Da un po’ di tempo il concetto di abitare è diventato una roba liquida, viscida, tipo quelle pozze che non sai se sono acqua o altro e preferisci non indagare. Non esiste più “casa”. Esiste “esperienza abitativa temporanea”. Hosting, lo chiamano, che già nel nome sembra una cosa gentile e invece è una guerra silenziosa che sta mandando alberghi e pensioni non in soffitta — sarebbe dignitoso — ma proprio nel reparto dimenticato del museo, quello dove le cose aspettano solo la muffa o il camion della monnezza.
E questo, ma non c’entra, sta portando a Bari, nelle liste delle case popolari, pure gente con due stipendi. Due, avete letto bene. Due, sapete che non mi piace dirvi cazzate, per quanto possa sembrare. Leggete sopra, qui non si mettono filtri. Qui si fa pornografia di tutto.
E se per sfiga o per colpa di sceneggiatori che andrebbero processati vivi – l murte di Lolita Lobbbbosco, veh! che in barese significa che se i patriarchi di chi ha inventato la serie Lolita Lobosco non l’avessero fatta a Bari staremmo meglio! – abiti in un posto tipo la provincia di Bari — allora lo vedi succedere in diretta.
Lo senti. Lo annusi.
Il proprietario del sottano lurido da 40 metri quadri al pianterreno, quello che fino a ieri ospitava umidità e bestemmie, oggi ha già chiamato ingegnere e interior designer per trasformarlo in “experience”. Che è una parola elegante per dire: ti faccio pagare tanto per stare in un posto che ieri faceva schifo ma oggi ha due lucine calde e un cuscino messo storto. Ah sì, leggi alla definizione: casa-pollaio.
E lo fanno tutti con quella speranza tipica di chi sa che il sistema è talmente magmatico — affitti brevi, turismo diffuso, piattaforme, codici, cavilli — che finché non ti beccano vivi sereno, e quando ti beccano hai già fatto il tuo. Perché una ristrutturazione seria oggi ti costa minimo mille euro al metro quadro, e qui parliamo di gente che deve arredare pure, quindi via di Ikea?
No, pure Ikea ormai è lusso. Si scende sotto. Sottomarche italiane che promettono design e danno truciolato. Roba che la guardi e già senti la vite spanata. Assi non allineate, tolleranze fatte a cazzo, minuteria che sembra progettata per rompersi durante il montaggio.
Però fa scena nelle foto. E tanto basta.
Il problema è che a un certo punto queste ex stamberghe, rifatte su viso e culo col cerone, smettono pure di piacere. Perché l’offerta esplode, il gusto medio — anche quello più disperato — si alza un minimo, e quindi ti ritrovi con buchi vuoti per mesi.
E lì entra il piano B. Che non è nemmeno più un segreto.
B&B che diventano alberghi a ore. Ma non quelli romantici dei film. No. Roba operativa. Doppiette clandestine, incontri con professioniste che lavorano solo in uscita, quindi serve la location. Oppure mariti che vogliono mettere in condivisione con altri le mogli e vedere che fanno le mogli con altri e farcisi sopra ricchissime seghe ma hanno bisogno della location, se no la vicina li sgama.
E tu gliela dai.
E per lunghi periodi dell’anno quella diventa la destinazione reale. Non ufficiale, ma reale. E spesso sopra ci costruiscono pure un sistema: affitto breve a nero, rotazione di “modelle” che non fanno le modelle ma offrono esperienze privatissime a pagamento. Tutto molto fluido, tutto molto “non lo sapevo”.
Poi qualcuno ha detto: alziamo il livello.
Nasce la “luxury room”.
Che almeno è onesta. Non finge. Dichiaratamente uno scannatoio.
Però di lusso, eh. Luxury.
E quindi dentro ci trovi sempre le stesse cose: letto con forme ambigue di cuore, ammiccanti, roba che sembra dirti “forza, porco, non sei qui per dormire”, specchio al soffitto — si spera bullonato bene, perché certe sollecitazioni non sono teoriche ma molto pratiche — qualche pezzo di design tipo chaise longue che sembra Le Corbusier ma è il cugino povero con pelle sintetica che se ti sdrai nudo speri solo di non essere allergico. O speri di non beccarti la candida come vedremo dopo.
Poi la vasca idromassaggio.
O presunta tale. Perché certe volte è una tinozza cinese montata con la logica dell’enteroclisma: acqua che gira, entra, esce, ricircola come le fontanelle del presepe. Idromassaggio una sega.
E sull’elettrico meglio non indagare: tra acqua, fili e pressione aumentata con soluzioni creative, c’è da farsi il segno della croce prima di entrare.
Le docce con cromoterapia?
Spesso fatte in casa. Lucine, stereo, vapore e un grande boh sulle certificazioni. Però vuoi mettere? Fa atmosfera. E tanto ci devi stare due o tre ore. Magari una notte. Il rischio diventa parte dell’esperienza, dà quel brio che altrimenti manca.
Non venite a dirmi che gli spoiler vi smontano l’esperienza. Meglio divertirsi in sicurezza, sentite a me.
Fin qui uno potrebbe pure dire: vabbè, cazzi loro.
Ma “luxury” dovrebbe voler dire almeno due cose: esclusività e pulizia. Non dico il paradiso, ma almeno decoro. Biancheria pulita, roba uscita dalla lavasciuga, un minimo di kit: bottiglia SEMPRE promessa di champagne — promessa, attenzione — due flute, asciugamani monouso, ciabattine, qualche accessorio sanitario utile, tutto in teoria nuovo, intonso, pronto.
In teoria.
Perché poi, invece, tu che nelle luxury non ci vai e non ci sei mai andato che quando facevi il porco maiale a caso anche due volte al giorno con due diverse – non è vanto è ricordo non sempre compiaciuto – questi posti non esistevano, esci di casa la domenica mattina presto — io esco sempre a orari da psicopatico, tipo 6:55 per il caffè — e nel tragitto di quattro isolati trovi cinque dico cinque sacchettini dell’immondizia semitrasparenti da umido appoggiati sui mastelli della differenziata. Ordinati. Precisi. Ripetuti. Uno pure sul tuo portone. Tre domeniche di fila.
E dentro c’è sempre la stessa roba.
Una bottiglietta da 50cl di prosecco Maschio. Che già il nome è una promessa veramente disattesa di merda, e il contenuto è una roba veramente dolciastra imbevibile che non berresti nemmeno a canna in campagna alle quattro del pomeriggio per festeggiare un esame passato male – nel mio caso, Diritto Privato con Piepoli, a Bari. Due bicchieri di plastica rossi, quelli a scalini da Capodanno sottoproletario. Due blister di preservativi. Due preservativi usati. Cenere. Cicche. Sette. Di due marche diverse.
Identici.
Sempre.
E lì capisci.
Che qualcuno sistema sempre tra un cliente e l’altro. Almeno! Raccoglie. Ripulisce il visibile. Rende presentabile. Ma il resto? Dove va il resto? Dove finisce tutto quello che non dovrebbe stare nel sacchettino della domenica mattina?
E io me lo immagino.
Se sei lì, con poche ore, non apri gli armadi.
Non esplori.
Non ti interessa.
Ma se per caso ti serve un asciugamano in più, apri uno stipo a caso. E magari dentro trovi i cadaveri della settimana. Strati. Residui. Tracce. E ti passa la voglia di qualsiasi cosa. Perchè credetemi, i preservativi usati puzzano un sacco, dopo 6 ore. E se sei uno che è lì ad usarli perchè a casa non può, non so perchè, ma di colpo ti fanno più schifo. Ci senti dentro i tuoi sensi di colpa in putrefazione amplificati da tutti gli altri. E cominci a chiederti se anche le superfici dove hai messo il culo sono state trattate con la stessa dozzinale superficialità. E cominci a pensare a parole come candida, creste di gallo, scolo.
E allora mi chiedo.
Ma per quale cazzo di concetto di “luxury” uno dovrebbe pagare 250 euro all’ora?
Per una roba che forse puzza pure dei piedi di quello di prima? E di sicuro se apri qualche cassetto puzza sicuro di sborra rancida?
E soprattutto.
Questa è davvero la nuova idea di abitare?
Di esperienza? Di lusso?
Perché a me, giuro, al solo pensiero, si è rintanato tutto.
Meno male a Biondoddio che quando facevo io certe cose, tante credetemi, questi posti stavano ancora nell’utero intestinale del demonio che ancora li doveva cacare.
E quando dico che si è rintanato tutto, non è in senso metaforico.
