All’inizio mi parve una pratica di fiducia avanzata, una di quelle esperienze che vengono presentate come formative ma che in realtà richiedono una resa preliminare più o meno totale, un lento ma progressivo e inesorabile disarmo dell’io, affinché nulla resti in piedi se non la disponibilità.
Mi dissero che avrei dovuto lasciarmi guidare.
Io lo feci con una docilità che mi sorprese. Lei parlava con voce ferma, priva di esitazioni, una voce che non accarezza mai ma sa dove appoggiarsi, come una mano guantata di vinile nero che misura prima di stringere.
Ogni indicazione aveva la grazia severa di un comando travestito da invito.
I legacci non erano a me visibili, eppure li sentivo addosso con una chiarezza imbarazzante. Corde. Giri, su giri, su giri di corde di canapa. Parevano fatti di sequenze, passaggi obbligati, tempi che io non potevo accelerare né rallentare. Mi tenevano in posizione, non tanto il corpo quanto la postura interiore: schiena dritta, pensiero allineato, desiderio di non sbagliare che diventava una forma di immobilità. Oppure in guise che ancora adesso, nel ripensarci, mai paiono quasi incongrue, non anatomiche, impensabili.
Il lattice, o qualcosa che gli somigliava, saturava l’aria: una patina liscia e asettica che rendeva ogni gesto scivoloso, ogni parola potenzialmente indecorosa se detta fuori posto.
Lei correggeva con una precisione che aveva il sapore del cuoio. Non alzava mai la voce. Non serviva. Le frasi cadevano come corregge ben assestate, colpi asciutti che sembravano toccare la pelle e lasciare tracce profonde.
Così no.
Riprova.
Non è questo ciò che è stato chiesto.
Ogni osservazione era una sferzata verbale, una fustigata che io incassavo con la solerzia impaurita di chi teme di non essere all’altezza del rito. Il mio corpo reagiva prima della mente: il respiro si accorciava, le mani si facevano umide, la testa si svuotava in un silenzio obbediente.
Qualcuno, all’inizio, aveva parlato di parola sicura. Lo aveva fatto con una solennità che mi aveva confuso, quasi sedotto.
La parola sicura, spiegavano, serve quando il linguaggio ordinario perde la sua funzione protettiva. Quando il no diventa una variazione stilistica. Quando basta viene interpretato come esitazione controllata. Quando per favore suona come una concessione emotiva. Io compresi che le parole comuni erano state sequestrate, imbavagliate, ammanettate.
Come mi sentivo io.
Le richieste si susseguivano con una logica che non riuscivo a decifrare ma che sentivo pesare addosso:’imbracatura troppo stretta.
Restare.
Esporsi.
Ripetere.
Correggere.
Ogni passaggio era una nuova tensione, una scudisciata senza contatto che mi attraversava come un brivido di inadeguatezza. Accumulavo paure inutili eppure insistenti: cedere, tremare, essere l’elemento difettoso, il novizio che interrompe la sequenza.
Quello che non regge il gioco.
Provai a dire no. Non funzionò.
Basta. Non ebbe effetto.
Per pietà. Peggio ancora.
Capivo che serviva una parola estranea, fredda, priva di qualunque risonanza corporea. Qualcosa di rigido, industriale, morto. Una parola che non potesse essere fraintesa, né incorporata. La sentii salire dalla gola come un colpo secco, senza grazia. MI sembrò di averla conosciuta e masticata da sempre, dietro la sfera rossa che mi sembrava di avere in bocca, come una museruola.
Bachelite!
Il silenzio calò immediato, netto, come quando si allenta di colpo un nodo troppo tirato. Mi sentii cadere, stramazzare sudato al suolo.
Lei tacque.
Gli altri si immobilizzarono.
Per un istante ebbi l’impressione di aver infranto qualcosa di sacro.
Poi lei sorrise, per la prima volta umana.
Va bene così, disse.«
Per oggi possiamo chiudere.
Il task di gruppo terminò.
La mia team leader considerò che ero solo al mio terzo giorno di stage.
Potevo sciogliermi, più che venire slegato.
Lorenzo M. classe 1999, è uno stagista in ambito management e marketing operativo, attualmente impegnato in una sequenza quasi ininterrotta di tirocini presso aziende medio-grandi del settore servizi. Laureato in Economia Aziendale con indirizzo Organizzazione e Processi, ha sviluppato un interesse specifico per le dinamiche di leadership, la gestione dei gruppi di lavoro e le pratiche di delega verticale.
Nel curriculum dichiara con orgoglio una lunga lista di stage “portati a termine con successo”, che include esperienze in project coordination, brand alignment e team facilitation, spesso in contesti ad alta pressione relazionale. Particolarmente apprezzato per la sua affidabilità, la disponibilità costante e la capacità di adattarsi rapidamente a ruoli poco definiti.
Appassionato di cultura giapponese, studia da autodidatta lingua e ritualità tradizionali, con attenzione particolare ad arti del nodo, calligrafia e pratiche di disciplina corporea come forme di concentrazione e ascolto. Tra i suoi hobby figurano la fotografia di corde, la catalogazione di materiali tessili, la lettura di manuali di galateo aziendale.
Dai suoi journal personali, in parte trafugati:
“Mi sento più tranquillo quando qualcuno decide per me”,
“Ho paura di sbagliare, ma anche di essere lasciato libero”,
“Mi rassicura sapere che c’è un limite, anche se non lo vedo”.
Descrive spesso se stesso come “portato a seguire”, incline all’ascolto e alla sottomissione gentile delle proprie esigenze. Non ama esporsi, preferisce essere corretto. Crede profondamente nelle strutture, nei protocolli e nelle parole sicure, purché qualcuno le ascolti davvero.
***
Confessa.
Non spiegare.
Non giustificare.
Non raccontare la scena.
Scrivi solo la parola che useresti quando il linguaggio smette di proteggerti.
Quella fredda. Quella industriale. Quella che non può essere fraintesa.
Qui non si negozia.
Qui non si improvvisa.
Qui si resta finché si regge — e si esce solo chiamando le cose con il loro nome.
Se vuoi restare, impara a fermare.
Se non sai fermare, non sei pronto.
Scrivila.
E fallo come se qualcuno stesse già valutando se lasciarti continuare.
