Penso spesso alla casina delle api della Chicco. E se non sapete cos’è, probabilmente avete avuto vite tristissime, vite fredde, vite prive di quel minimo di liturgia infantile che separa il bambino cresciuto in una casa normale dal piccolo funzionario comunale nato già con la cartellina sotto braccio e la gastrite ereditaria. Io alla casina delle api della Chicco penso spesso perché è una di quelle cose che mi sono state tolte senza una ragione vera, come il “pagliaccetto”, che era quel dress code da neonato che negli anni Ottanta si regalava agli infanti con la naturalezza con cui oggi si regalano tutine beige a bambini che sembrano già arredamento scandinavo. Solo che io né il pagliaccetto né la casina delle api me li sono mai goduti davvero. Non perché fossi troppo piccolo e quindi non ricordo, no. Peggio. Li ho avuti. Sono esistiti. Sono passati da casa mia. Ma non sono stati usati su di me. E questa, lasciatemelo dire, è una forma sottile di tortura pedagogica.
Il pagliaccetto non fu usato perché secondo mio padre io, essendo nato praticamente di dieci mesi, già peloso e con quell’aria da bambino grande che sembrava avessi già fatto il militare e un paio di assemblee di sezione, dentro quel vestitino avrei fatto “un piccolo finocchio”. Eh, che bello il comunismo di una volta, vero? Quello virile, operaio, antifascista, ma se il bambino ha il pagliaccetto allora attenti che cresce sensibile, magari ascolta De André e mette le mani sui fianchi quando protesta. La casina delle api invece no, quella fu cassata da entrambi i miei genitori perché secondo loro rincoglioniva e faceva venire gli occhi storti. Ora ditemi voi che razza di leggenda metropolitana del cazzo fosse questa. Posso capire la crociata contro Huggy Wuggy, posso capire il giocattolo inquietante, il pupazzo col sorriso da serial killer e la pedagogia satanica da YouTube Kids, ma la casina delle api della Chicco? Quelle api non hanno mai punto nessuno. Stavano lì, giravano, suonavano, facevano il loro piccolo lavoro psichedelico da soffitto domestico. E invece niente. Pericolo oftalmologico. Rincoglionimento neonatale. Allarme rosso.
Io però anni dopo l’ho vista applicata su mio fratello. E su altri bambini. E lì ho capito che mi era mancato qualcosa. Qualcosa di stupidissimo e fondamentale. Quella musichetta da carillon, quella cosa molto Twinkle Twinkle Little Star, quella sospensione da infanzia morbida e inutile, senza funzione apparente, però capace di costruirti dentro un fossile di serenità che poi a quarant’anni risenti due note e ti viene voglia di piangere, o di dormire, o di mandare un messaggio a tua madre, o di fare una stronzata enorme perché il cervello umano è una bestia di merda e confonde sempre tenerezza e sabotaggio.
E infatti io, non avendole avute davvero in infanzia, quelle musichette mi hanno sempre ispirato aspetti beceri dell’esistenza. Scherzi atroci. Cose che uno sano non fa. Tipo in quel periodo in cui cambiavi frequentazione come altri cambiano marca di yogurt e già dopo sessanta secondi fuori con una capivi che quella sera sarebbe stata “fuori in sessanta secondi” davvero, perché era la terza volta che uscivate e tu avevi deciso che o si passava al ridicolo o niente. E allora le dicevi: “Amò, facciamo le porcate, vatti a preparare in bagno che ti aspetto di là”. E poi ti facevi trovare sul letto matrimoniale, nudo, sulla schiena, con braccia e gambe piegate come un infante disturbato che cerca di acchiappare cose sospese sopra di sé, roba da supplizio di Tantalo in versione asilo nido deviato, e in sottofondo Twinkle Twinkle Little Star da carillon. Vedete che succede a togliere la casina delle api ai bambini, comunisti di mmmmerda? Questo succede: un macello. Una roba che poi il terapeuta deve chiamare il collega e dirgli “vieni un attimo che questo caso lo firmiamo insieme”.
Però io ci ho fatto pace. Male, ma ci ho fatto pace. E infatti faccio scherzi. Altri no. Altri non ci fanno pace e diventano stronzi. Tipo una personalità importante del giornalismo che ce l’ha con me — non farò il nome, ma lui lo sa benissimo che parlo malissimo di lui e lo faccio con chirurgica attenzione a non sconfinare nel penalmente rilevante, perché quello che avevo da dirgli gliel’ho detto a voce, in faccia, concludendo con un elegantissimo: “Se sono di una virgola fuori posto, smentiscimi prima e querelami dopo, ma smentiscimi prima in pubblico”. E vi assicuro che se uno certe cose dell’infanzia non le sistema, poi campa male. Campa triste. Campa pieno di livore. Tipo che sei una persona affermata, rispettata, riconosciuta nel tuo settore, ma hai due sfortune enormi: sei nato brutto, oggettivamente brutto, e quella fidanzata che amavi un sacco ti ha tradito. E non riesci nemmeno a riderci sopra. Non impazzisci in modo creativo, non trovi una liturgia privata, non fai pace con la musichetta mancata. No. Ti porti il veleno dentro e lo distribuisci agli altri come uno che al posto della casina delle api ha avuto sopra la culla il neon dell’obitorio.
Ed è qui che io mi dico, e poi mi taccio, perché ogni tanto bisogna anche avere pietà del proprio stesso pensiero, che tante volte i comunisti hanno sbagliato. Non sulla proprietà dei mezzi di produzione, non sulla lotta di classe, non sulla necessità di prendere a calci il padrone quando serve. Hanno sbagliato sui giocattoli dei figli. Hanno sbagliato coi pagliaccetti. Hanno sbagliato con la casina delle api. E hanno sbagliato coi Puffi, ma questa è un’altra storia, e forse pure più grave.
