Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Qual è un libro, un film o una serie TV che vorresti poter rivivere come se fosse la prima volta?

Ci stava una domanda, ieri, quando ho aperto il generatore automatico dei prompt. Che ormai, come vi ho spiegato, è diventato la bussola con cui cercherò di orientarmi nei prossimi giorni, settimane, mesi, stagioni. E per stagioni non intendo la primavera, che tecnicamente per un altro giorno ancora sopravvive come quei governi che hanno già perso la maggioranza ma continuano a occupare gli uffici per non lasciare le chiavi.
E la Meloni non c’entra.
Intendo l’estate. Quella che arriverà esattamente domani. Oggi è ancora domani meno uno. Quando leggerete questo post lui sarà già vecchio di sette, otto, nove ore. Dipende da quanto tardi andrò a dormire e da quanto presto mi sveglierò. 

Che è una frase che sembra una banalità ma in realtà è una definizione abbastanza precisa del tempo e pure del capitalismo.

Comunque. 

Ci stava questa domanda.
E la domanda chiedeva se esistesse, secondo me, un concetto o una qualche elucubrazione mentale che la gente tende a sopravvalutare in maniera criminale quando si parla di felicità.
Quindi tipo una cosa too much sulla felicità. Tipo quando il correttore automatico voleva scrivere non too much ma top much e per un attimo mi è sembrato più intelligente lui di metà della popolazione occidentale. 

E forse è proprio top much il problema. Perché esiste una cosa che tutti ripetono e rincorrono quando si parla di felicità. Tutti. E la rincorrono con una dedizione che rasenta lo stalking.
Con risultati che spesso includono codice rosso, servizi sociali, braccialetto elettronico e parenti convocati in caserma a spiegare che in fondo era sempre stato un ragazzo tranquillo.
Inevitabilmente e pervicacemente.

Prima però devo fare una digressione. 

Perché senza digressioni i post vengono dritti e lineari. E i post dritti e lineari sono come quei corridoi degli ospedali nuovi: puliti, efficienti e completamente privi di anima o con dentro troppe sofferenze come i programmi di Iannacone sul fine vita. 

Avete notato per esempio quanto siano inutili gli avverbi in -mente? Apparentemente.
Evidentemente.
Sostanzialmente.
Concretamente.
Praticamente.
Sono parole che occupano caratteri. E basta. 

I grandi scrittori appena ne vedono due nello stesso pezzo ti guardano come il maestro elementare guarda uno che ha mangiato la colla.
Però io li uso. Li uso perché fanno numero.
Li uso perché aumentano le battute.
Li uso perché contribuiscono a costruire quell’effetto burocratico-amministrativo che adoro. Quello per cui un testo sembra una determina comunale scritta da un impiegato che nel tempo libero legge Rodari e beve grappa.
E da questa unione tra documento amministrativo e linguaggio infantile vengono fuori figli consanguinei come il mio stile. Solo che i genitori non sono nemmeno parenti. Sono proprio nemici. Tipo Rometta e Giulieo. O Giulietta e Romeo. O quei due là che avete capito.

Comunque. Il concetto più sopravvalutato del pianeta sulla felicità è il fatto che la felicità vada perseguita – e dunque inseguita.

Sì. La felicità.
Quella roba che tutti vi dicono di inseguire.
Quella che i libri motivazionali trattano come se fosse un Pokémon raro.
Quella che i coach vendono a pacchetti da novecentonovantanove euro più IVA. Quella che gli influencer fingono di avere mentre fanno colazione davanti a una piscina che non è nemmeno loro – padrona è la banca o l’usuraio che gli ha affittato casa con contratto di comodato d’uso gratuito e qualche clausola violenta spiegata non a caratteri piccoli ma a concetti sussurrati sorridendo.

E tutti hanno capito esattamente un cazzo della faccenda.

Perché non è vero che se tu ti fissi con una persona e la insegui abbastanza quella persona finirà per amarti.
Non funziona così. Anzi.
Funziona esattamente al contrario.
Più rincorri una cosa, più quella cosa prende le distanze. Più le stai addosso, più cerca aria. Più la chiami, più mette il telefono in silenzioso. Più le scrivi, più scopri che esistono funzioni del telefono progettate apposta per non vedere mai più la tua faccia.
E vale per gli uomini, vale per le donne, vale per i concetti e vale soprattutto per la felicità.

Anzi, più quella per far rima con Teorema, di quel poveraccio di Ferrandini che la storia ha giustamente deciso di ricordare con un nome diverso perché Teorema era troppo bello per restare prigioniero di un cognome così.
Perché il punto di Teorema, se ci pensate bene, è proprio quello: arriva una cosa che tutti desiderano, tipo una donna, tu la tratti male e lei si dovrebbe legare a te?!
Ma col cazzo mio!
Quella scappa. E se le hai dato dei soldi, scappa coi soldi.

Ecco. La felicità fa uguale.

La gente passa la vita a inseguirla e quindi trattarla male, farle mancare l’aria, farla sentire soffocata e finisce inevitabilmente per ritrovarsi o col nulla in mano oppure con a fianco non la donna che credeva di inseguire, bella come la felicità, ma una pazzinculo disagiata o un pazzinculo disagiato.
 Perché il problema è semplice. Se rincorri una persona la soffochi. Se rincorri un’idea la deformi. Se rincorri la felicità la trasformi in un’ossessione. E l’ossessione, come ogni criminologo, psichiatra, prete, amante respinto e amministratore di condominio sa benissimo, produce quasi sempre guai, disagio, gente che scrive messaggi alle tre del mattino, persone che dicono “ti voglio solo parlare un attimo”, esseri umani fermamente convinti che la soluzione della loro vita stia cinquanta metri più avanti. E non c’è niente cinquanta metri più avanti. C’è un altro metro. Poi un altro. Poi un altro ancora. E tu continui a correre come un cretino.

Capito dunque? 

Non fate i cazzoni o le cazzone. Né i calzoni né le canzoni, come continua a suggerirmi il correttore automatico che evidentemente è stato programmato da qualcuno che odiava profondamente la lingua italiana. 

Non rincorretela la felicità.
Mettetevelo in testa. 

La felicità vi deve capitare tra i piedi. Voi limitatevi a stare nelle cose. Stateci male quando c’è da starci male. Stateci bene quando c’è da starci bene. Stateci e basta. Perché prima o poi la felicità vi farà inciampare. E già questo dovrebbe mettervi in guardia: tutto ciò che ti fa inciampare normalmente non è una benedizione ma un trauma ortopedico, un referto, una settimana di antinfiammatori e un fisiatra che ti guarda con l’espressione di chi sa già che non seguirai nessuna delle indicazioni ricevute.

E già questo dovrebbe dimostrarvi come il mio concetto di felicità non sia nella maniera più assoluta nè entusiastico nè positivista.

Eppure funziona così. 

La felicità non arriva quando la cerchi. Arriva quando smetti di cercarla. Quando il concetto degrada dall’idealismo alla realtà. Quando smette di sembrare una montagna sacra e diventa una cosa stupida. Una cosa piccola. Una cosa da niente. Tipo riuscire a scrivere un post. Tipo finire una giornata. Tipo sentirsi in pace per cinque minuti. Tipo non avere nessuno che rompe i coglioni. Tipo ridere da soli per una frase che non faceva ridere nemmeno mentre la scrivevi.

Per dirne una: io adesso sono felice. Non perché abbia trovato la felicità. Ma perché avevo l’ansia di non riuscire a scrivere. Avevo l’ansia di non riuscire a programmare. Avevo l’ansia di non sapere come gestire questo periodo. E invece qualcosa è venuto fuori. Una piccola cosa. Una cazzo di piccola cosa. L’ho buttata lì. Come viene viene. E a me piace.

Quindi sì.

Sono felice.

Ahia.

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4 risposte

  1. Avatar Sandro Battisti

    Strutturando una risposta a a una parte in fondo marginale del tuo post, ho un rapporto strano col solstizio lucente: sostanzialmente non mi piace, caldo e luce non sono la mia natura, però ogni volta che arriva – e mo’ so’ 61 volte – il senso della festa intensa mi prende, sarà forse perché da quel momento il buio è il freddo ha ideologici motivi per rimontare?

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      È la sindrome della Barriera. Puoi tornare a ripeterti che Winter is Coming.

      1. Avatar Sandro Battisti

        …che, a lungo termine, è pure vero 😁 solo che dirlo mentre fuori ci sono 40 gradi è poco credibile 🤣

      2. Avatar Domenico Mortellaro

        La climatologia purtroppo si mette tra i piedi sempre…

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