Ok, la verità è che non dovresti mai andare a Parigi nei giorni in cui sta crepando un papa — e non uno qualsiasi ma quello che tutti continuano a chiamare il buon polacco con quell’aria da calendario dell’Arma forestale dello Stato — perché già questo ti manda a puttane tutto: voli, coincidenze, la geografia stessa.
Che Roma è bloccata, lo spazio aereo è un campo minato, e tu finisci a partire da Pescara.
E Pescara di notte non è una città, è una prova iniziatica.
Che ci sono amici che con una di Pescara ci hanno rimesso la verginità, lì con te, e sono lì a chiedersi che fine avrà fatto quel “bagascione”. Anche perchè quella prima di una lunghissima carriera ebbe quella sera risvolti splatter.
Pescara, comunque. Stazione. Interno notte.
Sala d’aspetto, luci al neon che friggono, gente che non dorme da tre giorni e decide di non iniziare proprio quella sera. E tu lì ad aspettare un mezzo che non sai cos’è — tram, bus, apparizione — e intanto ti si appiccicano addosso due o tre ubriachi pescaresi con dentro litri di roba e in mano una molletta da bucato levigata contro il muro come se fosse un coltello.
Che poi non taglia.
Ma intanto la tirano su come se dovesse tagliare. E la cosa degenera, perché degenera sempre, e finisce in una rissa brutta, senza gloria, con qualcuno che prova a menare e qualcun altro che si ricorda improvvisamente di aver visto judo alle olimpiadi e ribalta per terra un ubriaco come un sacco dell’umido.
E ha poi il coraggio di decantare per due ore il gesto atletico togliendo palcoscenico al bagascione di Pescara e al concetto di caldo e freddo per stemperare il turgore dei muscoli – no non ve la racconto, non oggi.
E non dovresti andarci con gente che sviluppa sul posto una forma di arrapamento metodico, scientifico, proprio da laboratorio: qualsiasi cosa abbia due gambe e un minimo di trucco diventa “aggancio possibile”, anche quando è evidente pure ai tavolini del bar che quella è una professionista, ma professionista vera, di quelle che partono dal portafoglio e poi, forse, scendono all’estetica, e tu lo vedi da lontano, lo vedi da come guarda, da come pesa, da come non ride mai davvero.
Tutti lo vedono.
Tutti tranne il tuo amico. Che si mette a scrivere un biglietto in francese — francese suo, quindi già compromesso — con sopra una roba tipo “aimerait venir au lit avec moi, madame”, che è una frase che già nasce morta perchè in Moulin Rouge c’è di meglio.
Il buttafuori – della signorina, seduto due tavoli distante, non quello del locale – lo intercetta. Legge. Alza un sopracciglio. Poi ride. Poi smette di ridere e valuta se spaccarti la faccia lì o fuori, che è più comodo.
Non dovresti andarci se sei senza una lira ma accompagnato da uno che parla di “piano economico di sopravvivenza” come se foste in missione UNHCR ma senza le pubblicità all’ora di pranzo, perché quel piano è scatolame.
Solo scatolame. Legumi e carne compressa in scatolame.
Roba che già a guardarla ti fa venire un dubbio etico.
E tu mangi, perché devi mangiare, e il tuo stomaco — che non è mai stato consultato su niente, soprattutto sulla dieta che sta sui forum degli Apocalittici da sciagura termonucleare — a un certo punto decide che no, questa cosa non la riconosce come cibo.
E reagisce.
E reagisce male.
E tu finisci a cagarti addosso nell’equivalente della Feltrinelli parigina, all’aperto, tra le panche, tra i libri, tra la gente che legge cose importanti mentre tu stai lì a negoziare con il tuo intestino come si negozia con un sequestratore. E ti accucci con il malfatto nel di dietro dei calzoni e tiri fuori un portafogli e preghi gli altri di arrivare al primo negozio di articoli sportivi e comprarti una tuta. Economica.
E quelli tornano indietro con un fuseaux bordeaux da donna.
O da frocio di Pigalle.
E non dovresti portarci un cugino fissato con le sostanze legali ma che fanno il loro sporco lavoro, tipo alcool e soprattutto assenzio, perché quello – sì, quello che sta scrivendo – poi trova uno smart shop gestito da uno che ha capito come funziona il mondo — cioè che le regole sono elastiche se paghi, anche Transalpe — e si compra tutto: boccette, estratti, additivi “naturali” che non puoi vendere con l’assenzio ma te li vendono lo stesso, tanto chi controlla.
E quindi si torna a casa e si fanno esperimenti, su te che sei il cugino. Laudano, assenzio, robe miscelate senza nessuna pietà.
E tu a un certo punto stai parlando con un palo della luce, lo chiami Santità, poi Oh Mio Dio, e sei convinto che ti risponda. E quando qualcuno ti chiede perché dovrebbe essere Dio tu dici che è alto e fa luce. E in quel momento ti sembra anche una spiegazione inattaccabile.
Non dovresti nemmeno metterti a cercare fumo sotto Notre-Dame Cathedral — prima che la guglia decidesse di fare da torcia olimpica — soprattutto se non hai beaucoup d’argent ossia non hai un euro e il tuo francese è quello delle cartoline, perché finisce sempre uguale: qualcuno ti aggancia, qualcuno ti porta, qualcuno ti gira, banlieue che si incastrano tra loro come in un puzzle di merda, e alla fine ti rifilano terra umida. Terra. Cinquanta euro di terra. Un intrigo internazionale noir in cui tu ci pensi pure a chiamare l’ambasciata, ci pensi davvero, e già il fatto che tu stia considerando di dire a un funzionario statale che ti hanno truffato mentre compravi il fumo sotto Notre Dame dovrebbe dirti tutto su come sei messo.
Ma soprattutto non dovresti fare l’italiano furbo per otto giorni di fila nella metro di Parigi, passando in tre con un biglietto solo nel tornello, perché i primi sette giorni la vita ti guarda e lascia fare, come si guarda uno che sta per farsi male ma ancora non lo sa.
All’ottavo no.
All’ottavo “La polizia s’incazza” (cit.) pure a Parigi.
All’ottavo arrivano.
Due sbirri francesi incazzati e un malinois che non è lì per bellezza ma per annusarti direttamente l’anima — e pure qualcos’altro in mezzo alle cosce, così per mettere ansia — e ti ritrovi al muro, documenti fuori, tono che cambia. Cinquanta euro a testa per chiudere lì, autrement l’ambassade. E in quel momento capisci che l’ambassade non è una casa, non è un rifugio, è solo un altro posto dove spiegare perché sei un coglione.
E quindi paghi.
Centocinquanta euro. Secchi.
Ma non li paghi tu: ne fai anticipare 150 a quello che scrive, l’unico ligio alle regole, l’unico che pagò per tutti.
E ringrazi pure, perché l’alternativa erano tre giorni dentro e il volo di ritorno che diventava un ricordo.
E alla fine c’è pure chi dice — soprattutto la genitrice della genitrice di chi racconta, che su queste cose non sbaglia mai perché non perdona niente — che è tutto colpa del fatto che te ne sei andato mentre facevano il funerale del papa polacco.
Che certe cose non si fanno.
Che te la sei cercata.
E voi lì, in un bar del quartiere latino, davanti a una tv-color sgranata, a guardare le esequie commentando in barese e quindi in una lingua perfettamente comprensibile agli oriundi locali, a voce alta, sulla faccia del morto, sulla pessima cera sulla faccia del morto, sul fatto che forse sì, insomma, quell’infame anticomunista si era tolto dalle palle come Spadolini(cit.).
