Qual è il lusso senza il quale non puoi vivere?
Io so già, non ci vuole la sfera di cristallo — sebbene io ce l’abbia, e sia semplicemente la lista dei post già generati l’anno scorso in questa stessa data rispondendo a questa stessa identica domanda sputata fuori dal generatore automatico di prompt del cazzo di WordPress — che la parola lusso verrà da tutti simpaticamente scambiata con un sentimento universale. Con una affermazione neoromantica. Con una posa molto da poeta morto da meno di tre giorni e già santificato dai conoscenti sui social. Con quella roba per cui improvvisamente il lusso diventa guardare il mare. Respirare. Amare. Tenersi per mano. Camminare scalzi. Bere un caffè al tramonto. Accarezzare un gatto. Fotografare una margherita. Tutte cose bellissime, per carità. Ma tutte cose che, proprio perché le stanno scrivendo contemporaneamente migliaia di persone, non possono essere lusso.
Perché il lusso, per definizione, esclude. È una cosa antipatica da dire ma è così. Il lusso è esclusivo. E se siete già tutti dentro, non è più lusso. È un centro commerciale. È una convention. È un villaggio turistico dell’anima. Il lusso non sopporta la parola “troppo”. La combatte. La rifugge. Se oggi comprate la parola amare e la pagate tutta in contanti dal gioielliere dell’esistenza, quella parola vi viene consegnata tra cinque anni, come uno Yacht-Master Rolex qualsiasi. Che poi, sappiatelo, il cinturino di quel segnatempo è caucciù. Gomma vulcanizzata. Altro che lusso. E già questa cosa dovrebbe bastare a generare una guerra civile tra influencer e possessori di SUV bianchi.
E allora, come sempre, preferisco restare fuori dal recinto e raccontarvi una cosa molto più simpatica. Perché da qualche anno il mio lusso personale, quello vero, quello che rincorro con ostinazione e metodo, sta in una sezione molto precisa del catalogo di abbigliamento di Shein. Sì. Shein. Lo so già. State per partire con la filippica. Fa roba di merda. Sfrutta. Produce obsolescenza programmata. Benissimo. Adesso però andatevi a leggere come funzionano certi controlli qualità delle grandi griffe prima di fare gli indignati professionisti. E già che ci siete confrontate il trattamento dei lavoratori con quello di metà delle piattaforme digitali che utilizzate ogni giorno mentre fate i puristi del cazzo. Perché la coerenza è una malattia rara e spesso incurabile.
Comunque. Il punto non è difendere Shein. Il punto è che io ho smesso da tempo di affezionarmi al guardaroba. Le mie taglie cambiano. I miei gusti cambiano. Il mio fisico cambia. La mia pazienza cambia. E quindi l’idea di investire cifre da mutuo ventennale su un singolo capo mi appare ormai una forma sofisticata di autolesionismo finanziario. E infatti il mio lusso primavera-estate 2026 sono le camicie taglio kimono.
Esattamente come l’anno scorso il mio lusso erano le camicie hawaiane stile Miami Vice, quelle con il colletto anni Settanta così profondo che sembrava sempre mancasse un bottone o una supervisione adulta. Ed esattamente come l’inverno scorso il mio lusso erano i joggers oversize in velluto e quei maglioni dal taglio asiatico che riuscivano nel miracolo di mascherare contemporaneamente la pancia, l’età e soprattutto la panciera per l’ernia addominale. Di quella dovrò parlarvi. Ma non oggi. Perché la gestione diplomatica di una operazione chirurgica quando in casa hai un figlio di sette anni che deve approvare la logistica preoperatoria merita un post autonomo e forse un tavolo ONU.
Comunque sì. Le camicie kimono. Ho iniziato l’anno scorso con un piccolo beta testing, perché ogni tanto bisogna usare parole aziendaliste per nobilitare il fatto che compri vestiti cinesi a prezzo di una focaccia barese con mortadella. Ne ho ordinate alcune. Le ho trovate incredibilmente comode. Leggere. Scenografiche. E soprattutto dotate di una qualità che apprezzo moltissimo: attirano attenzione, chiacchiera, domande, osservazioni, commenti, giudizi e curiosità. Cioè esattamente la materia prima con cui uno come me si diverte.
Quest’anno quindi ho fatto il salto di qualità. Ho comprato tutti i modelli a concerto cromatico che riuscivo a coordinare con una serie di shorts. E già l’espressione concerto cromatico mi fa ridere perché sembra una mostra d’arte contemporanea finanziata dalla Regione e invece stiamo parlando di mutande lunghe con ambizioni culturali. Ho comprato anche una quantità imbarazzante di magliette smanicate e leggerissime da mettere sotto. Sotto la cintura. E sotto il kimono. Perché pure il lusso ha bisogno di una infrastruttura. Come Venezia. Come Dubai. Come la criminalità organizzata.
E credo che sia proprio questo, il lusso vero. Trasformare una pezza che vale meno di un euro in una cosa attorno alla quale costruire una mistica. Perché i lussi autentici, quelli veri, quelli importanti, sono altri. Ma proprio perché sono lussi bisogna smettere di parlarne quando tutti iniziano a parlarne. Altrimenti smettono di esserlo. Diventano consumo. Diventano tendenza. Diventano hashtag. Diventano il mare, l’amore, il tramonto, la luna piena, il silenzio, il respiro e tutte quelle cose meravigliose che ormai vengono dichiarate lussuose con una frequenza tale da sembrare volantini promozionali.
E ricordatevi sempre una cosa. Alcuni marchi per restare luxury hanno letteralmente ridotto la disponibilità dei prodotti. Hanno ristretto l’offerta. Hanno creato artificialmente la scarsità. Perché il lusso non è possedere una cosa. Il lusso è sapere che non tutti possono averla.
E quindi sì.
Il mio lusso oggi è una camicia kimono che costa meno di una cena mediocre.
E la capacità di convincere il mondo che dietro quella pezza ci sia qualcosa di più.
Che poi, a pensarci bene, è esattamente quello che fanno tutti i lussi da quando esistono.
