Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Secondo te contano di più le esperienze o il carattere con cui nasciamo?

Uno ci può provare davvero.

Ci può mettere tutto l’entusiasmo del mondo, tutta la buona volontà, tutta quella fiducia un po’ ingenua che periodicamente riponiamo nelle macchine salvo poi ricordarci che, alla fine, sono pur sempre macchine. Ma no. Per una serie enorme di aspetti, almeno oggi, una macchina non sostituisce un essere umano. Non lo sostituisce proprio.

Prendete l’intelligenza artificiale.

Prendete la brillantissima idea di dirle: “Masterizzami una campagna di gioco di ruolo”. Non una cosa astrusa. Un Dungeons & Dragons classico. Mystara. Karameikos. Cioè la base. Il pane e pomodoro del fantasy. La Carbonara dell’avventura. Il minimo sindacale.

Capita che hai un paio di pomeriggi liberi, hai finito quello che dovevi fare, sei inchiodato in casa e ti dici: “Vabbè… e mo’ che faccio?”. Ecco. La risposta, per la serenità del vostro sistema nervoso, è: non cominciate nemmeno.

Perché puoi spiegarle in tutti i modi possibili che non vuoi l’ennesima favoletta high fantasy. Che non vuoi il cavaliere destinato dalla profezia a salvare il creato.

Che vorresti un mondo più sporco, più brutale, più vicino a una frontiera medievale dove il fango pesa più della magia, dove la fame è più concreta dei draghi e gli esseri umani fanno molta più paura dei mostri.

Che vuoi una campagna grimdark, dove il bene e il male non stanno scritti sulla scheda del personaggio ma si confondono continuamente, come è sempre accaduto nella storia degli uomini.

Niente.

Lei continua imperterrita.

Dungeon.

Missioncina.

Scatola cinese.

Ricompensa.

L’eroe.

Sempre.

Il cazzo dell’eroe.

Mai l’antieroe.

Mai il signore feudale moralmente ripugnante ma perfettamente coerente col proprio tempo. Mai il comandante disposto a prendere decisioni che il lettore o il giocatore possa davvero odiare.

Tipo, ma che ne so, così eh…

Brutalizzare un paio di prigionieri hobbit e dunque all’apparenza innocui infantili scherzosi e tutto il resto. Brutalizzarli con una mazza. O farli brutalizzare a un paio di sozzi goblin che mi tengo alla catena per questo genere di loschi e turpi affari.

Oppure possedere come si compete a un signore di frontiera la propria donna. O una donna che egli consideri propria perchè per estensione abita sulla di lui proprietà. E possederla in linea con l’idea che se nel 1980 l’uomo non doveva chiedere mai figuriamoci in qualche oscuro 980 senza mille!

O ancora accanirsi su donne e bambini in un villaggio di eretici. Facendo di loro gran fumo. Tutte cose che per altro sono assolutamente permesse a certuni, dalla storia e da certe IA applicate ai concetti di Difesa.

Ma evidentemente MAI applicati al mio concetto di divertimento.

Mai il protagonista che costringa il mondo a fare i conti con la propria parte peggiore.

E soprattutto c’è una cosa che mi manda letteralmente ai matti.

Il bisogno compulsivo di anestetizzare tutto.

Di addolcire.

Di istituzionalizzare.

Di prendere un personaggio volutamente oscuro, disturbante, sadico, costruito proprio per esplorare narrativamente il lato più sgradevole del potere e della frontiera, e trasformarlo in una specie di assessore comunale con problemi di comunicazione.

Come se la narrazione avesse sempre il dovere di correggere il personaggio invece che limitarsi a raccontarlo.

Mai che il mio personaggio possa restare fino in fondo il bastardo che è. Mai che il mondo gli permetta di essere davvero incompatibile con qualsiasi morale contemporanea. Appena prova a oltrepassare un confine, arriva sempre una specie di assistente sociale invisibile che gli mette una coperta sulle spalle e gli dice: “No, guarda… esprimiamo il disagio in maniera più costruttiva.”

E questa cosa, credetemi, non è solo una scelta narrativa. È proprio una scelta culturale.

Perché il problema non è che mi impedisca di vincere.

È che continua ostinatamente a voler migliorare il mio personaggio.

E io non voglio migliorarlo.

Voglio capire fin dove può precipitare senza che il narratore gli metta il caschetto, le ginocchiere, il modulo del consenso informato e il numero del consultorio territoriale.

Perché il grimdark non nasce per rassicurarti.

Non nasce per dirti che alla fine il bene vincerà, che tutti diventeranno persone migliori o che ogni protagonista debba essere moralmente presentabile.

Nasce esattamente per il contrario.

Per costringerti a guardare persone profondamente imperfette, talvolta perfino ripugnanti, e chiederti fin dove un essere umano possa spingersi quando il mondo smette di essere una fiaba e torna a essere una frontiera.

Ecco perché continuo a pensare che, almeno per fare il master, ci sia ancora parecchia strada.

Perché una macchina, appena vede il buio, prova subito ad accendere la luce.

Un bravo narratore, invece, qualche volta ha il coraggio di lasciarti dentro il buio abbastanza a lungo da farti capire perché fa paura. E, soprattutto, resiste alla tentazione di convincerti che chi lo abita, quel buio, in fondo sia solo un bravo ragazzo che aveva bisogno di essere capito.

Perché certe storie non servono a educare i personaggi. Servono a capire gli uomini. E gli uomini, purtroppo o per fortuna, non sono quasi mai educativi.

Io almeno, quando gioco, lo sono il cazzo di molto molto poco.

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Una risposta

  1. Avatar Sandro Battisti

    …ragione da vendere…

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