Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Se potessi imparare all’istante qualsiasi abilità, quale sceglieresti e perché?

Bastardo.
Nella più pura e medievale accezione del termine.
Bastardo tu e figlio di bastardi.
“BastardOefigliodibastardA!”
Come mirabilmente amava dire uno dei poveracci baresi vittime del celeberrimo Trio Ciola, fenomeno cittadino tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quando gli anni si contavano ancora con una sana approssimazione di lustri e nessuno sentiva il bisogno di verificare ogni informazione su internet prima di raccontarla.
Il Trio Ciola, per i pochi che non ne abbiano mai sentito parlare, era sostanzialmente una organizzazione criminale dedita agli scherzi telefonici atroci, volgarissimi e di una cattiveria creativa che oggi probabilmente porterebbe all’apertura di fascicoli, interrogazioni parlamentari e almeno quattro podcast true crime.
Mai si capì davvero chi fossero quei tre. Sempre ammesso che fossero tre.
Esiste ancora il fondato sospetto che almeno due di loro fossero persone poi finite a fare spettacolo sul serio e che uno addirittura abbia conquistato una certa ribalta nazionale.

Ma, come tutte le storie popolari degne di essere tramandate, la leggenda è infinitamente più importante della verità.

E questo poveraccio, ogni volta che realizzava di essere stato fregato ancora una volta, che per l’ennesima volta aveva risposto serio a una telefonata assurda, che ancora una volta qualcuno si stava divertendo alle sue spalle, esplodeva nella ormai storica cellula lessicale tuttattaccata del “Bastardoefigliodibastarda!” che non è una semplice offesa.
No.
È un intero trattato genealogico.
Perché non ti sta dicendo che sei cattivo.
Ti sta dicendo che tua madre non saprebbe indicare chi sia tuo padre.
Che tua nonna probabilmente navigava nelle stesse acque.
Che il concetto stesso di albero genealogico nella tua famiglia assomiglia più a una riffa paesana che a una struttura familiare.

E siccome a Bari il successo lo fanno gli uomini ma sono le donne che governano davvero le cose importanti — l’igiene domestica, la pulizia, il decoro, l’educazione, la moralità, il giudizio degli altri e soprattutto il giudizio delle altre donne — capite bene che dare del bastardo a qualcuno significava mettere in discussione almeno tre generazioni di lavoro educativo e civile.
E infatti mia nonna per definire malissimamente un’altra donna non potendo ricorrere vista la mia presenza a parole come puttanaccia, bagasciona, brutta sifilitica e simili, diceva “Pittrina e Lurida” – dicesi pittrina persona incapace di rigovernare casa e dunque persona sommamente lurida e per metonimia grandissima zoccolona.

Vai insomma a capire che razza di gentaglia siano quelli della famiglia del bastardo dall’altra parte della cornetta, se già la madre non sa chi sia il padre e la nonna non sa chi sia il nonno.

Adesso però i tempi sono cambiati.
Molto cambiati.
Talmente cambiati che esistono interi registri culturali e filosofici e di vita che quella categoria morale l’hanno superata da decenni.

Per dire.

Ognuno di noi ha un cugino o una cugina punkabbestia.

Non fate gli scandalizzati. Ce l’avete. Magari non è il punkabbestia da cartolina con la cresta cementificata da sei anni di lacca, il chiodo borchiato pure a Ferragosto e gli anfibi militari della Germania Est comprati al mercatino esattamente dove una volta passava il Muro.
Anche se pure quelli esistono ancora e sono più numerosi di quanto pensiate.

E lasciatemi dire che quegli anfibi avevano anche una loro nobiltà storica, perché prima di finire ai piedi di un rivoluzionario anarco-libertario che vive di occupazioni e vino in cartone avevano probabilmente pattugliato un confine che divideva il Bene dal Male.
O il Male dal Bene.
 Dipende da che parte stavate.
Ma quando il Bene e il Male erano almeno chiaramente identificabili si viveva tutti più sereni. Più tranquilli. Meno confusi. Molto meno inclini a discutere su internet.

Dicevo.

Il punkabbestia esiste.
Sempre.
E non c’è nulla di cui vergognarsi.

Perché prima o poi interromperà la lotta al capitalismo per dieci giorni e verrà a fare le ferie allo stabilimento balneare di famiglia. Oppure si pianterà a casa vostra. Oppure verrà al mare con voi. Portandosi dietro il cane bastardo e molossoide — che non è il problema sebbene sia meticcio — e magari pure un amico o un’amica apparentemente single con figlio al seguito.
E voi guarderete quel bambino. O quella bambina.
E a un certo punto, perchè siete borghesi e avete il bisogno borghesemente di inscatolare le cose, vi farete inevitabilmente una domanda.

Non quella di Iannacone, che credo sia ricominciato ieri sera e che è una delle poche cose che riescono ancora a riconciliarmi col concetto di umanità. Non “e io che ci faccio qui?”.
No. Vi farete la domanda borghese.
Quella inevitabile. Ma lo farete in lingua inclusive.

“Genitrice uno è qui. Genitore due?”

E siccome il punkabbestia ospite non è quasi mai della vostra nazione, glielo chiederete a vostro cugino o vostra cugina, pure con garbo.
Tra una birra e una chiacchiera. E lui o lei vi risponderà ridendo.

“Boh. Che ne so. Jagermeister. Mi pare Capodanno.”

E no, non è ubriaco. Non è strafatto. Non sta provocando.
Ha semplicemente capito perfettamente la domanda e vi sta spiegando che quel bambino è nato da una combinazione statistica tra alcolici, festività comandate e ottimismo biologico.
Una cosa capitata. Una roba della vita. Una scommessa persa contro il calendario.

E chissenefrega, se lui sta bene e genitrice uno sta bene?
E sì, per quella vecchia faccenda del mater semper certa est, queste cose capitano quasi sempre quando genitore uno è donna e dunque genitrice. Perché se no almeno sapresti da quale preciso buco sia uscito il bambino e potresti procedere per esclusione. Insomma.
Esistono categorie umane che il concetto di bastardo lo hanno archiviato da tempo.

Ma non tutti.

Perché qualche settimana fa questa identica storia la stava ascoltando il mio trucidissimo testimone di nozze. Persona che non vota Vannacci soltanto perché considera Vannacci un pagliaccio e soffre sinceramente del fatto che idee che ritiene condivisibili siano rappresentate da un pagliaccio. E voi dovevate sentirlo.

“Bastardi comunisti senza Dio. Figli di puttana.”
Poi guardando me.
“Siiiiiiiiii, non dire niente. Anche tu sei coinvolto, purtroppo per la santa donna di tua madre. Perchè sei comunista e perchè per te questo è normale! Ma senti come lo dice sereno tuo cugino che per indicare il padre di quell’anima di Dio bisogna puntare la rastrelliera degli amari!”

E lì ho realizzato una cosa.
Possono passare secoli.
Possono cambiare le ideologie.
Le strutture familiari. I costumi sessuali. I modelli educativi.

Ma certi concetti morali non ricevono aggiornamenti software. Restano lì. Come Windows 95. Funzionano male. Ma funzionano.

E adesso voi direte: bello. Divertente. Ma che cazzo c’entra tutto questo con i posti che vorresti visitare?

E avete ragione.

Non c’entra assolutamente nulla.

Ma c’entra con il generatore automatico di prompt.

Perché è bastardo.

E figlio di bastarda.

Perché mi chiede ancora una volta quali siano i posti che vorrei visitare. Come se non glielo avessi già detto. Come se fossimo alla prima uscita. Come se non avessimo condiviso abbastanza caratteri da riempire una biblioteca civica di provincia.

Comunque.

Giappone.
Anche se continuano ad avere questa curiosa idea che le donne non debbano manifestare troppo apertamente certe manifestazioni di entusiasmo durante il sesso e anche se, per colpa dei miei tatuaggi in stile japan, dovrei frequentare metà dei luoghi pubblici vestito come un impiegato delle poste ad agosto. Che già è curioso. Diventi famoso nel mondo per una tradizione artistica. La gente se la tatua. Poi gli dici di coprirla. E valli a capire questi che non fanno godere le donne e pretendono pure che la gente nasconda la roba per cui sono famosi nel mondo.

Islanda.
E qui il problema è semplice. Bisogna aspettare che Ale raggiunga quell’età magica in cui siamo ragionevolmente certi che si ricorderà della cosa. Perché spendere una fortuna per portare un figlio a vedere geyser, ghiacciai e aurore boreali che poi dimenticherà tutto sarebbe una forma molto sofisticata di autolesionismo economico.

E infine Mongolia.
Perché credo sia affascinante visitare quello che nell’immaginario collettivo continua a sembrare uno degli ultimi posti rimasti almeno vagamente sovietici. E soprattutto perché vorrei verificare personalmente quella leggenda oscena ed eugenetica secondo cui tutti i mongoli sarebbero automaticamente destinatari di sostegno scolastico. Che è una sciocchezza cosmica. Anche se, va detto, il loro inspiegabile amore per Pupo continua a restare uno dei grandi misteri geopolitici dell’umanità.

Statemi bene.

E se siete bastardi, almeno cercate di essere simpatici.

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