Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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[
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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Se per una settimana dovessi essere un animale, quale sceglieresti e perché?

Ok.

Ernia. Voce del verbo: ho avuto un’ennesima estrusione.

Ed è stata una sensazione agghiacciante, perché non è che me ne sono accorto dopo. No. L’ho proprio sentita succedere. In diretta. Come quelli che raccontano di aver sentito il croc della caviglia prima ancora di cadere. Solo che io, in quel momento, ero sur la set. Sul palco, diciamo così, che fa più internazionale e meno “stavamo parlando in un teatro di provincia”. E la prima cosa che mi è passata per la testa è stata di una lucidità terrificante.

“Porca puttana. Mo’ faccio la fine di Berlinguer.”

No, non perché mi sentissi particolarmente comunista. Ma perché quando il tuo corpo decide di aprire una vertenza sindacale mentre stai parlando in pubblico, la fantasia corre sempre verso gli scenari peggiori.

Il problema dell’ernia, poi, è che chi ce l’ha sa benissimo come funziona. La prima cosa da fare è provare a rimetterla dentro. Da solo. Non è una procedura particolarmente spettacolare. Non fa nemmeno tutto questo male, perché il grasso, bontà sua, di terminazioni nervose ne ha poche. Ti conosci, spingi un po’, accompagni e, nella migliore delle ipotesi, torna a casa come un figlio che aveva deciso di fare il brillante.

Sì.

Peccato che avessi la panciera.

Peccato che fossi in pubblico.

Peccato che stessi parlando di mafie davanti a una platea che, tutto sommato, meritava di portarsi a casa qualche riflessione e non l’immagine di uno che, a metà intervento, si mette una mano nei pantaloni per ricollocarsi gli organi.

Quindi ho aspettato.

Con una dignità che considero ormai una disciplina marziale.

Poi, finito tutto, salgo in macchina. Guido qualche minuto. Mi fermo. Tolgo la panciera. Aspetto che la pancia si rilassi.

E penso:

“Hop.”

Hop il cazzo.

Non è rientrata.

O, quanto meno, non completamente.

Ed è lì che ti rendi conto che una delle cose che più ti infastidisce non è l’ernia in sé. È perdere l’illusione di poter programmare tutto. Io sono uno che programma. Programma i libri, le giornate, i bonsai, i post, perfino il momento in cui dovrebbe riposarsi — salvo poi non farlo mai.

E invece ho il sospetto sempre più concreto che ci sia una voce dell’agenda sulla quale non avrò alcun potere decisionale.

Quella che, nel dialetto della Montagna, quello vero del Vesuvio e non il napoletano da fiction, si sintetizza con un’espressione meravigliosa.

“Quando m’aggia amputà ‘e ll’ernia.”

Perché il verbo è proprio quello. Amputarsi di ernia. Come se fosse lei, ormai, il pezzo di troppo.

Comunque, stay tuned.

Oggi dovrei prenotare la visita col chirurgo.

E, conoscendomi, finirà che anche questa diventerà una storia.

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3 risposte

  1. Avatar Antonio Gaggera

    Spero si sistemi tutto presto.

  2. Avatar F.L.

    Intanto ti auguro che si risolva presto senza tanti tagliuzzamenti. Però mi chiedo: perché programmare sempre tutto? Come dicono gli inglesi “shit happens” e quando accade in qualche modo è una sorta di liberazione. Non l’avevi programmato ma è successo. Purtroppo è l’ernia, ma in linea generale se si verifica ti obbliga a ripensare a soluzioni, a diventare creativo nel disordine che si è creato. Trovo che ogni tanto, eh mica sempre, la non-programmazione conduca a strade inaspettate e riveli di te altrettanto.

  3. Avatar gattapazza

    Affare fastidioso!

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