Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Ci sta una cosa che gli anni Ottanta non sono riusciti ad ammazzare. E guardate che gli anni Ottanta ci hanno provato forte a giustiziare il concetto stesso di dignità umana con moquette color vomito, spalline assassine, synth pop e aperitivi fluorescenti che sembravano fluidi industriali tossici – vedi Angelo azzurro e Midori.
Ma niente. Non ci sono riusciti.
E non ci è riuscito nemmeno internet. Né le pay tv. Né lo streaming — che per me continuerà a chiamarsi “strema” come lo pronunciano certe persone nate quando la televisione aveva ancora il mobile in legno massello e il telecomando era il figlio più piccolo ma che alla lunga lo mette in culo alla primogenitura— né il cavo, né il wifi nelle stanze, né Babbo Natale.

Parlo delle sale tv degli alberghi tristi della riviera adriatica.

Che io credo esistano pure sul Tirreno, per carità, ma non posso averne certezza scientifica perché tutte queste esperienze io le ho maturate sulla sponda sinistra dell’Italia, quella dove il mare è meno poetico ma più funzionale alla depressione stagionale.
La costa adriatica è perfetta per certe esperienze umane devastanti.
La destra italica invece è troppo piena di arte, cultura, tradizioni millenarie, tramonti che sembrano dipinti e ristoranti dove ti servono pesce morto con atteggiamento sacerdotale – la destra geografica, quella fisica cultura non ne ha.

Tranne Napoli.
Ma Napoli è un’entità a parte, un DLC del mondo reale, e lì io pur frequentando stabilmente la scena non uso alberghi, hotel o mezze pensioni perché ho una famiglia napoletana grande più o meno quanto Casa Targaryen. Però senza draghi, senza capelli bianchi e soprattutto senza incesti che già in Puglia abbiamo abbastanza problemi senza dover pure scopare i cugini per governare da figli di consanguinei con tutti i loro problemi genetici Westeros.

Io le mezze pensioni della riviera adriatica le ho frequentate per tre anni con la mia attuale moglie — specifico attuale perché in questo posto virtuale ormai devo mettere le note a piè di pagina sentimentali come nei manuali di diritto canonico perchè voi mi conoscete, prima — prima che nascesse il mio attuale figlio, per andare a distruggerci di concerti e festival elettronici stranissimi.

Roba che piaceva solo a lei, a me e ad altri sette tossicodipendenti estetici sparsi per l’Europa occidentale.

Ai tempi c’era comunque gente convinta che io sarei andato pure a un concerto di suonerie polifoniche Nokia se fossero state abbastanza indie.

E sinceramente avevano ragione.

I B&B erano un casino perché noi decidevamo sempre all’ultimo secondo.
Tipo martedì sera: “Oh ma sabato c’è questo festival techno-tribal-ambient-drum’n’bass-noise in un capannone industriale vicino Rimini dove un tedesco pelato suona i rumori di un frigorifero in agonia per quattro ore.”
E noi: “Andiamo.” E andavamo!
Quindi finivamo nelle mezze pensioni.

Che già l’espressione “mezza pensione” mette una tristezza da visita fiscale INPS. Cioè non esiste una persona felice che pronunci “mezza pensione”. Sembra una condanna medievale molto creativa.
Un limbo burocratico tra la morte e la pensione quella vera e minima.
E infatti costavano poco proprio perché nessuno le voleva. Erano l’ultima spiaggia dell’ospitalità italiana prima dei motel dove spariscono le escort dell’Est. O più probabilmente i reni di quelli che ci vanno, con le escort dell’est.

E quindi noi ci andavamo.

Perché servivano solo per una notte: concerto, devasto sonoro, ritorno, dormita e via. E come faccio dire pure al protagonista del mio romanzo — che ormai poveraccio sta diventando il contenitore delle mie ossessioni sociologiche più luride — siccome in posti tipo Cattolica d’inverno ci vai solo se sei depresso, stronzo o non vuoi farti trovare, io e mia moglie a Cattolica e dintorni ci siamo fatti concerti, mezze pensioni e inquietudini esistenziali a palate. Attenzione però: i concerti quasi mai erano a Cattolica. Ma Cattolica aveva il vantaggio logistico perfetto. Prezzi bassi, uscita autostradale comoda e quella sensazione di apocalisse balneare fuori stagione che a noi piaceva parecchio.

E in tutti quegli alberghi c’era sempre una cosa.
La sala tv.
Sempre. Come una maledizione.
Come il clown di IT.
Come il crocifisso sopra il letto nelle pensioni cattoliche dove poi senti la signora della stanza accanto scopare col rappresentante dei surgelati.

La sala tv.

E all’inizio tu pensi che sia una stanza inutile. Un reperto archeologico. Poi però ti accorgi che è frequentata. E lì capisci che l’orrore non è morto. Perché dentro la sala tv c’era sempre un vecchio. O una vecchia. Sempre uno solo. Mai due. Mai una coppia. Sempre una creatura anziana seduta davanti a Rai Uno o Rai Due o Rai Tre — rigorosamente un canale Rai nazionale, come se Mediaset fosse troppo moderna e Netflix una bestemmia anticristica.

E col tempo io ho sviluppato una teoria.

Quello non era un cliente. Era quasi sempre la madre dell’albergatore. O il padre. Quello che quarant’anni prima aveva costruito quella pensione coi soldi dell’estate italiana quando ancora la gente andava in vacanza vestita male ma con speranza e i maschi con borsello sul torso nudo.
E non riusciva a stare lontano dall’albergo.
Quindi si piazzava lì, nella sala tv, come i fantasmi di Shining nella sala da ballo. Solo che invece del jazz c’era “L’Eredità” o “Un posto al sole”. E non guardavano davvero la televisione. Questa è la parte che mi distruggeva. Non guardavano la tv. Guardavano i ricordi.

Io lo capivo.

E quindi entravo e mi sedevo. Non per guardare la televisione. Ma per fare quella cosa malata che faccio sempre: la ricerca sociologica spiccia. Cioè farmi la domanda più tossica dell’universo: “Perché?” Perché stai qui? Perché da solo? Perché in questa stanza illuminata male che puzza di lucidante per pavimenti e passato remoto?

E ogni volta cercavo di attaccare bottone. E ogni volta succedeva la stessa cosa. Io: “Eh…” Loro: “Shhhhh.” Come se stessero seguendo un thriller norvegese pieno di colpi di scena – difficile esista, ma in una sala tv anni ’80 catapultata nel secondo decennio del nuovo millennio, mai dire mai.

E invece stavano guardando “Affari Tuoi”.

E attenzione: nelle sale tv non c’era nessuno oltre noi. Nessuno. Io e il vecchio. O io e la vecchia. Mia moglie nel frattempo stava sopra in camera a finire di addobbarsi con trenta chili di accessori fluorescenti e plexiglass minimal-techno-industrial-goth che sembrava un albero di Natale di design prodotto a Berlino Est dopo la caduta del muro.

Io sotto.
Seduto accanto ai fantasmi.
Zitto. Respinto.
Con la sensazione fortissima che quella gente non difendesse il programma televisivo ma il silenzio stesso. E restavo lì fino a quando non scendeva mia moglie.

Che puntualmente mi trovava seduto accanto a un ottantenne immobile davanti alla Rai. E ogni volta mi diceva più o meno la stessa cosa: “Non so se mi faccia più tristezza la sala tv o tu che ti fai domande su cose così tristi.” Poi mi guardava meglio. Guardava il vecchio. Guardava me. E concludeva: “Comunque sembravate una RSA. Tu sembravi l’OSS. Fortuna che ti sei presa me, che ho nove anni meno e ti farò da badante.”

E io ridevo. Ma il problema è che secondo me aveva ragione.

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3 risposte

  1. Avatar Nemesys

    L’hai spiegata molto bene, personalmente non le ho vissute queste mezze pensioni diciamo che la pensione con la sala TV le ho viste in qualche film alla televisione e comunque credo che tua moglie all’epoca avesse ragione, più che ragione. Buon proseguimento di giornata Domè

  2. Avatar La Manu

    Sala TV della pensione Miramare a Rivazzurra di Rimini patrimonio dell UNESCO… Il prossimo post per favore sul soffione della doccia sopra il water, che le pensionacce che frequentavo io ti offrivano la possibilità di caxxre mentre ti facevi lo shampoo

  3. Avatar gattapazza

    Inquietante la sala tv, almeno per come l’hai descritta!

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