Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Ci stanno le cose bellissime.
Quelle che ti investono tipo un tir con doppio articolato dietro e camionista bulgaro che ti centra in pieno mentre tu stai facendo una cosa che nessun essere umano dovrebbe fare, tipo passeggiare in autostrada, e lui invece sta scrivendo messaggi a una zozza puttanaccia sifilitica che tradisce il marito nelle piazzole degli autogrill. E non fate gli innocenti.
Non avete idea di quante volte succedano cose del genere.
O forse ce l’avete.
E soprattutto non fate quelli scandalizzati perché almeno una volta nella vita una fantasia del genere vi è passata per la testa. Magari non il camionista. Magari non la sifilitica. Ma la piazzola sì.

Comunque.

Quando arrivano certe cose belle, è tutto troppo bello.
E quindi bisogna scriverle. Pure piano.
Pure con attenzione.
Pure sapendo che a raccontarle sembreranno minuscole agli altri e gigantesche a te.

Questa cosa, per esempio, la leggete oggi che è il mio compleanno. Però è stata scritta il trenta maggio. Lo preciso perché tengo moltissimo alla cronologia quando mi fa comodo e la ignoro completamente quando non mi fa comodo, come ogni essere umano degno di questo nome.
Quindi sì, sto incasinando la timeline dei post programmati. Non per aggiungere roba a cazzo.
Che poi “a caso” e “caos” si assomigliano pure parecchio e io continuo a pensare che non sia un incidente linguistico ma una specie di messaggio in codice lasciato dagli antichi grammatici per chi fosse abbastanza illuminato da coglierlo.

In realtà la faccenda è successa burocraticamente il trentuno.

Solo che erano passati da poco pochi minuti dalla mezzanotte. Stavamo tornando a casa. Io, mia moglie e mio figlio. Dopo una lite puttana. Di quelle che se le racconti a qualcuno sembrano ridicole e se le vivi sembrano la crisi dei missili di Cuba. Perché mio figlio ha una qualità rara: sa mettere il muso in maniera professionale. Sua madre ci prova. La donna che amo. Mia moglie. Ma non le viene. I musi di mia moglie sono aristocratici, sostenuti, da nobildonna che ha appena scoperto che qualcuno ha usato il cucchiaino da dessert per il sorbetto. Quelli di mio figlio invece sono anarchici. Pirotecnici. Da adolescente problematico intrappolato nel corpo di un bambino di sette anni. Con sospiri, gesti teatrali, occhi al cielo e un repertorio linguistico che ogni tanto mi fa domandare chi cazzo gli abbia insegnato certe cose salvo poi ricordarmi che vive con me.

La lite verteva attorno a una questione fondamentale: il nonno gli aveva detto scherzando che il vitazzuolo di suo nipote si sarebbe fatto la notte da leoni fino alle due di mattina. E lui aveva recepito la frase come una concessione governativa, una legge dello Stato, una disposizione ministeriale non impugnabile davanti ad alcun tribunale. Quindi fino alle due bisognava stare in giro. Peccato che facesse un freddo di merda. E quindi no. Si tornava a casa. E da lì il dramma.

Arriviamo in cucina.
Io sto prendendo la compressa per il colesterolo.
Quella vera. La medicina. Non gli integratori mistici che sembrano usciti da una setta farmaceutica amministrata da mia zia e da altri santoni della fitoterapia creativa.

Lui mi guarda. Sorride. Un sorriso enorme.
Di quelli che arrivano dopo la guerra e ti fanno sospettare che il trattato di pace nasconda clausole segrete.
E infatti mi fa:
“Adesso per cinque minuti facciamo pace però”.
Io lo guardo e già sento odore di fregatura.
“Perché?” gli chiedo.
E lui: “Perché devo chiederti una cosa”.
Poi sorride ancora di più.
“Si avvicina il tuo compleanno, no?”
E lì il cuore fa una cosa strana. Perde probabilmente tre battiti. Forse quattro. Perché bisogna sapere che mia moglie, in tutti questi anni, mi ha fatto pochissimi regali. Non perché non mi ami. Perché è una persona pratica. E i pochi regali hanno avuto destini tragici. Bottiglie meravigliose finite. Maglioni assassinati da una singola goccia di sugo domenicale. Calzini bellissimi morti bucandosi esattamente dove si bucano tutti i calzini dell’universo. Profumi dei quali sopravvive soltanto il flacone come una rovina archeologica di una civiltà estinta.

Quindi quando mio figlio mi chiede se c’è un regalo che desidero davvero io rimango spiazzato.

“Papà, c’è un regalo che ti piacerebbe tanto tanto che te lo facciamo io e mamma?” mi chiede.
E io gli rispondo che sì, ce n’è uno. Uno più di ogni altro.
Lui si illumina. “Quale?”
E io gli dico: “Quando ci svegliamo, abbracciatemi forte e lasciatemi sentire quanto mi volete bene”.

Fine. Tutto qui.

E succede una cosa che ancora adesso mi stringe il petto. Perché lui cambia espressione. Si intristisce davvero. E mi dice: “Papà, ma io non posso”. Io resto interdetto. “Perché?” E lui: “Perché sono piccolo. Non riesco a farti vedere davvero quanto bene ti voglio. Non abbastanza”. E lì il cuore decide che per quella sera ha lavorato abbastanza e può anche andare in sciopero. Io nascondo una lacrima. Una sola. Per evitare che arrivino le altre in rinforzo. E gli dico che non deve preoccuparsi. Che io lo sento già. Che lo sento benissimo. Molto più di quanto lui immagini.

Dopo, come ogni bravo investigatore da telefilm di quart’ordine, chiedo a mia moglie se per caso lei lo avesse mandato in avanscoperta.
Magari aveva organizzato qualcosa.
Magari quarantasette anni le sembravano una cifra importante.
Magari per una volta aveva pensato a un regalo.

Lei mi guarda e con una sincerità devastante mi dice che no. Anzi. Onestamente non si era nemmeno accorta che il compleanno stesse arrivando. Era tutta iniziativa di nostro figlio. Dall’inizio alla fine. E poi aggiunge una cosa minuscola che però mi resta dentro.

Dice che almeno in quello, caratterialmente, il bambino non ha preso da lei. Lo dice sorridendo.

E io lo so che raccontata così sembra una storia da niente. Una roba minima. Una sciocchezza domestica. Ma che cazzo vi aspettavate? Esplosioni? Inseguimenti? Un colpo di Stato?

Quella notte sono stato la persona più felice del pianeta.

Per le parole di mio figlio.

E pure per quelle finali di mia moglie.

Perché ogni tanto scopri che dentro la rassicurante banalità delle cucine, delle medicine per il colesterolo, delle litigate idiote e dei compleanni che arrivano senza che nessuno li tenga davvero a mente, si nascondono cose enormemente buone. E quando arrivano non fanno rumore. Però ti prendono in pieno. Esattamente come quel tir. Solo che invece di ammazzarti ti ricordano perché vale ancora la pena restare qui.

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7 risposte

  1. Avatar 2010fugadapolis

    1) Cinque giugno. OK. Sei schedato. Adesso è tardi, ma dall’anno prossimo (se campo ancora) sono cazzi tuoi. Sappilo. 😉
    2) AUGURI, Domè! Birra virtuale offerta, in attesa di quella reale.
    3) Tuo Figlio è piccolo, vero. Ma fai ancora in tempo a suggerirgli di metterti la mano sinistra sul fianco destro (proprio lì, dove c’è quel rotolino che magari se allenti la cintura si rilassa), prendere con la sua destra la sinistra di Mamma, che infine chiuderà il cerchio con la sua sinistra sul tuo rotolino sinistro. Fatto quello, basta stringere forte tutti quanti.
    4) AUGURI! 😉

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Una splendida stretta!

  2. Avatar 2010fugadapolis

    Errata corrige (porca vacca): “con la sua *DESTRA* sul tuo rotolino sinistro”. Che cazzo, mi sono intrecciato da solo. 😉

  3. Avatar Sandro Battisti

    Auguri che sì! 🥂🥂🥂

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Grazieassai!

  4. Avatar auacollage

    Bè, auguroni in ritardo!!

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Grazie di cuore.

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