Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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[
[

Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Se potessi cambiare il finale di un libro, quale sceglieresti?

La domanda di ieri non era questa.

Io tecnicamente sarei e sono madrelingua italiano.

Che già detta così sembra una di quelle certificazioni inutili che uno potrebbe appendere in salotto accanto alla laurea, alla foto del matrimonio e al primo scontrino fiscale emesso in autonomia. Madrelingua italiano. Dunque, teoricamente, l’italiano sarebbe la lingua che fluentemente e correttamente dovrei saper usare per esprimermi tanto a voce quanto per iscritto. E credo possiate testimoniarlo tutti — se mi leggete, ma pure se avete perso tempo a guardare qualche intervista professionale o militante in cui comparivo — che non sto millantando niente quando dico che l’italiano lo mastico abbastanza bene. Con registri diversi, sfumature diverse, parole alte e parole basse, periodi che sembrano usciti da una conferenza universitaria e altri che sembrano partoriti da un camionista colto fermo al casello.

Però mica parlo solo italiano.

Anzi, a ben guardare, non è nemmeno la mia vera lingua professionale.

L’italiano è la lingua del lavoro che non paga. Lo scrivere. Il militare culturalmente. L’editoria part-time, che è un lavoro vero ma viene retribuito con la stessa convinzione con cui certe zie ti danno venti euro a Natale e pensano di averti sistemato economicamente fino alla pensione.

Poi c’è il lavoro vero.

Quello dello studioso, dell’osservatore, del filtro.

Che è diverso dall’infiltrato.

L’infiltrato si finge qualcosa che non è.

Il filtro si mette in mezzo, assorbe, decanta e poi restituisce agli altri il concentrato.

E lì la lingua cambia.

Perché lì si parla una specie di mostro linguistico costruito con trentasette dialetti urbani della provincia di Bari, pesantemente contaminati da termini tecnici italiani e soprattutto dall’inflessione di Bari Vecchia.

Che non è il barese.

Come il romanesco non è il romano.

Come il vino della casa non è il vino.

Come il cantante indie non è il cantante.

Sono cose che sembrano uguali e invece no.

Bari Vecchia ha strutture sue, coniugazioni sue, follie sue.

In romano trovi “agnedimo”.

In barese trovi “andebb”.

E improvvisamente ti rendi conto che stai parlando una lingua che esiste ma non esiste, viene capita ma non troppo, sopravvive ma sempre meno.

E infatti questa lingua non è riuscita a cancellare quella precedente.

Il giovinazzese arcaico e ottocentesco dei miei nonni.

Che ormai parlo praticamente da solo.

Perché i VESSERÈ, i vossignoria anziani con cui avrei potuto conversare serenamente, sono quasi tutti morti.

E quindi oggi nessuno capisce più parole come Andech.

Che è il tratturo.

Oppure Sanizz.

Che è il terreno a maggese.

Oppure Pscrudd.

Che è tre giorni da domani.

E questa è una delle cose che preferisco raccontare agli esseri umani normali perché li vedo andare in cortocircuito.

A Giovinazzo puoi nominare i giorni fino a tre prima di oggi e quattro dopo oggi seguendo logiche che derivano dalla coltivazione dell’ulivo.

E tu capisci che certe comunità agricole avevano sviluppato una complessità temporale che oggi un manager con tre master e due smartwatch farebbe fatica a comprendere.

Poi c’è la lingua del cuore.

Che non è l’italiano.

Non è il barese.

Non è il giovinazzese.

È il vesuviano ottocentesco.

La lingua che parlavo con mia nonna paterna e con il ramo napoletano della famiglia.

E che con il napoletano della città moderna, della trap, dei neomelodici e delle serie televisive c’entra relativamente poco.

Loro dicono Meie.

Io dico Mihe.

Loro hanno una cadenza.

Io ne ho un’altra.

Ma entrambi continuiamo a chiamare la coscia con la stessa parola e quindi, in qualche modo, restiamo parenti.

Quella è la lingua del cuore.

Che mia moglie detesta.

Perché io guardo Gomorra e Mare Fuori senza sottotitoli.

Lei li rimette.

Poi mi guarda male.

E sostiene che io stia deliberatamente creando una categoria protetta di persone diversabili linguistiche all’interno del matrimonio.

Il problema è che nessuna di queste lingue va bene sul curriculum.

Sul curriculum non puoi scrivere: “Parla giovinazzese agricolo preunitario”.

Non puoi scrivere: “Conosce il vesuviano delle nonne”.

Non puoi scrivere: “Comprende perfettamente il barese criminale e quello portuale”.

No.

Sul curriculum devi scrivere cose tristi.

Inglese — Proficient Cambridge.

Spagnolo scolastico da sopravvivenza.

E basta.

Fine.

Come se tutta la tua vita linguistica fosse riducibile a due righe e a un certificato.

Per questo mi sento in dovere di chiudere con un servizio pubblico.

Perché le lingue sono importanti.

E soprattutto sono importanti le parole che sembrano uguali e invece rischiano di farti accoltellare.

Per esempio.

Se siete a Napoli e dite sfaccimme pensando di esprimere ammirazione, stupore o apprezzamento come farebbe qualunque pugliese mediamente funzionante, rischiate una esperienza educativa molto intensa.

Perché in gran parte del Meridione è una esclamazione quasi affettuosa.

A Napoli invece è una maniera parecchio offensiva e cantinara di riferirsi allo sperma.

E spesso dopo certe incomprensioni linguistiche si passa direttamente agli strumenti da taglio.

Viceversa, la parola sborrare in Puglia è un verbo assolutamente civile.

Identitario quasi.

Un panzerotto chiuso male sburra.

Una mozzarella può sburrare.

Una burrata nasce praticamente per sburrare.

E persino i morti, in condizioni molto particolari, possono sburrare.

Succede quando un loculo è stato sigillato male, senza adeguati sfiati, la pressione aumenta e la lapide decide di partecipare alla fisica applicata.

Nessuno si scandalizza.

Nessuno arrossisce.

È semplicemente il verbo corretto.

Per cui, ecco.

Tra inglese, spagnolo, dialetti, nonni, contrabbandieri linguistici e curriculum mendaci, credo che il vero insegnamento di oggi sia uno soltanto.

Occhio allo sperma in dialetto.

Perché cambia molto più velocemente delle frontiere.

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11 risposte

  1. Avatar alicespiga82

    Un post SPETTACOLARE! Io mi pento ogni giorno di non conoscere il bolognese. Lo capisco, ma non so parlarlo e nemmeno scriverlo. Una gravissima mancanza. Un pezzo di storia – famigliare, culturale, sociale – che se ne va. 💙

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Sì è quella paura di perdita che mi porta a non volerlo abbandonare. è una memoria per me.

  2. Avatar Papillon, fuga dall'isola del diavolo

    Al nord i dialetti si perdono molto di più che al sud… ma frequentando un paese a pochi km da Torino mi sto riappropriando di qualche vocabolo di piemontese, ritrovandomi a infilare frasi in diletto qua e la…

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Guarda io non riesco a rinunciarci!

  3. Avatar Sandro Battisti

    riesci a sconfiggere pure le idiozie social di wp – che non è social, dovrebbe ricordarselo ogni tanto…

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Non ce la fa!

  4. Avatar gattapazza

    Il dialetto seppure non proprio puro ma contaminato incide le parole nella carne.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      In alcuni casi è verissimo. Dalle mie parti coi soprannomi è micidiale.

  5. Avatar 2010fugadapolis

    Ecco, Domè, aiutami tu a spiegare ai romani che “mortacci tua” detto a Roma è (anche) una cosa carina ma detto a Napoli (pre o post non importa) è tutt’altro.
    Ma vale anche per “sti cazzi”, che se lo dici a Bergamo è segno di ammirazione, mentre a Roma vale al contrario.
    L’Italia è unita “sulla carta”, ma di fatto le tribù sopravvivono anche qui, ancora oggi.
    E se riesco a barcamenarmi e adattare il mio lessico alla persona che ho davanti al momento è solo perchè ho avuto la fortuna di vivere gli anni veramente “formativi” della mia vita in almeno dieci località sparse per tutto il Paese.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      E dire che in Università, a Scienze della Comunicazione sono tutti concordi nel dire che l’Italia la fece quel tale che sulla RAI – monoclinale – teneva le lezioni di italiano!

      1. Avatar 2010fugadapolis

        Nelle università, Domenico mio, non capiscono un cazzo. Sic est. 😉
        Onore al Maestro Manzi, a prescindere, ma non è quello il punto.
        Il punto è che le università sono la merda. La morte della cultura. Il mercato del pesce (con tutto il rispetto per i Mercati del Pesce) della cultura. Sai perché non ho una laurea? Perché in un momento di consapevolezza fulminante l’ho usata per accendere un barbecue e devo dire che non ha funzionato nemmeno tanto bene. Per il resto, non mi è mai servita a niente. 😀

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