Secondo te qual è il modo migliore per gestire i pensieri negativi?
Onestamente, credetemi, non so che senso abbia mettermi qui a riflettere su quello che possa piacermi adesso che vent’anni fa mi avrebbe schifato o, viceversa, su quello che vent’anni fa adoravo e oggi mi lascia più freddo di un aperitivo analcolico. Che poi, a dirla tutta, non ricordo nemmeno bene quale delle due eventualità ponesse la domanda del generatore di WordPress. Ma alla fine, per il senso della risposta che sto per dare, cambia poco. Anzi, non cambia proprio un cazzo. Perché che il traffico scorra in una direzione o nell’altra, il casello è sempre quello. Facciamo così: scegliete voi se sto parlando di cose che oggi mi piacciono e prima mi facevano schifo oppure del contrario. Tanto il discorso va sempre a sbattere nello stesso identico muro. E no, non “ci sbatte”: ci sbattiamo. Con la fronte. Col muso. Mai col cazzo, che una gioia quella parte del corpo non la vede praticamente mai.
Il problema, infatti, è quella parola maledetta che gli italiani pronunciano con lo stesso entusiasmo con cui un bambino dice “gelato” e con la stessa comprensione con cui un pesce rosso affronta un trattato di fisica quantistica. Coerenza. Questa cazzo di coerenza. Quella roba per cui tu trent’anni fa pensavi una cosa, facevi una cosa, votavi una cosa, mangiavi una cosa, ascoltavi una cosa e, secondo una discreta parte dell’umanità, dovresti continuare a farlo fino al giorno in cui ti chiudono il coperchio della bara. E sono pure fieri di dirlo. “Io sono coerente.” Lo dicono come se stessero annunciando di avere scoperto la cura contro il cancro o di avere finalmente dimostrato l’esistenza del Punto G, che un giorno c’è, un giorno no, un giorno è un’invenzione patriarcale, un giorno è una precisa coordinata catastale della vulva. “Io sono coerente.” E bravo il coglione. Cioè tu magari sbagli la stessa cosa ogni santo giorno della tua vita, ma almeno nessuno potrà accusarti di essere incoerente. Complimenti. Una carriera costruita sul reiterato errore, ma con grande dignità.
Il fatto è che questa roba non me la sono inventata io. Non è che una mattina mi sono alzato, ho bevuto il caffè senza zucchero perché nel frattempo avevo già cambiato idea pure su quello e ho deciso di fare il filosofo da discount. Stanno i testi di neuroscienze. Stanno i divulgatori seri. E stanno pure una quantità industriale di fuffaguru che hanno visto i divulgatori seri fare numeri con questo contenuto e allora lo riciclano mettendoci tre emoji e una musica motivazionale sotto. Tutti, però, partono dalla stessa banalissima evidenza: il cervello è un organo. E gli organi cambiano. Si modificano. Si aggiornano. Proprio come il software. Solo che invece degli aggiornamenti di sistema arrivano le esperienze. E le esperienze sono la risultante di tutto quello che hai preso in faccia vivendo. Le persone che hai incontrato. Le cose che ti hanno fatto bene. Quelle che ti hanno devastato. Gli errori. Le figure di merda. Le vittorie. Le corna. Le letture. Le canzoni. Le perdite. Le cose che pensavi impossibili e invece ti sono successe di martedì pomeriggio mentre uscivi a comprare il pane. Tutto questo ti modifica. Scientificamente. Matematicamente. Biologicamente.
Per questo chi può dimostrare di non essere mai cambiato nella vita appartiene, più o meno, a due categorie. La prima è quella di chi non ha mai davvero vissuto. Eremiti. Asociali. Sociopatici. Carcerati in isolamento. Deprivati sociali — non depravati, che è un’altra categoria, molto più divertente. Gente che semplicemente non ha ricevuto abbastanza stimoli da costringere il cervello a ricalcolare il percorso. La seconda categoria è quella degli idioti. Cioè di quelli che davanti a qualsiasi stimolo nuovo hanno risposto sempre nello stesso identico modo. Gli equini della vita. Ciuchi. Asini. Muli. E credo sappiate benissimo perché, nella scuola gentiliana che rimpiango molto più della montessoriana, si usassero proprio loro come paradigma educativo.
Ora, se questa benedetta coerenza che sbandieri — e attenzione, io la coerenza etica la pratico e la rispetto profondamente — deve trasformarsi in un paio di paraocchi da cavallo che ti impediscono di guardare qualsiasi deviazione del paesaggio, liberissimo. Ma poi non offenderti se difficilmente arrazzerò dalle tue parti. Non perché io abbia deciso di cambiare tutto quello che sono ogni mattina appena mi lavo la faccia. Ma perché mi sembra di una tristezza cosmica vivere tutta la vita dentro lo stesso identico paio di mocassini, senza uscire mai dalla comfort zone, senza concedersi perfino il lusso della curiosità. Mi sa di lotta al meticciato dei concetti. Mi sa di difesa dei confini neuronali. Mi sa di sostituzione etnica delle idee vista come un problema invece che come il modo normalissimo con cui il cervello continua a restare vivo. Mi sa, insomma, di gente che preferisce avere ragione ieri piuttosto che capire qualcosa oggi.
E siccome, però, a quel maledetto prompt una risposta bisogna pur darla, eccovela. Una cosa che una volta adoravo e oggi molto meno sono gli amari dolci. Voi non avete idea del gusto quasi erotico che provavo davanti a un bicchiere di Padre Peppe, che resta una delle grandi eccellenze pugliesi, un nocino irrobustito da una quantità di erbe murgiane che se le metti tutte insieme probabilmente resusciti un cinghiale. Allo stesso modo ero quello che fino più o meno al 2010 metteva una bustina intera di zucchero raffinato nel caffè. Oggi mi pare quasi un sacrilegio.
Se invece devo andare nella direzione opposta, allora il caso più clamoroso riguarda la musica. Vent’anni fa non sopportavo neppure concettualmente che qualcuno osasse prendere la new wave inglese — quella santa, sacra, post punk, un po’ dark e un po’ suonata a cazzo prima che arrivassero i produttori a trasformarla in qualcosa di commerciabile — e decidesse di rifarla in un’altra veste. Una roba come i Nouvelle Vague mi sembrava un attentato al buon gusto. Li avrei arsi vivi in pubblica piazza. Poi cresci. Ti capita di ascoltarli davvero. Ti accorgi che sono dei geni assoluti perché prendono la New Wave, la trasformano in bossa nova e si chiamano Nouvelle Vague. Cioè fanno letteralmente il giro del mondo restando sempre sulla stessa onda. Nuova.
E allora, forse, il punto è proprio questo. Non abbiate paura di cambiare idea. Abbiate paura di non averne mai abbastanza per cambiarla.
Ok, comunque… tanto dovevo. Cordialità.
