Ci stava una domanda, ieri, quando ho aperto il generatore automatico dei prompt. Che ormai sapete essere diventato una specie di navigatore satellitare emotivo, solo meno affidabile, più rancoroso e soprattutto programmato da qualcuno che evidentemente mi odia. La domanda chiedeva più o meno questo: quale serie TV vorresti rivivere? E io lì mi sono immediatamente bloccato. Perché rivivere in che senso? Rivivere le emozioni che ho provato guardandola oppure rivivere le emozioni che credo proverei se fossi io dentro quella storia? Perché sono due domande completamente diverse e come al solito il generatore automatico dei prompt dà per scontato che noi si sia tutti lì a capirci al volo come una coppia sposata da quarant’anni. Che poi è notoriamente la categoria umana che meno si capisce di tutte.
Facciamo allora che rispondo a entrambe.
Se si parla delle emozioni che una serie ha provocato in me mentre la guardavo, la risposta è una sola e non esiste nemmeno il secondo classificato. LOST. E già qui bisognerebbe aprire una parentesi. Perché LOST non è una serie televisiva. LOST è una setta. Una religione. Una parafilia narrativa. Una cosa che ti prende per mano e ti convince che ogni dettaglio abbia un significato, che ogni numero abbia una ragione, che ogni personaggio sia collegato a qualcosa di enorme e misterioso e che da qualche parte esista una spiegazione perfetta. Poi arrivi al finale e scopri che probabilmente la spiegazione perfetta stava in ferie.
Però Biondoddio quanto era bella la strada per arrivarci.
Perché l’Isola di LOST non è mica l’Isola dei Famosi. Da quella, se proprio ti rompi il cazzo, puoi sempre sperare che ti eliminino. Dall’Isola con la maiuscola di LOST no. Tu provi ad andartene e quella ti richiama. Come certi ex fidanzati tossici. Come certi mutui. Come certi gruppi WhatsApp di famiglia. E nel frattempo succedono cose. Succedono troppe cose. Si infittiscono misteri. Si accumulano simboli. Spuntano personaggi con cognomi di filosofi. Ci stanno scienziati, truffatori, assassini, uomini di fede, uomini di scienza, gente che vede cose, gente che sente cose, gente che probabilmente avrebbe beneficiato di una terapia lunga e costosa. E tu sei lì che ti fai trascinare dentro quella meravigliosa architettura narrativa che ancora oggi non sono riuscito a trovare da nessun’altra parte. E poi arriva quel finale che prende tutta la cattedrale gotica costruita per anni e decide di usarla come bagno pubblico. Però io continuo a volerle bene. Come si vuole bene a una persona che ti ha deluso profondamente ma che continua a occupare una stanza della tua testa senza pagare l’affitto.
Se invece la domanda è l’altra, cioè quale serie vorrei vivere davvero, allora non esiste nemmeno il dubbio. Game of Thrones.
E non perché mi piaccia l’idea di essere decapitato ogni tre episodi o tradito da parenti, amici, cani, cavalli e probabilmente pure dalla mobilia di casa. No. È perché lì dentro ci stanno emozioni che oggi la televisione ha quasi paura di raccontare. Ci stanno il potere, il desiderio, l’ambizione, la vendetta, la paura, la crudeltà e soprattutto quella splendida zona grigia in cui nessuno è davvero buono e nessuno è davvero cattivo.
Per dire: Khal Drogo. E no, non per la storia del guerriero barbaro, delle trecce o dei muscoli che sembrano scolpiti da uno che odiava profondamente le camicie. Ma per quel rapporto di possesso, dominanza, istruzione e trasformazione che costruisce con Daenerys. E che donna, Daenerys. Una che riesce a farti capire contemporaneamente perché gli uomini iniziano le guerre e perché le perdono.
Poi ci stanno i Bolton. E lì si entra nel reparto psichiatria applicata alle famiglie nobili. Perché i Bolton sono il negativo fotografico degli Stark. Sono quello che succede quando la crudeltà smette di essere un mezzo e diventa un hobby. E c’è qualcosa di spaventosamente affascinante in quei personaggi che sorridono mentre fanno le cose peggiori. Perché i veri mostri raramente urlano. Di solito sorridono.
E poi Tyrion Lannister. Il nano. L’uomo che entra in scena come una battuta e finisce per diventare uno dei pochi esseri umani realmente intelligenti di tutto quel continente pieno di re, cavalieri, profeti, sacerdoti, draghi e imbecilli. E forse è proprio lì il punto. Che il Grimdark funziona perché ti fa amare quelli che dovrebbero stare sullo sfondo. Ti fa odiare chi governa e affezionare a chi sopravvive.
Gomorra? Suburra? Romanzo Criminale?
No.
E non perché siano brutte.
Anzi.
Ma perché quelle non le ho mai guardate da spettatore. Le ho sempre guardate col peso del lavoro addosso. Con la deformazione professionale. Con la parte di cervello che invece di emozionarsi prende appunti. E quindi non vale. Sarebbe come chiedere a un idraulico se il suo film preferito è quello dove esplode una tubatura. Dopo dieci minuti comincia a guardare le guarnizioni.
Quindi no.
LOST per le emozioni che mi ha lasciato dentro.
Game of Thrones per quelle che vorrei vivere.
E se proprio devo essere sincero fino in fondo, probabilmente è un’ottima notizia che nessuna delle due cose sia successa davvero.
