Se dovessi cambiare nome, quale sarebbe il tuo nuovo nome?
Ti pareva.
Solo ieri avevo parlato di prompt simpatici, intelligenti, fatti bene, di quelli che almeno ti danno l’illusione che dall’altra parte ci sia qualcuno che abbia dedicato più di sette secondi alla scelta dell’argomento. E invece oggi cosa mi capita? No, ditemelo voi. Un prompt idiota. Veramente imbecille. Uno di quelli che arrivano nel momento sbagliato della giornata, si sommano a una serie di bastardate infime e riescono a farmi serenamente dichiarare che si avvicina il più brutto compleanno dell’umanità.
Che poi questa cosa mi ricorda una frase meravigliosa, incomprensibile ai più ma non a me che conosco bene il pronunciante: “Fa caldo, è caldo oggi… fa caldo, molto caldo… oggi è il giorno più caldo del mondo!”. Una frase che descrive benissimo una malattia diffusissima. Scambiare se stessi per il pianeta. O meglio ancora — perché io le cose le faccio sempre meglio — per l’intera umanità. Se sto male io, sta male il mondo. Se mi gira male la giornata, il cosmo si è incrinato. È una forma di narcisismo da discount ma tremendamente umana.
Che mi sarà mai successo di così grave?
Niente.
Assolutamente niente.
Avevo appuntamento in banca per fare gli acconti dei lavori di ristrutturazione. Avevo concordato tutto. La direttrice mi aveva detto: “Nessun problema, io non ci sarò perché ho un corso, ma si metteranno a disposizione”. E quando qualcuno si mette a disposizione, a casa mia, significa che qualcuno si mette a disposizione. È una frase piuttosto lineare. Soggetto, verbo, complemento. E invece no.
Per regolamento.
Perché il regolamento è la forma più sofisticata di vendetta inventata dall’essere umano.
Salta fuori che quella proposta della direttrice era una eccezione. E la direttrice, ovviamente, non si è nemmeno degnata di comunicarlo. E già lì dovevo capire tutto. Perché appena ho sentito pronunciare la frase “come se noi fossimo schiavi al servizio…” ho capito che il sadismo del sottoposto stava per manifestarsi in tutto il suo erotico splendore burocratico sul povero stronzo dall’altro lato del plexiglass. Che peraltro nessuno ha ancora rimosso dal post-covid. È diventato arredamento.
E io non avevo nemmeno portato gli occhiali da lettura.
Perché sono un presbite di merda.
E continuo a negarlo.
Io che per anni avevo tolto le lenti graduate e messo quelle neutre nelle montature pentapartitiche dei miei genitori per andare in giro a fare il bavoso maiale di discreto successo nell’acchiappo indossando occhiali alla Demichelis.
E quindi mi ritrovo senza occhiali a compilare moduli pieni di caselline minuscole.
Copiando IBAN.
Che sono fatti esclusivamente di zeri progettati da un sadico.
“Firmi, poi quando torna la direttrice capiamo.”
Capiamo.
Magnifico.
Ma non era finita.
Perché poi avevo appuntamento al punto Enel.
Quello vicino casa.
Quello dove per anni si sono alternate creature angeliche, donne evidentemente progettate da qualche regista di film erotici degli anni Settanta quando l’erotismo era ancora una faccenda elegante e non una disciplina olimpica.
E invece da qualche mese si aggira lì dentro una ragazza dai tratti sospesi tra il mediorientale e lo zingaresco, con un accento talmente profondamente radicato nel contado di Butuntum da avermi convinto nel giro di sedici secondi netti che quando Almirante parlava di razza aveva un buon 2,7% di ragione.
Limitatamente ai residenti dell’inurbato di Bitonto, frazioni e agro inclusi.
Camminava con i dorsi delle mani rivolti in avanti come un quasi erectus appena promosso alla posizione eretta. Spalle a uovo. Collo insufficiente. Dittonghi slabbrati come se fossero materia elastica. Come le labbra delle “fighe a pipistrello” o delle “bat-passere” che Alex Magni si è inventato come definizione per battezzare le labbra di sotto di certe attrici amatoriali che raccatta tra le over 50 di paese – tutti i paesi, centoxcento in ogni città.
No, non è vero che il problema con le vocali e i dittonghi ae e eo slabbrati sia una mia fissazione, come non è vero che che dice Alex Magni delle “battute-passere” che indicano una che l’ha data via a tutti – la morfologia anatomica delle labbra vaginali non ha stretta correlazione con la frequenza dei rapporti sessuali nè con l’anatomia del partner”
E già qui potrei fermarmi.
Ma non posso.
Perché pure lei è riuscita a fare casini inenarrabili con la questione dei contatori. Che però forse merita un post tutto suo.
La parte migliore è arrivata alla fine.
Quando, dopo aver lasciato pure lei tutto in sospeso con un magnifico “ci faremo sapere” (sì, CI, avete letto bene!), ha deciso di concludere la pratica con una frase che probabilmente nella sua testa era seduttiva.
“Tanto tempo che ci incrociavamo, adesso avremo una buona ragione per vederci spesso.”
E voi non avete idea di quanto abbia slabbrato le ultime due parole.
Spesso.
E vederci.
Una roba che pareva dovesse sciogliersi sul pavimento. Non ci riesce nemmeno la tastiera a spiegarvelo!
Il tutto per poi recarmi al supermercato, acquistare diligentemente una serie di articoli espressamente validati due volte da mia moglie, pagare, arrivare alla mia CHR che avevo parcheggiato all’ombra ma che ormai era quasi al sole, e scoprire di dover rientrare perché mancavano due articoli.
Seconda fila.
Seconda cassiera.
Sempre la stessa.
Sempre l’unica profondamente stupida di tutta la piastra commerciale. Stupida e brutta e inutilmente seduttiva che mi trattava sempre in modo comunque acido facendo io sempre la spesa con mia moglie ma da quando frequenta un mio amico – convinta di avere l’esclusiva ma è quello che di propensione fa il bull in mezzo alle coppie cuck e ne parleremo in un post a parte, tranquilli non dimentico le promesse – da quando frequenta quel mio amico si è convinta di poter fare chiacchiere “simpatiche” con me. No, nessuna seduzione. No nessuna intelligenza o simpatia.
Solo una volta rientrato a casa, ovviamente, ho potuto scoprire che gli articoli mancanti non mancavano. Erano semplicemente scorte di magazzino da aggiornare.
Capite quindi il mio stato d’animo.
Poteva forse arrivare un prompt intelligente a rimettere in asse il karma?
No.
La domanda era ed è – mica l’ho dimenticato!
“Che nome vorresti avere se potessi sceglierlo?”
Me lo hai già chiesto.
Generatore di prompt del cazzo.
Me lo hai già chiesto.
E meriteresti un colpo di balestra sparato con noncuranza tra i testicoli, come fa Konja, il mio ranger di frontiera di quinto livello nella campagna di D&D che ChatGPT conduce per me quando la realtà diventa troppo stupida per essere frequentata.
Perché già lo sai che nome vorrei avere.
Alessandro.
Come ho sempre fatto.
Fino a quando non mi sono reso conto di due cose.
La prima è che San Domenico da Guzmán era probabilmente il patrono corretto per il mio nome, essendosi inventato l’Inquisizione, avendola definita santa e avendo sostenuto con una certa convinzione che fosse ragionevole arrostire chi rompeva i coglioni per motivazioni che oggi paiono assurde ma che all’epoca erano considerate serissime. Scope. Gatti neri. Demoni. Robe così. Pure galli neri, eh, black cocks, che associati all’aggettivo BIG sono una pratica sociale diffusa e ormai validata dalla pornografia internazionale con enormità di siti appositi – enormità ci sta tutta – e che sono in pratica signore caucasiche che anelano conoscere bene, nel profondo, afroamericani, indigeni africani – non so perchè soprattutto Maliani, gente del Gambia o di Capo Verde – o maranza locali (che meritano anche loro un bel post apposito). Nel profondo, cioè dentro. Senza vestiti. Le più coraggiose, anche nel giardino del retro o sintonizzate sul secondo canale.
La seconda è che Alessandro ormai è fuori discussione.
Perché l’unico Alessandro Mortellaro, Primo del Suo Nome, è mio figlio.
E voi provate pure a toccargli quel titolo. Provate a togliere “primo del suo nome” a mio figlio.
Poi vediamo come va a finire.
Fine della discussione.
