Qual è un luogo comune sulla felicità che secondo te è sbagliato?
Il cazzo di generatore automatico di prompt continua a confermarmi una teoria che sostengo da anni e che prima o poi verrà riconosciuta dalla comunità scientifica, o quantomeno da tre pensionati seduti davanti a un bar di provincia con la stessa autorevolezza statistica di una commissione parlamentare: gli algoritmi hanno sviluppato una personalità passivo-aggressiva e ci odiano. Solo così si spiega quello che è successo. Perché qualche settimana fa vi avevo già illustrato il mio piano d’emergenza qualora decidessi di reinventarmi come cantante indie. E il cantante indie, come sapete, non è un musicista: è una forma di sofferenza organizzata in accordi minori. Deve essere evocativo. Deve essere malinconico. Deve sembrare costantemente sul punto di ricevere una telefonata dalla banca, da una ex o da entrambe contemporaneamente. E soprattutto deve apparire sfigato. Ma non sfigato normale. Sfigato poetico. Sfigato da editoriale culturale finanziato con fondi pubblici.
Avevo già scelto il nome. Duenovembre. Anzi duenovembre tutto attaccato. Anzi tuttattaccato, che potrebbe già essere il titolo del secondo album. Perché se uno cerca una data concretamente più depressa del Due Novembre fa fatica. È il giorno dei morti. È il giorno in cui metà Italia va al cimitero e l’altra metà fa finta che non esista. E sotto il Tevere, oltretutto, “vai dai morti” è pure un modo elegantissimo per mandarti definitivamente a fare in culo senza risultare volgare. Certo, esistono pure venerdì tredici e venerdì diciassette. Il tredici perché erano tredici a tavola. Il venerdì perché Cristo lasciò le penne. Il diciassette perché VIXI e quindi “ho vissuto”, cioè sono morto, che è il modo preferito dei latini per trasformare una lapide in una minaccia passivo-aggressiva. Però venerdì17 sembra una bevanda energetica. Venerdì13 pare una catena di negozi. Duenovembre invece sembra proprio uno che registra canzoni dentro una lavanderia automatica mentre la fidanzata lo tradisce con un fotografo di matrimoni e nel frattempo scopre che la sua pianta grassa è morta. Ha la sofferenza giusta. Ha la muffa giusta. Ha la credibilità giusta. Fino ad allora comunque il nome resta prenotato. Lo dichiaro pubblicamente. Così nessun altro stronzo me lo ruba. Che gli indie questo fanno: fingono di non credere al mercato mentre cercano disperatamente di arrivare primi al banchetto.
Ma il punto non era questo. Il punto è che soltanto ieri mi ero ripromesso di spiegarvi perché dal diciotto in avanti le cose sarebbero cambiate. Solo che stamattina, preparando il post del diciannove — o del venti, perché io vivo costantemente tre giorni avanti e ormai la mia percezione temporale è quella di un commercialista sotto anfetamine o di un testimone di Geova che organizza il Giudizio Universale — mi accorgo che il prompt del cellulare si è finalmente riallineato con quello del computer. Per mesi i due hanno vissuto in linee temporali differenti. Uno stava nel presente. L’altro in una dimensione parallela. Sembrava una trama Marvel scritta da qualcuno che aveva perso il filo al terzo multiverso. E allora vado a controllare il prossimo prompt. E lì arriva la scoperta. L’infame. Perché non sta andando avanti. Sta pescando. Pescando a muzzo. Che dalle mie parti significa estrarre roba da un mucchio con la metodologia scientifica di una gallina che razzola in un cassonetto. Nessuna cronologia. Nessuna progressione. Nessuna logica. Prende una domanda vecchia e la rilancia nel presente come una bottiglia vuota durante un concerto neomelodico. E quindi adesso mi trovo davanti a un problema filosofico enorme: come continuare a scrivere ogni giorno, come continuare a stare nella bacheca reader anche generalista e soprattutto come continuare a sembrare me stesso senza farmi sostituire da me stesso. Che è molto più difficile di quanto sembri.
Nel frattempo sto scrivendo questo post da quel maledetto deposito da accumulatore seriale di cui vi ho parlato tante volte. Che già normalmente sembra l’incrocio tra una discarica sentimentale, un magazzino sovietico e la camera delle necessità di Hogwarts gestita da un geometra pugliese. Solo che adesso è peggio. Molto peggio. Perché è più pieno, più stretto, più rumoroso e soprattutto ormai abitato stabilmente da due sottomesti. Non sottomessi. Sottomesti. Categoria antropologica differente. Il primo è anziano, rompicoglioni e profondamente convinto che la neomelodica degli anni Novanta rappresenti il vertice assoluto raggiunto dalla civiltà umana. Ogni tanto lo sorprendo a fissare il vuoto mentre canticchia roba che sembra uscita da una cassetta lasciata troppo tempo al sole nell’autoradio di un contrabbandiere del 1987. L’altro invece è giovane, brufoloso, sfigatissimo e presumo albanese. Ma questo oggi, in edilizia, è quasi un marchio di qualità. Come DOP o IGP. Parla pochissimo italiano, odia la musica napoletana e si trova nella tragica situazione di essere alla sua prima esperienza. Per cui ogni cinque minuti il suo superiore interrompe qualsiasi attività per spiegargli qualsiasi cosa. Come si prende un attrezzo. Come si sposta una scatola. Come si guarda un muro. Come si gira una vite. Come si respira, probabilmente. E ogni spiegazione termina invariabilmente nello stesso modo: “Maestro, scusi, ma devo spiegare”. Sempre. Ogni cinque minuti. Come una litania. Come un rosario. Come il ritornello di una canzone di Gigi D’Alessio sentita troppe volte.
Per cui sì. Mentre cerco di capire cosa stia facendo questo algoritmo sociopatico. Mentre valuto seriamente una carriera come cantante indie chiamato duenovembre. Mentre combatto contro un sistema di prompt che ormai genera domande con la stessa coerenza narrativa di un sogno febbrile. Mentre vivo in un deposito abitato da un apostolo della neomelodica e da un apprendista che necessita di una traduzione simultanea dell’esistenza… voi, per favore, abbiate almeno la decenza di riconoscere una cosa. Venite a trovarmi un produttore di contenuti più duenovembre di me. Poi, eventualmente, ne riparliamo.
