Quale contenuto (libro, film, canzone) ti ha cambiato il modo di vedere il mondo?
Sembra strano ma la domanda a cui rispondo resta quella di ieri.
I finali dei libri non si toccano. Mai. Ma proprio mai. E già mi viene il nervoso che il generatore automatico di prompt di WordPress abbia anche solo concepito una domanda del genere. Perché qui non stiamo parlando di cambiare il colore delle piastrelle del bagno o di spostare il divano due metri più a sinistra perché “così prende meglio la luce”. Qui stiamo parlando del finale di un libro. Ma chi cazzo sei tu? Cioè davvero: chi sei tu che arrivi, dopo che uno si è fatto un mazzo così, ha passato mesi, magari anni, a scrivere, cancellare, riscrivere, bestemmiare in tutte le lingue vive e morte del Mediterraneo, a fare ragionamenti, pigne mentali, prove, lacrime, risate isteriche, notti insonni, docce da cui esci convinto di aver risolto tutto e invece ti sei ricordato solo che manca il detersivo… e tu prendi e dici: “Sai cosa cambierei? Il finale.” Il finale. Come se il libro fosse un panino al banco dei salumi. “Mi mette due etti di protagonista, ma il finale me lo faccia più sottile che sono a dieta.” Ma da dove cazzo viene fuori anche soltanto l’idea che una cosa del genere sia lecita?
Davvero WordPress incentiva questi comportamenti? Perché allora prepariamoci. Tra una settimana ci chiederà serenamente come riscriveremmo il finale della Divina Commedia facendo vincere Lucifero ai rigori. Tra due settimane quale scena del matrimonio rifaremmo con un cast migliore. Tra un mese arriverà il prompt definitivo: “Come inchiappetteresti l’animale guida del vicino?” E sia chiaro: l’animale guida vero. Il labrador del non vedente. Tanto il proprietario mica vede. Che è esattamente lo stesso livello di ragionamento. Non è colpa mia se il concetto di animale guida, una volta aperta la porta della depravazione logica, si sostanzia da solo. È il prompt che ci è arrivato. Io mi limito a seguirlo fino alle sue naturali, orribili conseguenze. Perché cambiare il finale di un libro è una nefandezza della stessa specie, con tutte le identiche, rivoltanti giustificazioni: “Tanto nessuno se ne accorge”, “Tanto migliora”, “Tanto l’autore ormai è morto”, “Tanto è solo un finale”.
No. Il finale è il posto dove uno scrittore arriva dopo averti trascinato per centinaia di pagine. È il conto da pagare. È la sentenza. È il colpo di pistola. È l’ultima nota. È il momento in cui tutto quello che hai scritto decide se aveva un senso oppure no. E arriva il primo stronzo col carrello della spesa pieno di detersivi, mozzarella in offerta e wurstel tre per due che pensa: “Mah… io avrei fatto diversamente.” Ed è una roba che poteva nascere solo alle nostre irrispettose latitudini. Quelle dove i libri si vendono tra il reparto ortofrutta e i croccantini per gatti. Quelle dove un romanzo compete per attenzione con le offerte sui pannolini. Quelle dove il lettore, certe volte, si convince davvero che leggere equivalga automaticamente a saper scrivere.
E allora mi prende una paura. Una paura vera. Ma che cazzo di brutto mondo aspetta il mio romanzo? Davvero voglio esporlo a cose così atroci solo per poter dire “sono uno scrittore”? Sì. Davvero. Perché, diciamocelo, nella vita ho già fatto di peggio. In questo mondo di merda ci ho perfino fatto un figlio. Quindi il concetto di esposizione al rischio lo abbiamo superato da un pezzo. Però una cosa ve la chiedo, con tutto il garbo possibile, con tutta la diplomazia di cui sono capace: non vi azzardate. Mai. A cambiare il finale di un libro.
