In che modo sei cresciuto/a quest’anno?
Ha cambiato il prompt nella notte l’infame! Quindi vi beccate quello scritto già prima.
Proviamo a capirci, perché oggi davvero WordPress e il suo generatore automatico di prompt sono riusciti a essere un pelino stronzi. Ma nel senso buono. Nel senso dell’amico che ti vede tranquillo, rilassato, convinto di poter cavartela con una risposta da tre righe e invece ti tira una sedia tra le gambe e ti costringe a guardarti dentro. Che è una cosa che tutti dicono di amare finché non arriva il momento di farla davvero. Perché l’introspezione è un po’ come la palestra: piace molto come concetto, molto meno quando devi sollevare tu i pesi. E questa domanda, maledetta lei, obbliga all’introspezione, alla selezione e soprattutto all’invocazione del grande dio malvagio che governa il creato e che si chiama Sintesi.
Ora, la Sintesi è una divinità bastarda. Bellissima. Affascinante. Elegante. Sta lì come una Afrodite del linguaggio a ricordarti ogni giorno quanto sarebbe meraviglioso dire una cosa sola, precisa, chirurgica, perfetta. Però poi non esce mai con te a bere un caffè. Mai. Fa la preziosa. E questa cosa mi ricorda sempre quelle che ai tempi chiamavo le profumiere. Categoria antropologica oggi quasi estinta ma un tempo diffusissima. Quelle che ti facevano annusare il tester della loro persona per settimane. Ti passavano davanti. Ti sorridevano. Ti lasciavano intravedere possibilità. E poi appena ti avvicinavi abbastanza da capire se il profumo ti piacesse davvero partiva la sentenza: “Eh ma hai soltanto idea di quanto costi questo Eau de Parfum?”. Ecco. La Sintesi è identica. Ti seduce e poi ti lascia lì come un coglione con il campioncino in mano.
E immagino che molti di voi siano convinti che io oggi abbia bisogno proprio di lei. Perché magari pensate che essendo discretamente egocentrico, moderatamente narciso, abbastanza convinto di essere una persona interessante e assolutamente persuaso di avere sempre qualcosa da dire, io mi trovi davanti a una montagna di qualità personali e debba scegliere quale esibire. Una specie di sfilata di virtù in costume da bagno. Una onda di piena di autocompiacimento pronta a rompere gli argini e travolgervi sotto tonnellate di parole e di ottime qualità raccontate con pessima prosa e in bruttissima copia.
E invece no.
Anzi, il problema è esattamente il contrario.
Perché la cosa che più mi piace di me non è una qualità spettacolare. Non è una competenza. Non è un talento. Non è qualcosa che puoi appendere al muro in una cornice o raccontare al tavolo di una cena per sembrare affascinante. È una roba molto più piccola. Molto più silenziosa. E pure difficile da spiegare senza sembrare uno che si sta autoassolvendo da qualche peccato che nessuno gli aveva contestato.
Il punto è che quando fiuto la buona fede tendo a diventare enormemente disponibile.
E attenzione perché qui bisogna capirsi bene. Non parlo delle persone soltanto. Sarebbe troppo semplice. La buona fede può stare dentro una persona, certo. Ma può stare pure dentro una situazione. Dentro una condizione. Dentro un errore. Dentro un tentativo mal riuscito. Dentro una giornata storta. Perfino dentro una discussione che sta andando male. Alcune circostanze hanno una loro buona fede intrinseca. Una specie di onestà strutturale. Magari stanno producendo un disastro ma non stanno cercando deliberatamente di fare del male a nessuno.
E quando percepisco quella cosa lì succede qualcosa.
Non divento indulgente. Quella è la parola sbagliata. Indulgente sembra uno che distribuisce assoluzioni all’ingrosso come un parroco ubriaco durante la festa patronale. No. Io resto perfettamente capace di vedere i problemi, gli errori, gli spigoli vivi, le parti fastidiose. Però mi viene spontaneo cercare di comprenderli. Di ascoltarli. Di girarci intorno. Di capire da dove arrivano. E questa cosa vale per gli esseri umani come vale per il resto del creato. Vale per una persona difficile. Vale per una giornata storta. Vale per una relazione complicata. Vale perfino per quei periodi della vita in cui tutto sembra deciso a comportarsi come un cazzinculogravissimo organizzato con metodo scientifico.
E la cosa che mi sorprende ogni volta è che non si tratta di ingenuità.
Anzi.
Perché l’ingenuità è pensare che tutto sia buono. Io non lo penso affatto. Il mondo è pieno di stronzi. Alcuni professionisti. Alcuni dilettanti. Alcuni talmente portati che se esistesse una federazione olimpica dello stronzismo avrebbero già il record mondiale. Non è quello. È che quando non percepisco cattiveria deliberata mi accorgo di avere una tenerezza enorme per i difetti delle cose. Una tenerezza quasi commovente. Come se una parte di me continuasse ostinatamente a voler credere che l’imperfezione non sia una colpa.
E questa cosa mi piace.
Mi piace davvero.
Perché ogni giorno temo il contrario. Temo che il lavoro, il mondo, le persone, le notizie, le schifezze che vedo, le miserie che incontro, le cose che studio e quelle che osservo finiscano per abbrutirmi. Temo sempre che a forza di guardare certe cose uno diventi incapace di vedere altro. Che a forza di osservare il peggio si finisca per aspettarsi soltanto il peggio.
E invece poi succede qualcosa. Una persona. Una situazione. Una frase. Un gesto. Una fragilità qualunque. E mi accorgo che no. Che sotto tutta la ruggine accumulata c’è ancora quella capacità lì. Di provare empatia. Di avvicinarmi invece di allontanarmi. Di osservare senza sentirmi costretto a giudicare immediatamente. Di riconoscere una fatica e provare prima a capirla e solo dopo eventualmente a criticarla.
E diciamolo.
In un periodo storico in cui tutti sembrano avere una opinione immediata, una sentenza pronta, una condanna preventiva e un megafono sempre acceso, scoprire di essere ancora capace di quella cosa lì mi piace.
Mi piace parecchio.
Perché mi ricorda che sotto tutto il resto — sotto il professionista, sotto il padre, sotto il marito, sotto il rompicoglioni seriale, sotto quello che ogni tanto vi scrive questi papiri che nemmeno il Mar Morto — c’è ancora una persona.
E questa, tutto sommato, mi sembra una buona notizia.
