a guardoneggiare pallido e assorto.
Qui sotto c’è spazio. E nessuno controlla le spunte.
Lets keep in touch!
