Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Qual è la tua stagione preferita? Perché?

A parte che questa domanda su quale sia la mia stagione preferita, non in questa forma precisa ma quasi identica, me l’ha già fatta il prompt di WordPress. E ormai sono convinto che siate voi. Voi lettori. Voi utenti. Voi frequentatori occasionali di queste pagine. Siete voi che vi siete organizzati in qualche setta segreta e state usando WordPress come una tavola Ouija digitale per farmi le stesse domande ciclicamente, perché siete parecchio incazzati del fatto che io abbia drasticamente ridotto il tempo che passo qui sopra e dunque sentite il bisogno di controllare se sono ancora vivo. E lo capisco pure. Del resto io stesso ogni tanto controllo se sono ancora vivo aprendo l’home banking o salendo una rampa di scale dopo pranzo.

Comunque la domanda mi è già stata fatta. Solo che era formulata in modo leggermente più colto. Qualcosa tipo: che climatologia preferisci? Che poi è semplicemente un modo elegante per chiedere “in che cazzo di stagione stai bene?”. E già qui mi pare che stiamo complicando inutilmente la vita. Anche perché il problema è che la domanda arriva fuori tempo massimo. Da anni ci ripetono che non esistono più le mezze stagioni. Che è uno di quei proverbi contemporanei che non sono proverbi ma scorciatoie mentali per gente che non ha voglia di ragionare. E la cosa meravigliosa è che questa frase veniva ripetuta già prima che mezzo pianeta decidesse che il cambiamento climatico fosse una faccenda seria. Io peraltro sono convinto che esista. Non sono invece convinto che ogni singolo granello della colpa sia dell’essere umano. Sono però abbastanza certo che l’essere umano, come sempre, stia riuscendo nell’impresa titanica di prendere una situazione complicata e renderla ancora più complicata.

Quindi stagione preferita? Quelle antiche. Quelle vintage. Quelle che non esistono più. Quelle che probabilmente oggi si troverebbero soltanto nei mercatini dell’usato climatico tra una VHS di Fantaghirò e una collezione completa di Almanacco del Giorno Dopo. Perché l’estate mi piace, ma mi distrae. Mi ruba tempo. Mi rende più lento. Mi accascia col sole come una lucertola anziana su un muretto assolato. E l’inverno, dal canto suo, mi sta simpatico quanto un funzionario dell’INPS che ti telefona il giorno di Natale per ricordarti che manca un modulo.

L’inverno porta freddo, pioggia, giornate corte e soprattutto una delle tragedie meno raccontate dell’Occidente contemporaneo: i bonsai che non fanno un cazzo. Dormono. Riposano. Entrano in letargo vegetale. E tu li guardi e loro ti guardano. O meglio, non ti guardano nemmeno. Ti ignorano con la stessa partecipazione emotiva di un adolescente durante una cena di famiglia. E a me questa cosa toglie una quota importante di piacere quotidiano, perché prendermi cura di quelle bestiole arboree capricciose è una delle poche attività che ancora mi fanno sentire una persona responsabile.

Se eliminiamo estate e inverno, dunque, restano le due mezze stagioni. Quelle che secondo il sapere popolare contemporaneo sarebbero estinte come i dinosauri e il senso della misura nei commenti Facebook. E tra queste due, lavorativamente parlando, la mia preferita è senza alcun dubbio l’autunno. Perché l’autunno contrae le distrazioni. Riduce il bighellonaggio. Rende socialmente più accettabile stare chiusi a lavorare dieci ore di fila senza che qualcuno ti chieda perché non sei in spiaggia a bere spritz tiepidi con persone che chiamano networking una chiacchierata inutile.

La primavera invece è una criminale. Una seduttrice. Una sabotatrice professionista della produttività. Perché aumenta la luce, aumenta la temperatura, aumenta la voglia di stare in giro, aumenta la voglia di prendere caffè, fare passeggiate, vedere gente, perdere tempo in modo magnificamente improduttivo. E io non sono uno che si sottrae a queste cose. Anzi. Il problema è che il tempo non è una variabile. Il tempo è la più tirannica delle costanti. E quando la primavera decide di ricordartelo, lo fa con una crudeltà quasi scientifica.

Dovrei odiare la primavera. Sul serio. Dovrei nutrire nei suoi confronti un rancore puro e incontaminato. E invece no. Perché da qualche anno ho scoperto che il mio bioritmo è molto più sensibile alla climatologia di quanto fossi disposto ad ammettere. E questo significa che tutta una serie di attività fondamentali dell’organismo, dal metabolismo alla libido, subiscono i cambi di stagione come un assessore comunale subisce un’inchiesta giornalistica ben fatta.

Attenzione: non sto parlando di psicopatologie serie. Quelle sono un cazzinculogravissimo autentico e chi ne soffre sa perfettamente quanto i cambi di stagione possano amplificare certe difficoltà. Io parlo di cose molto più terra terra. Del fatto che quando arriva il Manto della Madonna di Cortigiano, protettrice del paese con desinenza in -azzo in cui vivo e ufficiale cerimoniere della chiusura psicologica dell’estate, succede qualcosa dentro di me. La festa patronale finisce e contemporaneamente si spegne un interruttore.

La palestra serve meno. Bere acqua serve meno. Mangiare con criterio serve meno. Finisce sempre che aumento qualche chilo. Non molto. Quel tanto che basta a ricordarmi che il motore metabolico sta entrando in modalità risparmio energetico. E insieme al metabolismo succede un’altra cosa che considero di una gravità inaudita. Mi si spegne la libido. Attenzione: non le fantasie. Quelle restano. Quelle maledette continuano a lavorare come impiegati statali sotto straordinario. Si spegne invece il meccanismo che traduce fantasia in iniziativa. Il pulsante che trasforma il pensiero in azione. Lo switch. E quella roba lì torna a funzionare solo con la primavera, assieme alla luce, alla voglia di uscire e alla consapevolezza che lavorerò meno e mi divertirò di più.

Quindi dipende. Dipende tremendamente da chi volete interrogare. Se chiedete al mio Super-Io, quello serioso, giudicante, disciplinato, rompicoglioni e leggermente sadico, vi dirà senza esitazione: autunno. Perché si lavora. Perché si produce. Perché si conclude. Perché si resta sul pezzo.

Se invece la domanda la fate al mio Es, quella specie di Ted Bundy dei doveri, quel criminale seriale della disciplina che vive nascosto nelle cantine della mia personalità, lui vi guarderà sorridendo e risponderà senza nemmeno pensarci: “Estate. Tutta la vita. Ma la mia, ovviamente. La vostra, invece, ve la infeliciterò come più mi aggrada.”

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2 risposte

  1. Avatar gattapazza

    Lo vedi? Per fortuna esistono le mezze stagioni che per te funzionano 🙂

  2. Avatar 2010fugadapolis

    Ritengo in tutta onestà che quella parte di Automattic Inc. che gestisce l’algoritmo di generazione del “daily prompt” dovrebbe considerare seriamente l’opportunità di prendersi una vacanza e/o rigenerarsi impiegando le sue preziose energie nella revisione del codice di alcuni widget che funzionano ad mentula canis o anche di quello che regola l’antispam Akismet (sempre comunque sia lodato).
    Perché più andiamo avanti, più escono vere e proprie domande del cazzo.
    Comprendo che il loro scopo sia quello (condivisibilmente commerciale) di aumentare le battute, le pubblicazioni, l’attività dei blog che poi porta a impressioni, visualizzazioni, contatti e in definitiva visibilità degli sponsor, però c’è un limite. 😉

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