Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Con chi trascorri più tempo?

Non ho mica alcun tipo di problema a confessare che, pur essendo sposato e avendo un figlio, io il tempo che maggiormente della mia vita trascorro in compagnia di qualcuno lo trascorro in compagnia di me medesimo.

E, no, prima che lo chiediate voi, non mi sento per questo in colpa.

E non succede perché io sia così istericamente e solipsisticamente orientato al fatto che ci sono io, che io sono bello, che io sono bravo e che io abbia in me sommate tutte le qualità della persona con cui chiunque vorrebbe spendere la maggior parte del proprio tempo.

E se vivo così tanto con me stesso non è per profondo egoismo o per quella sanissima cupidigia esclusiva del non voler concedere ad altri se non a me stesso appunto me stesso — una cupidigia e una avarizia che sfiorerebbero l’assurdo visto che priverei di tal privilegio addirittura mio figlio e mia moglie, che invece dovrei massimamente amare aspirando per loro al bello e al meglio sempre.

Ma curiosa però l’allitterazione tra privare e privilegio, vero?
No, non tanto, se ci pensate.
Perché spesso è proprio un privilegio bearsi di cose di cui altri sono privati. E quindi no, non è una confessione di egoismo. È più una constatazione logistica. Una presa d’atto amministrativa. Una specie di bilancio consuntivo delle ore uomo della mia esistenza.

Comunque, a chi storce il naso, ricordo una cosa fondamentale: io non sono mai davvero da solo. Siamo sempre in tre.

Me, Myself and I.
E già così la situazione sarebbe complicata.
Diventa addirittura preoccupante se supponessimo che Me, Myself and I non coincidano esattamente con Io, Es e Super-Io, perché in quel caso non saremmo in tre ma in sei.

E ammetto serenamente che questa faccenda non l’ho ancora chiarita nemmeno io.

Ci sono giorni in cui mi sembrano la stessa persona che cambia cappello, altri in cui mi sembrano sei inquilini differenti che condividono lo stesso appartamento litigando per il bagno, rubandosi il latte dal frigorifero e accusandosi a vicenda di non aver comprato la carta igienica – coinquilini di mmmerda!

Il che rende il dato problematico per due ragioni.

La prima è logistica: io già passo le giornate dentro una stanza di poco più di trenta metri quadri piena di scatoloni, faldoni, libri, oggetti sopravvissuti a traslochi, ristrutturazioni e idee che non ho ancora deciso se buttare o trasformare in romanzi.

Se fossimo davvero in sei servirebbe una planimetria catastale, un regolamento condominiale e forse pure un amministratore esterno.

La seconda ragione invece è molto più interessante.
Perché io sono sempre stato convinto che esistano esperienze infinitamente più affascinanti in teoria che nella pratica. E tra queste ho sempre collocato certe configurazioni relazionali che la pornografia contemporanea, la sociologia da bar e la fantasia maschile hanno trasformato in sigle amministrative. MFF. MMF. Sembrano classificazioni ferroviarie o sigle di motori diesel e invece indicano esseri umani nudi che cercano di coordinarsi per darsi reciproco piacere.

Ora, io ho sempre sostenuto che il celebre threesome, fuori da una relazione stabile e dentro il regno vastissimo delle ipotesi teoriche che costano poco proprio perché non devono essere realizzate, possieda un suo fascino concettuale. Una sua eleganza  geometrica a dispetto di quel che sosteneva Renato Zero.

Una sua simmetria da diagramma di flusso.

Dovendo proprio compilare una scheda tecnica sull’argomento ho sempre trovato più intuitiva la configurazione MFF rispetto alla MMF, non per ragioni morali, che ormai lasciamo ai comitati etici e ai parenti anziani durante i pranzi di Natale, ma per semplice economia gestionale delle mie fantasie.

Però c’è un problema.

A un certo punto il threesome, se siamo in sei smette di essere una esperienza intima e diventa una assemblea. Diventa organizzazione. Diventa verbale di riunione. Diventa quella famosa barzelletta del tipo che alla terza volta che sente bussare da una porta secondaria interrompe tutto, accende la luce e sbotta: “Oh, organizziamoci però!”.

Ecco.
Io già faccio fatica a organizzare Me, Myself e I. Figuriamoci Me, Myself, I, Io, Es e Super-Io. Non sarebbe più un threesome. Non sarebbe nemmeno una ammucchiata. Sarebbe una conferenza multilaterale delle mie contraddizioni. Un congresso permanente con correnti interne, mozioni procedurali, veti incrociati, commissioni tecniche, minoranze organizzate e almeno una personalità che si alza indignata minacciando di abbandonare il tavolo dei lavori.

Un’orgia del potere senza le Z.

E conoscendomi abbastanza bene, sospetto pure che una delle sei pretenderebbe di verbalizzare tutto mentre un’altra si lamenterebbe che il verbale non rappresenta adeguatamente la complessità del proprio vissuto.

Però, sì, alla fine è bellissimo fare questi strani threesome interiori con se stessi per ore e ore ogni giorno.

Perché non ti senti mai davvero solo.
Sai sempre che qualcuno ti farà dei tiri mancini, delle bastardate da caserma, delle provocazioni assolutamente gratuite e prive di qualunque giustificazione logica. Ma sai anche che verranno fatte con affetto. E soprattutto non è affatto detto che sia sempre io a subirle.

Molto spesso sono io che le faccio a Myself e ad I.

E credetemi.

Quella è decisamente la parte più bella.

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6 risposte

  1. Avatar Vittorio Tatti

    A questo punto la famiglia non diventa una distrazione?

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Non devi essere ingordo, però!

      1. Avatar Vittorio Tatti

        Detto a uno che tende a essere estremista…

      2. Avatar Domenico Mortellaro

        Un estremista radicale tende sempre a far capire intorno quanto il suo approccio possa essere sbagliato.

  2. Avatar @desire760

    Credo che la miglior compagnia resta quella nostra, mai potrà tradirci, caso mai dà di più perché nel silenzio meditiamo e riflettiamo al meglio.
    Comunque anche i miei figli sono di buona compagnia, ma solo quando sono in sede dato che sono fuori per studio.
    Ma posso dire con convinzione che la compagnia migliore sia quella di noi stessi.🤍

  3. Avatar gattapazza

    Non potrai mai sentirti solo con i “sei” te che ti fanno compagnia.
    Ti invidio!

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