Non che siate importanti per me.
Cioè sì, lo siete.
Però non montatevi la testa.
Questione di educazione col pubblico, più che altro.
Che poi è una bugia. Perché se fosse davvero una questione di educazione col pubblico non starei qui a scrivere questa roba quando potrei fare cose assai più utili, tipo lavorare, scrivere, dormire oppure fissare il soffitto interrogandomi sul perché l’essere umano abbia inventato il linguaggio per arrivare infine a commentare le foto dei tramonti con scritto “meraviglia” o “grande riflessione amico mio” sotto immagini che raffigurano una tazzina di caffè e un tramonto sul mare.
Però una spiegazione credo di dovervela.
Anche perché ho notato una cosa curiosa. Da quando ho smesso di passare sistematicamente sui vostri blog, da quando per tre giorni consecutivi non è arrivato il mio like, il mio commentino, la mia certificazione notarile che sì, avevo letto davvero quello che avevate scritto, una quantità sorprendente di persone è evaporata. Sparita. Dissolta. Come se qualcuno avesse staccato la corrente a un reparto di respirazione assistita alimentato a notifiche. La cosa mi diverte parecchio perché molti fanno i filosofi, i misantropi, gli asceti della parola, quelli che “io scrivo soltanto per me stesso”. Poi però togli una stellina e assisti a crisi mistiche che Santa Teresa d’Avila al confronto sembrava una persona equilibrata. Solo che lei almeno aveva un angelo col dardo. Qui ci stanno le statistiche di WordPress. Io almeno il mio narcisismo lo dichiaro. Lo considero una forma di igiene personale. Se sei egotico e lo ammetti sei una persona sincera. Se sei egotico e fai finta di no diventi semplicemente uno stronzo come tutti quelli che dici di disprezzare.
Sapete benissimo perché è nato questo posto.
Nato come palestra. Come addestramento. Come luogo dove fare flessioni con le parole. Dove tenere in allenamento una voce che non fosse quella accademica che uso quando lavoro.
Dove sporcare le mani. Dove fare esperimenti.
Dove verificare se una voce narrativa riesce a reggere cinquanta post consecutivi senza esplodere come una Peugeot usata acquistata da un cugino che giura di averla guidata soltanto la domenica. E mi ci sto divertendo. Parecchio.
Con alcuni di voi è pure nato qualcosa che assomiglia a un dialogo. Non amicizia, che è una parola grossa e va maneggiata con le stesse precauzioni delle granate, ma sicuramente una frequentazione civile.
Però sapevate pure che questo giorno sarebbe arrivato.
Perché il tempo è una risorsa finita. Non è una raccolta punti del supermercato. Non è una carta fedeltà. Non si accumula. Non si rigenera. E soprattutto non gliene frega un cazzo delle nostre intenzioni.
Io scrivere continuo a dover scrivere. Solo che adesso devo scrivere altrove.
Perché l’Instant richiesto è diventato improvvisamente due Instant richiesti. Che detta così sembra una diagnosi medica inquietante, tipo “abbiamo trovato qualcosa ma non sappiamo ancora quanto sia grave”, mentre in realtà è una bellissima notizia.
Molte scuole hanno chiesto una versione semplificata per progetti scolastici utilizzabili anche nella secondaria inferiore.
Il che significa prendere una materia che normalmente viene servita con coltello, forchetta e bestemmia e trasformarla in qualcosa che possa sopravvivere all’impatto con tredicenni che vivono immersi in TikTok, Fortnite e nella convinzione che Napoleone sia probabilmente un personaggio secondario della Marvel.
E già questo basterebbe.
Ma poi è arrivata la telefonata.
Quella con una delle due agenti che stanno seguendo il romanzo. E lì arrivano le notizie che all’inizio sembrano brutte e poi scopri che sono bellissime. Mi viene spiegato che siamo ancora al primo giro. Che il giro è ristretto. Che si sta lavorando soltanto con editori di fascia altissima. Quelli che se ti prendono smetti di spiegare alle persone che scrivi e cominci semplicemente a scrivere. E soprattutto arriva una frase che mi è piaciuta parecchio: crediamo che il libro meriti una casa editrice di fascia top e che non sia ancora il momento di scendere a compromessi.
E già qui io faccio le fusa come un gatto obeso davanti a una scatoletta premium.
Poi arrivano i giudizi.
E qui viene il bello. Perché non sono stroncature. Nemmeno lontanamente. Sono quelle osservazioni che ti fanno capire che qualcuno il libro l’ha letto davvero. Mi parlano di uno stile innovativo. Di una ricerca evidente. Di una scrittura linguisticamente ambiziosa ma sempre governata. Di scelte narrative coraggiose. Di personaggi tridimensionali.
E soprattutto mi spiegano che la perplessità vera è una sola.
Una. Non dieci. Non venti. Una.
Mi fanno notare che in alcune parti del romanzo ho compiuto una scelta molto precisa. Ho compresso spazio e tempo fino quasi a renderli claustrofobici. Ho costruito ambienti chiusi, vicende compresse, sequenze emotive molto dense.
E questa cosa funziona.
Funziona talmente bene ma proprio talmente bene che il lettore viene investito da tutto quello che succede. Che è quello che volevo.
Il problema è che talvolta lo investe troppo bene.
Non perché i personaggi siano troppi. Non perché le emozioni siano troppe. Non perché ci sia qualcosa da togliere.
Ma perché quei personaggi e quelle emozioni meriterebbero qualche metro quadrato d’aria in più e qualche minuto in più per essere frequentati.
Mi stanno dicendo, sostanzialmente, che il libro funziona già così com’è ma che in alcuni passaggi basterebbe allentare leggermente quella pressione sul tempo o sullo spazio per permettere al lettore di stare con i personaggi invece di essere travolto da loro.
E la cosa più fastidiosa è che hanno ragione.
Di quella ragione insopportabile che riconosci immediatamente.
Di quella che ti fa dire: ma guarda questi figli di buona donna, ci sono arrivati loro prima di me.
E sapete perché non ci ero arrivato?
Perché io il romanzo non lo leggo. Io il romanzo lo scrivo. Le emozioni non le ricevo. Le produco. Non le subisco.
Mi ci faccio le seghe sopra. Oh, s’intende… narrativamente parlando, certo. Ma sempre seghe restano.
Quindi il piano di battaglia è semplice.
Da qui a fine luglio lavoro ai due Instant e rimetto mano a Nino.
Agosto me lo tengo per verificare che non sia rimasto qualche cadavere narrativo sotto il tappeto, perché settembre è il momento in cui il libro deve tornare a girare.
E nel frattempo qualcosa deve saltare.
Salta il post del pomeriggio.
Fine. Nessun dramma.
Nessuna crisi esistenziale.
Nessun pellegrinaggio spirituale in Tibet a cercare me stesso in compagnia di un lama che probabilmente vorrebbe essere lasciato in pace.
Mi leggerete una volta al giorno.
La mattina.
Se avrò tempo passerò da voi. Se non avrò tempo ci vedremo più avanti. Settembre non è lontano. E no, non per le riparazioni. Per tornare a romperci reciprocamente i coglioni come abbiamo sempre fatto.
Perché non è vero che non vi considero.
Restate sempre degli stronzomerdoni.
Però ormai siete i miei stronzomerdoni.
E purtroppo, per quanto mi costi ammetterlo, una certa differenza la fa.
