Pare che la gente aspetti il Festa della Repubblica Italiana per parlare della Repubblica, della Costituzione, del Presidente, delle Frecce Tricolori, delle fanfare, dei bambini vestiti da piccoli alpini col cappellino storto che sembrano usciti da una pubblicità dell’amaro Braulio girata da un pedagogo fascistoide con la nostalgia del moschetto e della naja.
E va benissimo, per carità. Fate pure.
Io invece il 2 giugno lo aspetto per una ragione molto più seria, profonda e spiritualmente disturbata: il cambio della divisa estiva nelle Forze Armate. Sì, esattamente. Dal 2 giugno al 4 novembre si cambia uniforme. E questa cosa, credetemi, mi dà una serenità mentale che probabilmente dovrebbe essere studiata da qualche psichiatra bravo, uno di quelli che però non ti guarda con l’aria da “Biondoddio questo è irrecuperabile” già al secondo minuto.
Perché io ho questa malattia bellissima per le cose che cambiano solo per un periodo e poi tornano come prima. Le adoro. Mi rassicurano. Mi fanno sentire che il mondo, pur essendo un posto pieno di stronzi, genocidi, parcheggiatori abusivi, gente che condivide la moglie e gente che si aggira per i cessi degli autogrill sniffando orinatoi, abbia ancora una sua minima struttura rituale.
E sì, lo so che questa cosa mi lega profondamente a Il favoloso mondo di Amélie, inclusa quella faccenda meravigliosa di chiedersi quante persone nel mondo stiano avendo un orgasmo nello stesso istante. Che è una domanda bellissima e umanissima e pure statisticamente affascinante.
Ma la vera domanda mia è sempre stata un’altra: dove cazzo va l’ora legale quando torna quella solare? Dove sta nel frattempo? In un cassetto? In un magazzino? In una stanza d’attesa prima di girare un porno e quindi in uno spazio che puzza di scarpe adidas, fonzies e preservativi?
Stanno lì a fumare assieme aspettando il cambio turno? “Oh zì tra cinque mesi rientri tu”?
Io me le sono sempre immaginate così. E stessa cosa per le divise militari. Il 2 giugno entra quella estiva, il 4 novembre rientra quella invernale, si salutano tipo guardie svizzere stanche e fanno cambio. E basta. Qua almeno comando io e funziona così.
Ora, tutta questa preziosa e disturbatissima digressione a che serve?
Serve a spiegare una delle mie fissazioni più assolute, incontrollabili e monasticamente disciplinate: dal 2 giugno al 4 novembre io bevo il caffè esclusivamente al ghiaccio. Esclusivamente. Io, e non altri. Gli altri si regolano come vogliono loro. Io sì.
E attenzione perché qui bisogna fare chiarezza, soprattutto per voi turisti antropologicamente devastati che venite in Puglia tre settimane all’anno, mettete due foto dei trulli, mangiate burrata come se non ci fosse un domani e poi vi convincete di aver capito il Sud.
No.
Non avete capito un cazzo.
Prevedibile comunque.
Perché voi pensate che il caffè al ghiaccio sia quella brodaglia pornografica chiamata “caffè salentino”, che sarebbe poi ghiaccio, caffè e due dita di sciroppo di mandorla – ho detto pornografico per metafora del latte di mandorla, sì.
Quella non è caffè al ghiaccio.
Quella è mandorla corretta al caffè.
Un dessert liquido da aperitivo socialista sul lungomare di Gallipoli mentre uno con la camicia di lino bianca e la collana di cuoio cerca di venderti un apericena a 22 euro con DJ set afrohouse.
Il vero caffè al ghiaccio è un’altra religione. È
Un balloon pieno fino al limite del collasso strutturale di cubetti di ghiaccio — e già lì devi capire la geometria, la disposizione, la fisica della materia — dentro cui versi il caffè appena fatto. E il barista, se è uno serio e non un apprendista stregone della GDO col baffetto hipster e la mano tremula, il caffè te lo fa pure leggermente più lungo perché sa già dove andrà a finire.
Tu versi.
Giri.
Aspetti quei tre, quattro secondi.
E bevi.
E lì succede l’alchimia. Perché il ghiaccio ghiaccia immediatamente il bicchiere e il caffè scende a quella temperatura perfetta da rinascita spirituale senza avere ancora avuto il tempo di annacquarsi. È tutta una questione di velocità, cubetti, tempismo e fede. Una roba che tra un po’ la UNESCO ci deve mettere il bollino del patrimonio immateriale dell’umanità disagiata. Diteglielo a Lollo, su!
E non venitemi a dire “eh ma ci vuole tecnica”.
No.
Ci vogliono tre caffè.
Al terzo hai capito tutto.
Poi da lì in avanti sei pronto per affrontare l’estate da persona civile. E per me e solo me funziona esattamente come la faccenda delle divise. Il 2 giugno parte il caffè al ghiaccio. Il 4 novembre finisce. Punto. Se a luglio arriva una tramontana assassina e ci stanno 18 gradi e la gente esce col giubbino? Caffè al ghiaccio. Se il 10 dicembre ci stanno 23 gradi e le zanzare sembrano elicotteri Apache del demonio? Caffè bollente.
Perché esiste una disciplina. E la disciplina, credetemi, è una delle poche cose che separano l’essere umano dall’animale che mette il ketchup nella pasta o beve il cappuccino dopo le undici.
E sì, lo so, sono fisse. Ma sono belle proprio per questo. Perché il mondo è un casino ingestibile di guerre, sionisti, SUV parcheggiati in doppia fila davanti al mio passo carrabile quando non ho la chiave per rigarli e dottoresse obese con mani cicciotte che spiegano la felicità mentre vendono codici sconto sui lavaggi intestinali.
E allora avere queste liturgie minuscole, inutili e rigidissime è un modo per dire al caos: “tu fai pure il cazzo che vuoi, io intanto il 2 giugno passo al caffè al ghiaccio”.
