Forse troppo tardi.
Forse nel momento esatto in cui stamparono il volantino con il titolo della serata:“Mia nonna in reggicalze”. Che già non era un titolo.
Il posto era una creatura amministrativamente confusa, antropologicamente irripetibile e urbanisticamente abusiva: formalmente circolo Arci o forse Acli — nessuno lo capì mai davvero nemmeno dopo anni di frequentazione — sostanzialmente una discoteca semiclandestina con birra tiepida, fumo stratificato nei muri e un’utenza composta da chierichetti comunisti con la canna, post-punk di provincia col Moncler smanicato e gente che parlava di rivoluzione ma parcheggiava il Beverly del padre in doppia fila davanti all’ingresso.
Già all’entrata si capì che qualcosa stava deviando dal seminato antropologico previsto.
Il guardia di porta — che di questo blog è il dominus assoluto, incontrastato, quasi feudale e tengo a precisarlo perché so che ci tiene più di quanto tenga alla pressione arteriosa — stava facendo entrare persone con l’aria professionale di chi controlla documenti per una tratta navale nel Baltico, quando una collega uscì dal bagno degli uomini completamente devastata nello spirito.
Precisiamo. Era entrata per cercare la carta igienica. Non per esperienze liminali. Non per attraversamenti identitari. Non per teatro sperimentale.
Solo per Scottex.
Ne uscì bianca come una mozzarella lasciata al sole.
Urlò:“Dio mio! C’erano due che…”
E lì il linguaggio verbale crollò come crollano sempre le civiltà davanti all’evento puro. Restò soltanto il gesto. Un movimento disperato delle mani verso la zona pelvica. Una mimica da catechista colta da possessione.
E soprattutto una schwa urlata ad altissima voce, quella schwa che in certi punti della Puglia non indica inclusività linguistica ma un sentimento fisico, gastrico, quasi biliare. Una consonante muta pronunciata come se qualcuno avesse appena mostrato una salamandra viva dentro il sugo della domenica.
Ma era solo l’inizio.
Perché il problema non era nemmeno quello che la gente faceva. Era la serenità con cui lo faceva. Nessuno aveva previsto che quella sarebbe diventata, per moltissimi repressi di provincia, la prima vera zona franca dell’esistenza. Il primo luogo dove nessuno avrebbe detto:“Ma tu sei sicuro?”oppure:“Va bene tutto ma non esageriamo.”
E quando togli per la prima volta il freno a mano a un’intera popolazione emotiva repressa da decenni di oratori, sagre della braciola e zii con la canottiera che dicono “ai miei tempi”, succede che la gente non si limita a essere se stessa.
Va in overclock.
Ora.Senza evocare direttamente Bosch, Sodoma, Pasolini o i gironi danteschi con umidità al 97%, va detto che certi dettagli sfuggirono di mano molto rapidamente.
Una persona entrò con dress code sobrio. Camicia neutra. Jeans. Quasi bancario.Dopo quaranta minuti fu vista aggirarsi in perizoma leopardato e papillon coordinato, come se nel bagno avesse incontrato uno spirito guida sudamericano.
Un altro strappò letteralmente il microfono al dj. Salì sul palco con l’energia mistica di un televangelista pentecostale sotto ketamina. Indicò un povero cristo capitato lì probabilmente per bere una Peroni e forse ascoltare due remix degli Eiffel 65. Sobrio. Normalissimo. Vestito da eterosessuale da catalogo Unieuro. E urlò:“IN DIRETTA DAL VATICANO RAFFAELLA CARRÀ CI COMUNICA CHE L’UNICO CHE STA DAVVERO TRASGREDENDO QUI DENTRO È LUI!” All’epoca Raffaella Carrà non era ancora buonanima, ma già aleggiava come una divinità pagana protettrice del disordine glitterato.
E il dominus assoluto di questo blog — ripetiamolo ancora perché altrimenti si offende in modi che la Convenzione di Ginevra non contempla — ricordò che una scena simile gli era già successa molti anni prima, durante l’organizzazione del primo Pride di Bari con madrina Vladimir Luxuria, che salutiamo con il rispetto rituale dovuto alle figure che hanno attraversato la Puglia come comete queer in un cielo pieno di assessori democristiani. Lui il proprietario del blog era incaricato degli spezzoni della parata. Una frase innocente.
“Gestire gli spezzoni.”
Finché non ti trovi a parlamentare con il camion del Leather Club Veneto. E lì il cervello pugliese medio va in buffering. Perché davanti si materializzano uomini giganteschi con cappello in pelle da poliziotto motociclista dei telefilm americani tipo CHiPs, stivaloni di cuoio con la zeppa a metà giugno, torso composto esclusivamente da cinghie, fibbie e legacci che sembravano usciti da una selleria satanica di Amburgo.
Muscolosi. Oliati. Baffi a manubrio così fitti da avere un proprio ecosistema. Labbroni enormi.
E soprattutto quelle voci. Quelle voci in falsetto irreale.
Come se Ornella Vanoni fosse rimasta chiusa per mesi dentro una palestra della Wehrmacht.
E tu dovevi discutere con loro di visibilità, ordine del corteo e tempi tecnici.Con serietà istituzionale. Come se fosse normale.
Ma il punto massimo della serata “Mia nonna in reggicalze” doveva ancora arrivare. Perché verso la fine si produsse quella che ancora oggi viene ricordata come la conta dei reduci. Morti simbolici. Feriti etilici. Gente seduta sui marciapiedi che fissava il vuoto. Persone che ripetevano:“Io così non posso tornare a casa.”
E il bello è che nessuno pronunciò mai la frase che tutti volevano pronunciare. Perché c’era il patto dell’inclusività. Quel patto bellissimo e terribile per cui tutti fingono una serenità antropologica che però interiormente sta già urlando in dialetto.
Il giorno dopo, comunque, in paese si dissero cose che oggi non possiamo trascrivere. Non tanto per pudore. Più per sopravvivenza normativa. Ci piace immaginare che nel frattempo sia passata una qualche legge morale universale per cui certi termini siano stati banditi dall’umanità civile, anche se il proprietario di questo blog — dominus assoluto, satrapo oscuro, ultimo doge del disordine — continua a usarli nella sua personale dittatura editoriale sostenendo però, con una sincerità quasi commovente, di non averli mai davvero pensati con odio.
Che è una frase molto pugliese. Violenta. Ma anche stranamente sentimentale.
L’organizzatore della festa, comunque, quella notte non riuscì a tornare a casa. Non per il dress code. Quello era perfettamente coerente all’andata quanto al ritorno. Ma perché era ubriaco come un luccio astemio.
E la notte non si concluse con le pulizie. Non con le sedie impilate. Non con il cancello che si chiude. No.
Quella notte finì alle 19:47 del giorno dopo. Quando squillò il telefono del segretario del circolo. Numero fisso. Del paese. E già il fisso, in provincia, porta sempre cattive notizie.
Il segretario risponde.
Dall’altra parte una voce educata. Preoccupata. Di quella preoccupazione antica dei padri meridionali che non sanno dove mettere le mani quando il figlio non rientra.
“Pronto… sono il papà — non il padre, proprio il papà — di XXXXX…”
Pausa.
“Perdonami se disturbo ma sono un po’ in pensiero…”
Altra pausa.
“Mio figlio non è ancora tornato… so che ieri aveva una festa da voi…”
Silenzio.
“L’ultima volta che l’ho visto… era vestito da Amy Winehouse.”
Carla Ferranti (1978) è giornalista freelance con un’impostazione da assalto frontale: nome, tono e metodo coincidono. Scrive come vive le cose che contano, senza ammorbidire nulla. Ha pubblicato Bari non è una metafora (e altre cose che non si possono dire) e Apocalisse condominiale. Cronache inutili di una fine annunciata, entrambi per Edizioni Sottopiano, micro-casa editrice indipendente con sede dichiarata in un seminterrato abitato da tre soci e un gatto diffidente.
All’apparenza aggressiva e intransigente, è in realtà una donna di principi larghi, sposata con un ex atleta dilettante, madre di due figli e proprietaria di un jack russell ipereccitato e assicurato per danni a terzi. Coltiva hobby rumorosi e sociali: lunghe discussioni da bar, fit-boxe in solitaria come forma di controllo della rabbia, recensione di sigarette elettroniche. Beve cocktail secchi, secchissimi, senza guarnizioni inutili. Quando qualcosa la colpisce davvero, si concede articoli brevi sui microdrammi quotidiani. Scrive al vetriolo perché considera la tenerezza una forma di disattenzione. Nessuna indulgenza per se stessa nè per gli altri. Forse per il suo cane.
