Se gli umani avessero degli slogan, quale sarebbe il tuo?
Lo slogan è una cosa che io proprio tendenzialmente rifiuto in modo categorico.
Non mi piace.
Non lo sopporto.
Mi provoca una forma di fastidio epidermico che normalmente riservo alle zanzare, ai tutorial di ventisette minuti per spiegare una cosa che si potrebbe spiegare in quarantadue secondi e alle persone che scrivono “piuttosto che” quando intendono dire “oppure”.
Non abbastanza, sia chiaro, da farmi prendere la macchina, rintracciare il creatore di questo prompt — ammesso che esista una persona e non sia semplicemente un algoritmo allevato a croccantini e mediocrità — oppure venire singolarmente a casa di tutti quelli che risponderanno con entusiasmo a questa domanda e praticare loro una serie di tagli profondi con una lametta.
Non nel senso di depezzarli, che sarebbe barbaro e pure logisticamente complicato, ma proprio nel senso di incidere con accuratezza chirurgica fino a ottenere una perdita ematica tale da rendere problematico il recupero del sangue dal pavimento. Però abbastanza da farmi partire prevenuto, quello sì.
E quindi risponderò al prompt.
Perché odio gli slogan?
Perchè lo slogan appartiene a una categoria di persone molto precisa.
Quelli che hanno una identità semplice.
Compatta. Panopticale.
E sì, lo so che ormai ogni volta che nomino Bauman qualcuno sviluppa un leggero prurito all’inguine e un altro va a cercare su Google chi cazzo fosse Bauman, ma il concetto resta quello.
Se vivi in una società che ti prende per mano, ti dice chi sei, che lavoro fai, quale posto occupi e come devi essere percepito dagli altri, allora lo slogan funziona. Perché coincide col personaggio.
Se fossi stato un pornodivo, per esempio.
Non solo attore ma pure autore, produttore, organizzatore, direttore artistico e sacerdote massimo di quella curiosa religione che consiste nel fare sesso davanti a una telecamera e poi discuterne con serietà imprenditoriale, se fossi stato uno come Alex Magni, allora sì che avrei avuto slogan.
Avrei avuto motti.
Avrei avuto aforismi.
Carto, anche orgasmi, in barba a chi dice e scrive facendo il figo “Meno aforismi più orgasmi” sotto gli aforismi motivazionali pessimamente attribuiti che bagascione che se la tirano mettono su FB.
Tutta una produzione letteraria parallela fondata sul concetto di fare sesso in maniera intensamente casereccia con partner le più varie, mediamente tendenti al brutto curioso, al pittoresco, al memorabile, al “ma davvero questa persona esiste?”.
E allora probabilmente avrei detto cose tipo “Kazoo in coulo non fa figli ma fa male se lo pigli” oppure “Cagna di casa non teme bastone” oppure, per intenditori, “È finito il benestare”, che è una frase che si comprende davvero solo se si conosce una certa iconografia audiovisiva toscana e soprattutto un certo personaggio chiamato Stecco Ducale. Che sembra il nome di un diplomatico rinascimentale e invece deve il soprannome a ragioni fisiche che sarebbe scortese approfondire ma che il buon Dio, nella sua infinita fantasia, ha evidentemente ritenuto opportuno rendere molto visibili. Sì, sulla copertina di quel “è finito il benestare!” lo vedi bene.
Però io non sono Alex Magni.
E non sono nemmeno Schicchi, buonanima, che già viveva in un mondo dove slogan come “Il marito davanti e da dietro tutti quanti”, oppure “La moglie suona il piano, il marito la tromba”, oppure ancora “Mettilo qui, quo e qua” avevano una loro dignità professionale.
No. Io non faccio il pornodivo. E quindi usare slogan simili mi sembrerebbe Crasso. E forse pure un poco Pompeo. Crasso per vanagloria. Pompeo per pompa. Non quella che si agisce ma quella che si ostenta. Che è una differenza importante.
Poi certo, c’è stato un tempo.
C’è sempre un tempo.
Perché ogni adulto che abbia superato i quarant’anni senza sviluppare almeno una forma lieve di nostalgia patologica andrebbe probabilmente studiato da qualche università scandinava finanziata con soldi pubblici e renne. C’è stato un tempo, quello tardo adolescenziale, quello che i Sims chiamerebbero giovane adulto e che nella vita vera coincide più o meno con il periodo in cui non sei più adolescente ma non sei ancora abbastanza adulto da capire che stai per diventarlo contro la tua volontà.
E in quel periodo lì, come tanti della mia generazione, vedevo sgretolarsi sotto i piedi quella società occidentale che avrebbe dovuto prenderti per mano, accompagnarti nel mondo del lavoro e dirti chi eri, cosa saresti diventato e soprattutto come saresti campato. Una specie di allevamento intensivo della rispettabilità. Una vacca molto amata che accompagna il vitello verso il macello. Sì, mi piace sta storia delle mamme che portano i figli a morire.
Con più affetto, certo.
Ma stesso risultato finale.
E allora gli slogan mi piacevano. Eccome se mi piacevano. Mi piacevano quelle frasi da personaggio di Pazienza che a venticinque anni sembrano profondissime e a quarantacinque ti fanno venire voglia di prendere a schiaffi il te stesso del passato. Tipo “Mai andare indietro, manco per prendere la rincorsa”. Bellissima frase. Magnifica. Peccato che nel mio caso avrebbe comportato una morte abbastanza rapida e statisticamente prevedibile per mancanza proprio di capacità di slancio in termini fisici – non so saltare, non mi viene, ok?
Poi arrivò il periodo del “Fuori da una donna in sessanta secondi”. Che già come slogan aveva il pregio della chiarezza e il difetto della ripetitività. Durò poco. Mi annoiai.
Poi arrivò il periodo in cui frequentavo per ragioni professionali ambienti di CasaPound — o era CasaBau, continuo a confonderli e sospetto che pure loro a una certa si siano confusi — e allora mi raccontavo che ero quello che “Bussava coi piedi e nella vita ci entrava a spinta”. Che è una frase bellissima. Molto cinematografica. Molto da trailer con la voce roca sotto e la fotografia color ruggine. Molto da protagonista che guarda l’orizzonte mentre esplode qualcosa dietro di lui senza mai voltarsi. Eppure non ci ho mai creduto fino in fondo. Perché una parte di me ha sempre saputo che le persone che davvero entrano nella vita a spinta di solito finiscono per schiantarsi contro qualcosa. O qualcuno. O entrambe le cose contemporaneamente.
E allora alla fine ho capito perché gli slogan mi danno fastidio.
Perché io scrivo.
E scrivere è una malattia incompatibile con gli slogan. Al netto di questo posto dove accumulo caratteri come un criceto accumula cibo nelle guance sperando che arrivi l’inverno, quando scrivo davvero io credo in una sola cosa.
Show don’t tell.
Che è una frase abusata, maltrattata, usata a sproposito da persone che spesso non mostrano e non raccontano nemmeno: semplicemente scrivono male. Però resta vera.
Mostra. Non raccontare.
Fai vedere. Non spiegare.
Per cui lo slogan è tell. La vita è show.
Lo slogan proclama. La vita verifica.
Lo slogan dice chi sei. La vita decide se stavi raccontando cazzate oppure no.
E quindi mi sono accorto che se sono bravo — bravo davvero, non bravo da curriculum, non bravo da biografia LinkedIn scritta da uno che si definisce visionario, resiliente e disruptive perché non ha trovato sinonimi più odiosi — non ho bisogno di nessuno slogan. Perché la gente lo capirà da sola. Lo vedrà. Lo dedurrà. E se proprio devo lasciare una frase dietro di me, allora tanto vale che sia una frase che arriva dopo i fatti e non prima. Una roba semplice. Una roba da osteria. Una roba che non devo nemmeno dire io.
Come Locatelli.
Anzi.
“Come Locatelli, anche Mortellaro fa le cose per bene”.
E se non ve ne siete accorti, vuol dire che devo lavorare meglio io, non trovare uno slogan migliore. Perché alla fine è questo il punto: lo slogan è tell, il vivere è show.
E io, nel dubbio, preferisco sempre la seconda.
Statemi bene, eh.
