Un tempo — che ormai mi sembra distante ere geologiche e collegato a una versione di me che non so nemmeno più se esista davvero — io gestivo già una birreria e locale da sbevazzo sul mare.
Ed era il periodo sospeso tra quello in cui ero programmaticamente piùchefedifrago e quello immediatamente successivo al matrimonio saltato, cioè la mia fase “scopa-scopa-scopa, seduci-seduci-seduci, poi fuori in sessanta secondi!”, che detta così sembra il programma politico di un criminale sentimentale ma in realtà era solo un modo molto disordinato di reagire alla vita che aveva deciso di prendermi a schiaffi.
E lì dentro lavorava con me il mio amico fraterno e testimone incrociato ai matrimoni. Lui faceva praticamente tutto: consulente al cuoco, formatore ai dipendenti, supervisore di sala, psicologo non richiesto dei camerieri e probabilmente pure esorcista morale di certi clienti che arrivavano devastati già alle nove di sera.
Anche lui era fidanzato all’epoca, proprio come me. Ma con una differenza fondamentale: lui non aveva infilato la sua donna nello staff del locale.
Io invece sì. Io ci avevo ficcato dentro la mia futura “non-moglie”, perchè l’idea tipica dei giovani imprenditori del Sud è sempre quella: tenersi in tasca più quattrini possibili riducendo i costi pure a costo di mischiare amore, lavoro e futura devastazione psicologica.
Noi quell’estate stavamo andando bene. Molto bene.
Il problema era che il locale stava letteralmente sul mare e il mare d’inverno è una inculata climatica gigantesca per chiunque voglia fare ristorazione o movida. D’estate la gente verrebbe pure a bere il detersivo se glielo servi con ghiaccio e tramonto. D’inverno invece devi convincerla a sfidare maestrale e tramontana — che come la saggezza popolare insegna durano sempre tre giorni o una settimana senza mezze misure — per scendere a bere una birra praticamente nelle branchie dell’Adriatico.
E quindi io parlavo spesso dell’idea di aprire una sede invernale.
“Ci serve un posto”, diceva lui.
Non un locale: un posto. Un luogo fisico dove questi problemi non esistano. E io gli dissi che posti così esistevano solo ai tropici o da quelle parti lì. E lui mi guardò con quell’espressione che hanno gli uomini quando stanno per proporre una cazzata enorme ma nella loro testa assolutamente geniale.
“Santo Domingo.” Disse proprio così.
E l’idea era semplice: fare colletta io e lui, mettere insieme cinquantamila euro, prendere due voli low cost e andare nella capitale di Santo Domingo — di cui lui nemmeno conosceva il nome, io sì ma non ve lo scrivo ciucci — a fare quello che facevano tutti gli italiani con un po’ di soldi e troppo ottimismo: aprire un ristorante italiano.
Ma non un ristorante italiano vero. No. Un ristorante italiano da italiani all’estero. Cioè spaghetti mezza cottura e sughi Barilla, perchè tanto “quelli che vengono a Santo Domingo di cucina italiana non capiscono un cazzo, vogliono solo vedere gli spaghetti nel piatto”.
Ora, io ammetto serenamente che per tre secondi netti l’idea mi piacque da morire. Poi però gli chiesi di approfondire. E lui approfondì.
Erano tipo le 20:45, festa della patrona del paese in -azzo finale, e almeno per altre due ore non sarebbe sceso nessuno nel locale — “sceso” perchè il lungomare stava sette metri sopra il livello del mare e noi eravamo giù, praticamente nell’acqua.
E allora parte il business plan.
Non vi metto le virgolette perchè tanto sento ancora la sua voce.
“Domè, in quei posti comanda tutto la moneta. E noi avremmo moneta.”
Già qui avrei dovuto capire che stavamo prendendo una deriva colonial-imprenditoriale da commedia sexy italiana del 1981.
“Una baracca per cominciare ti costa tremilacinquecento dollari. Cinque se la vuoi attrezzata. Fidati, io lo so.” Detto da uno che non era mai stato a Santo Domingo ma parlava come un inviato ONU. “E con mille dollari ti affitti per tre mesi una villa con quattro camere e quattro bagni.” Che era pure vero. Solo che magari la villa stava in una zona dove dopo le 18:30 pure i cani randagi organizzavano ronde armate.
“L’investimento grosso è il personale. Ci vuole un cameriere-formatore e uno che formi il cuoco perchè quelli fino al giorno prima hanno bevuto acqua del pozzo e mangiato nelle caverne.”
Ora, lo avete capito sì che il mio amico è violentemente razzista in modo quasi antropologico, vero? Bene.
“Però noi facciamo casting seri. Solo gente che sappia fare la O col bicchiere e stare dritta in mezzo alle persone evolute.”
Poi arrivano le forniture.
“Container di spaghetti. Pure la Riscossa va bene basta cuocerla un minuto prima. Dieci sughi. Ordini ricorrenti. Le bevande le prendiamo là tanto quelli hanno i gusti loro. Il caffè americano. Al massimo tre macchinette a capsule che tanto chi capisce il caffè?”
Poi pausa teatrale.
“E siccome tu sei ansioso ho pensato pure alla sanità.” Cinquemila euro a testa a trimestre per assicurazione sanitaria con elisoccorso su Miami. Che già detto così sembrava la vita di Scarface ma coi carboidrati pugliesi. E poi parte un delirio erotico-assicurativo sulle infermiere americane che aveva molto più a che fare con certi film per adulti anni Novanta che con le scienze infermieristiche. Io gli dissi: “Oh ma così ti viene l’infarto.” E lui: “Appunto! E subito ti salvano!”
Restavano comunque diecimila euro. E io chiedo: “Quelli?”
“Aspirina, Tachipirina e ibuprofene.” “Che cazzo dobbiamo fare, la farmacia tropicale?” E lì arriva il capolavoro. “No. Quelli servono per procurarci gli stattattenti.” Che in barese è una figura professionale a metà tra il faccendiere, il galoppino e quello che ti risolve i problemi pratici senza che tu debba sporcarti le mani.
“Ci servirà gente che ci accompagni nelle faccende umane della nostra vita.” “La lingua?” “Per quello c’è il mio Oxford Proficiency.” Che lui pronunciava come fosse un lasciapassare NATO.
“No, il problema è il portafoglio nel costume da bagno.”
E quindi secondo lui ci saremmo dovuti creare un seguito di portatori di contanti, pagatori ufficiali e uomini ombra addetti alla gestione monetaria perchè noi saremmo stati troppo occupati. A fare cosa? Qui arriva la visione definitiva del suo paradiso dominicano. “Spaccare aragoste sui carboni ogni giorno. Sciabolare champagne. Fare shopping di parei e costumi da bagno per le nostre signore che ci avrebbero raggiunti dopo qualche mese… il tempo di ingranare…”
E poi il gigantesco sottinteso: cioè il fatto che secondo lui Santo Domingo fosse una specie di villaggio turistico erotico permanente dove orde di donne si sarebbero sacrificate spontaneamente alla causa imprenditoriale italiana in cambio di medicinali da banco e attenzioni occidentali.
Io lo guardai.
Annuii pure.
E ci pensai una notte intera.
Il giorno dopo gli dissi di no. E non per un improvviso rigurgito anticoloniale o una presa di coscienza etica.
No. Per puro istinto di sopravvivenza.
Perchè quella stessa sera nel locale arrivò un nostro amico molto più grande, uno di quelli che per lavoro frequenta farmacisti, primari, gente piena di soldi e di storie terribili. E ci sentì parlare del progetto. Il giorno dopo ci prese da parte e ci raccontò un paio di storie. Tutte storie di italiani partiti esattamente con quella idea lì: ristorazione aggressiva, spaghetti per turisti, paradiso tropicale, vita neocoloniale da commedia sexy. E quasi tutti, in un tempo variabile tra i tre e i sei mesi, erano ricomparsi sull’orbe terraqueo italiano in mutande — non in costume — con traumi psicologici importanti, debiti ingestibili e un odio feroce verso Santo Domingo, la ristorazione e probabilmente pure verso i carboidrati.
E lì capii che forse la nostra grande avventura dominicana doveva restare solo un delirio da fine servizio sul mare.
Anche se, tempo dopo, la stessa persona cercò di convincermi a comprare un ranch nel Wyoming grande quanto il famoso paese con desinenza in -azzo. Ma di quel business plan parleremo un’altra volta. Giuro.
