Da chi ti senti più ispirato/a?
Ancora una volta ieri ho aperto la bacheca di WordPress chiedendomi, prima di pubblicare il post del giorno sotto la domanda di ieri, a quale domanda avrei poi dovuto rispondere perché diventasse il post di oggi. E già qui ci sarebbe da aprire una parentesi sul tempo. Sul tempo che passa. Sul tempo che programmi. Sul tempo che non programmi. Sugli Instant che diventano vecchi di un giorno già mentre li stai scrivendo e quindi nascono con la stessa serenità esistenziale di uno yogurt che scopre la propria data di scadenza. Che casino dover resistere e reinventarsi quando il tempo non è una linea semplice ma una specie di gomitolo lanciato giù dalle scale da un gatto psicotico.
Comunque la domanda era questa: qual è il tuo top tip per avere successo nella vita? E già “top tip” mi mette in difficoltà. Perché top tip? Perché non tap tip? O tip tap? O qui quo qua? Tanto ormai l’inglese motivazionale è diventato una specie di neomelodica per consulenti aziendali. Però il punto era chiaro. Si parlava di successo. E qui bisogna intendersi. Perché il successo non è la serenità. Non è la pace interiore. Non è la capacità di dormire otto ore filate senza svegliarti alle quattro del mattino convinto di aver dimenticato qualcosa. No. Il successo è quella roba lì fatta di classifiche, risultati, record, traguardi, medaglie, vittorie, podi, gente che arriva prima e possibilmente lascia gli altri dietro a mangiare polvere e recriminazioni.
Ora, al netto di quello che poteva pensare un fervente seguace del metodo Moggi nella prima metà degli anni Duemila, io non ho mai considerato il successo un fine. Per quelli sì, per quella religione lì sì: vincere, primeggiare, accumulare risultati, arrivare primi con ogni mezzo necessario, possibilmente facendo pure finta che il mezzo fosse soltanto un dettaglio amministrativo, una piccola formalità logistica, una telefonata sfortunata nel momento sbagliato. Per me no. Per me il successo è sempre stato un mezzo. Utile, certo. A volte necessario. Ma sempre mezzo. Perché a me, se proprio devo dirla tutta, vincere non è mai interessato più di tanto. A me è sempre interessato essere ricordato.
E qui la faccenda si complica. Perché uno potrebbe legittimamente chiedersi da dove venga questa fissazione un po’ morbosa per il restare nella memoria degli altri. Perché dovrebbe interessarmi occupare spazio nella testa della gente. Perché dovrebbe interessarmi lasciare una traccia. Perché dovrei desiderare di entrare nei ricordi altrui come un tossicomane strafatto di crack che passa la notte a scrivere HIC MANEBIMUS OPTIME su tutti i muri dell’immobile invece di limitarsi al più rassicurante “se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo”. La risposta è semplice. Dal fatto che sono ateo. Ma ateo proprio. Di quelli che non credono nell’aldilà. Non credono nella prosecuzione della propria esperienza. Non credono che dopo ci sia un sequel. E allora mi ritrovo inevitabilmente vicino a quella faccenda che spiegava benissimo Foscolo.
Che poi già il fatto che io dica “il Foscolo” mi fa ridere. Perché mettere l’articolo davanti ai cognomi è una roba che fa molto settentrionale, ma contemporaneamente fa pure molto scuola media. Tipo quando chiami tutti per cognome e l’articolo davanti serve a segnalare una confidenza che non hai mai davvero avuto. E quindi eccoci qua: il Foscolo. Quello dei Sepolcri. Quello che aveva capito una cosa semplice e terribile. Che continuiamo a esistere nei ricordi degli altri. E che dunque “sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna”. Che è una citazione altissima della letteratura italiana ma soprattutto, come tutti sanno, una citazione di Elio e le Storie Tese nella canzone Urna. E non accetto discussioni sul punto.
Quindi, se il fine è essere ricordato e il successo è soltanto uno dei mezzi che possono aiutarti a ottenere quel fine, qual è il mio top tip? Qual è il trucco? Qual è il segreto custodito nella grotta dell’eremita che vive sulle montagne e parla solo per aforismi? Niente. Letteralmente niente. Io applico soltanto due concetti.
Il primo è essere il più genuino possibile. Senza filtri. Senza troppi correttivi. Perché la gente riconosce immediatamente chi sta recitando e chi no. E se a questa genuinità ci associ un minimo di carisma, magari pure involontario, hai già fatto una buona parte del lavoro. I famosi sette secondi iniziali di cui parlano quelli che vendono corsi da novecentonovantanove euro più IVA servono più o meno a questo.
Il secondo concetto è la disciplina. Perché alla fine il mondo ricorda le persone per quello che producono. Un tornitore per i pezzi che tira fuori ogni ora e per quanto siano precisi. Un atleta per le prestazioni. Una pornostar per la capacità di trasformare in valore economico tutti i danni che il proprio organismo ha già accumulato e di farli diventare un punto di forza nei prodotti audiovisivi per adulti in cui compare. Un professore per le sgridate memorabili che riescono a cambiare la vita agli studenti. E uno come me per le cose che dice, per le cose che scrive e per il modo in cui prova a vivere in maniera compatibile con quello che dice e con quello che scrive.
Disciplina e spontaneità. Che sembrano due concetti incompatibili ma in realtà si tengono per mano molto meglio di quanto si creda. E proprio perché sono disciplinato e spontaneo, ogni giorno provo a ricordarmi una cosa semplicissima: non è una gara. O meglio, sembra una gara, ma non lo è. Il successo visibile è soltanto uno dei mezzi disponibili. Non l’unico. Non sempre il migliore. Non sempre quello necessario. Perché una cosa l’aveva capita benissimo quello che organizzò le Olimpiadi moderne quando tirò fuori la storiella della partecipazione. Che poi non era nemmeno una storiella. Perché a volte basta esserci. Basta partecipare. Basta sfruttare bene quei pochi minuti che la vita ti concede per metterti sotto i riflettori. E se in quei minuti riesci a lasciare qualcosa nella memoria degli altri, hai già ottenuto molto più di quanto raccontino le classifiche.
Tanto dovevo.
Cordiali saluti.
E cominciate bene questa settimana, inseguitori di successi del cazzo mio.
