Cosa ami oggi che da giovane non sopportavi?
Allora non permetto a nessuno di contestare il fatto che stia violando il mandato di rispondere sempre alla domanda di ieri.
Nel senso: è vero. Lo sto facendo. Ma sto a casa mia e, soprattutto, non dovete rompermi i coglioni. Anche perché, per tutta una serie di ragioni, a quella domanda non avrei comunque risposto. Non per spirito di contraddizione, ma perché i presupposti stessi della domanda li avevo già dichiarati, spiegati, smontati e cordialmente accompagnati fuori dalla porta come si fa con quei parenti che alle tre del pomeriggio stanno ancora chiedendo un altro caffè. Se il punto di partenza è sbagliato, la risposta diventa automaticamente una perdita di tempo. E siccome il tempo è una risorsa esauribile e non rigenerabile, oggi facciamo altro.
E parleremo di una cosa che nessuno si aspetta.
Del mio inverecondo amore per le canzoni di Annalisa.
Sì, lo so.
Già vi vedo.
Quelli che mi guardano come se avessi appena confessato di collezionare sottobicchieri del Festivalbar o di fare volontariato nelle convention dei fan di Hello Kitty. Gli stessi che quando scoprono che conosco a memoria decine di canzoni neomelodiche, comprese quelle proprio pesanti di malavita, mi fissano e fanno: “Cioè… davvero?” Oppure quelli scandalizzati perché ascolto trap napoletana. “Ma quella è solo malavita messa in barre, rime e ritmo!” E io: “Sì. E quindi?” O meglio ancora: “‘Gnorsì.” Ma con quell’espressione scalzata, mica divertita. Quella di uno che pensa sinceramente che il problema sia vostro.
E la stessa identica incredulità esplode quando dico che Annalisa mi piace un botto. E preciso subito una cosa, perché vi conosco.
Non sto parlando soltanto di una questione ormonale.
Cioè, sarebbe disonesto negare che andare a un concerto di Annalisa comporti anche una certa piacevolezza visiva. Perché lei ha questa straordinaria capacità di vestirsi come una persona che è appena uscita dalla doccia, si è infilata l’intimo, si è guardata allo specchio del bagno e ha cominciato a cantare senza accorgersi che quello non era il bagno di casa sua ma il palco di San Siro davanti a sessantamila persone. E la cosa incredibile è che ci credi pure tu. Perché riesce davvero a sembrare una che canta davanti allo specchio. Fa le smorfie, si muove con quella naturalezza che tutti abbiamo in macchina quando cantiamo convinti di avere i vetri oscurati e poi scopriamo che al semaforo ci stanno fissando in cinque.
Ma non è quello.
O meglio, non è solo quello.
Perché se domani Annalisa mi chiedesse di sposarla… diciamo che la mia solidità matrimoniale avrebbe probabilmente bisogno di un brevissimo tavolo tecnico. Due minuti. Forse tre. Poi tornerei a casa, sia chiaro. Però quei tre minuti ci sarebbero. E detto questo, la ragione per cui la adoro è completamente diversa.
Io credo che Annalisa abbia fatto una cosa che sembra semplicissima e invece è difficilissima. Ha rimesso in piedi la figura della cantantessa-showgirl. Quella alla Madonna. Mezza ballerina, mezza cantante, mezza autrice, mezza fenomeno di costume. Guardate quante metà servono per costruire un intero che è molto più grande di tanti interi. Non c’è niente di nuovo. Anzi. È una roba che ha quarant’anni abbondanti. Però non te ne accorgi. Perché è fresca. Fresca proprio come diciamo a Bari quando una birra è talmente gelata che appena la tiri fuori dal frigorifero diventa croccante. E se una proposta vecchia di quarant’anni riesce a sembrarti nuova vuol dire che qualcuno l’ha capita profondamente prima di rifarla.
E poi c’è la cosa che veramente mi manda fuori di testa.
Annalisa scrive e costruisce canzoni che devono diventare hit. Lo sanno tutti. Lei per prima. Devono funzionare in radio. Devono avere il ritornello che ti resta in testa. Devono avere il video che gira. Devono sposare perfettamente il ritmo al contenuto. E il contenuto, se lo guardi con cattiveria, è spesso pure poca roba. Materialista. Poco intimista. Tardoadolescenziale. Con pochissimo sottotesto filosofico. Ma sapete perché funziona? Perché quello deve fare la musica leggera. E lo fa benissimo.
La domanda vera allora diventa un’altra.
Che cazzo ci trova uno come me, che passa metà della vita a farsi delle pippe mentali grandi quanto un piano regolatore urbanistico?
La risposta è semplicissima.
Le canzoni di Annalisa sono gigantesche pippe mentali.
Sempre.
Quasi sempre nascono da una botta emotiva, sentimentale, erotica, forse sessuale, comunque relazionale. E soprattutto sembrano tutte la stessa cosa: un messaggio che una persona avrebbe voluto mandare a qualcun altro e magari non ha mai mandato. Oppure ha mandato davvero. Virgole comprese.
Ed è qui che mi fregano.
Perché quelle parole… quelle precise parole… sono esattamente le cose che venti o trent’anni fa avrei voluto sentirmi dire da qualcuna con cui avevo una storia che a me non sembrava niente di interessante ma ci stavo dentro perchè lei era bona ed era presa. Proprio quelle. Virgole incluse. E quindi succede una cosa stranissima. Ogni sua canzone riesce a prendermi per i capelli – cioè la barba – e riportarmi di colpo dentro un pomeriggio d’estate di venticinque anni fa, quando aggiornavo Splinder convinto di stare scrivendo la cosa più importante del mondo e invece stavo soltanto facendo ginnastica sentimentale. Scrivendo esattamente un post come questo convinto che dall’altra parte la gente avrebbe detto “Nooooo non ci credo, gli piace Annalisa?!”
Insomma, diciamocelo.
Ho dei gusti musicali che spiegarli è un casino clamoroso.
E forse è proprio per questo che continuo a divertirmi così tanto.
