Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Quali paure hai superato e come?

La paura seria che ho superato nella vita non è stata quella della morte. Nemmeno quella di restare povero. Nemmeno quella di diventare calvo — che tanto il Signore, nella sua infinita crudeltà pedagogica, quando decide di toglierti i capelli ti lascia comunque abbastanza specchi da fartelo notare ogni mattina. No. La paura più assurda, più infantile, più irrazionale e soprattutto più difficile da spiegare a un adulto che voglia conservare un minimo di dignità davanti ai propri simili erano i personaggi dei film. Quelli che mi facevano veramente paura. E attenzione perché qui già partono gli eroi da tastiera che a dodici anni guardavano Alien mangiando pane e benzina e poi si facevano una pennichella serena. No. A me Nightmare non faceva paura. Venerdì 13 nemmeno. Jason era grosso, Freddy era brutto, ma erano cose dichiaratamente da cinema. Roba che il cervello catalogava come “mostro”. Fine. Io invece mi cacavo letteralmente in mano per tre film. Tre. E uno era pure fatto di merda.

Il primo fu IT. Quello vecchio. Quello che oggi guardi e dici: ma davvero avevo paura di questa roba? Sì. Avevo paura. E parecchia. Perché c’erano alcune scene che mi mandavano in cortocircuito il cervello. Non importa che fossero finte. Non importa che fossero fatte male. Non importa che pure un criceto bendato avrebbe riconosciuto gli effetti speciali da sagra patronale. Io ci cascavo dentro con tutte le scarpe. Soprattutto col palloncino pieno di sangue. Quella roba nel lavandino mi devastò. E siccome l’infanzia è un posto dove l’orrore e la masturbazione convivono inspiegabilmente nello stesso corridoio mentale come due vicini di casa che non si salutano ma sentono tutto attraverso il muro, succedeva una cosa terribile. Io stavo al bagno. Facevo cose da preadolescente. Quelle cose. Quelle che improvvisamente diventano interessantissime verso una certa età. E mentre ero lì, seduto sul cesso, inevitabilmente guardavo il bidet. Perché nelle case italiane il bidet sta sempre vicino al cesso. Sempre. Come se gli architetti avessero ricevuto precise direttive ministeriali. “Mi raccomando. Il bambino che si masturba deve poter vedere chiaramente il bidet.” E io guardavo quel maledetto buco. Che già mi inquietava di suo. Prima per IT. Poi perché anni dopo feci un sogno una sola volta ma bastò: mi cadevano le palle nel bidet. Non chiedetemi come. I sogni funzionano così. E mentre stavo lì vedevo quel palloncino immaginario gonfiarsi. Gonfiarsi. Gonfiarsi. Finché scoppiava. E sangue dappertutto. E il cervello andava in tilt. E quella cosa bella che stava succedendo diventava improvvisamente associata al terrore che il piacere e il sangue fossero parenti stretti. Una roba da psicanalista che si compra la casa al mare solo con la mia cartella clinica.

Quella paura la superai a tredici anni in un modo assolutamente inadatto a qualsiasi manuale pedagogico. Durante una manifestazione scolastica c’era un pagliaccio. Uno vero. Non IT. Un povero Cristo che probabilmente voleva solo fare palloncini a forma di cane e raccattare due applausi. Io gli riversai addosso anni di rancore. Bestemmie. Parolacce. Insulti. Di tutto. Tanto avevo già preso una sospensione per aver morso in faccia un compagno di classe. Non sto scherzando. Quindi pensavo: ormai il curriculum disciplinare è compromesso. E quello rideva. Rideva. Ma si vedeva che era confuso. Non aveva la faccia di Pennywise. Aveva la faccia di uno che pensa: “Ma questo bambino che cazzo di problemi ha?” Poi andai oltre. Molto oltre. Qualche giorno dopo comprai un pupazzo di Sbirulino. Sì. Proprio lui. Lo portai a casa. E gli combinai cose che oggi probabilmente farebbero preoccupare un’équipe multidisciplinare. Lo sbudellai. Lo svuotai. Lo mutilai. Gli rifeci la faccia. Gli costruii persino una sede anatomica posteriore che originariamente non possedeva e lo impalai con una mazza improvvisata. Rimase esposto per giorni. Come monito. Solo anni dopo realizzai che in qualche modo avevo compiuto una vendetta trasversale ai danni di Sandra Mondaini. Ma non provai particolare rimorso.

Più interessante fu invece Bob. Bob di Twin Peaks. Cristoddio Bob. Ora. Tecnicamente io Twin Peaks non avrei dovuto guardarlo. Ma avevamo una ragazza alla pari inglese. Dieci anni più grande. Bellissima. E quando dico bellissima intendo che pareva la sorella minore di Fergie nei primi anni Novanta ma con intenzioni migliori verso il genere umano. Si chiamava Lara. Guardava serie americane. E mi convinse che Twin Peaks fosse un drama adolescenziale. Cosa che detta oggi equivale a sostenere che Cannibal Holocaust sia un documentario naturalistico. Comunque iniziammo. E arrivò Bob. E Bob mi distrusse. Ricordo soprattutto la scena del corridoio. Quella corsa. Quell’apparizione. Da quel momento io evitavo corridoi lunghi. Evitavo stanze vuote. Evitavo di restare da solo. Finché Lara non se ne accorse. Mi chiese: “What’s up?” Che è una frase molto più intima di qualsiasi messaggio WhatsApp. Perché una persona ti guarda negli occhi mentre la dice. Le spiegai tutto. Anche perché si avvicinava una notte in cui i miei sarebbero stati fuori e io dovevo dormire da solo. Lei disse che anche lei era ancora disturbed. Forse mentiva. Forse no. E propose una soluzione. Dormire insieme. Per far passare la paura. Disse che si fidava di me. Che la facevo sentire al sicuro.

Ora. Io non so cosa passasse nella testa di Lara. Ma posso dirvi che per un quasi tredicenne la proposta fu una specie di miracolo laico. Dormimmo davvero insieme. Abbracciati. Io passai una notte intera accanto a una creatura bellissima. E sì. Lo dico subito prima che arrivino i maschi col monociglio. Avevo assolutamente fantasie molto meno cavalleresche. Eccome se le avevo. Ero già praticante della segreta arte di SegHuto da anni. Però succede una cosa curiosa. Quando sei molto giovane. Molto confuso. Molto innamorabile. La vicinanza reale di una persona supera la fantasia. Ricordo il contatto casuale del suo corpo molto più di qualsiasi pensiero erotico. E la paura di Bob passò. Completamente. Senza che mi venisse la paura di essere un frocione. Che già è un successo statistico enorme per un adolescente degli anni Novanta.

Poi però arriviamo al vero mostro. Quello definitivo. La voce. La maledettissima voce di Marcellino Pane e Vino. Quella. “Marcellino…” No. Mi rifiuto. Quella roba mi terrorizzava. Perché era rassicurante. Ed è molto peggio. I mostri che ringhiano li capisci. Le voci che sorridono mentre succede qualcosa di irreparabile no. Quel bambino muore. Così. E nessuno sembra particolarmente sconvolto. E quella voce continua a chiamarlo. Calda. Profonda. Quasi affettuosa. Come un mostro di Foligno che abbia studiato dizione. Forse sono ateo per colpa di quella voce. Sul serio. Perché quella voce non mi è mai uscita dalla testa. E infatti mio figlio non vedrà mai quel film. Mai. È vietato. A casa mia. A Pasqua. Dai nonni. Ovunque.

Perché nella nostra famiglia una morte così esiste. E non era Pasqua. Era Santo Stefano. E una persona che amavo… no. Scusate. Di mia zia non riesco ancora a parlare. Non oggi. Posso solo dire che quarantotto minuti prima rideva. Parlava. Sorrideva. Poi si è spenta. Come un monitor quando salta la corrente. Esattamente così. E quindi io quella paura del film l’ho superata. La voce no. Quella voce la odio. Non la temo. La odio. E il povero doppiatore, che probabilmente era una bravissima persona e magari dava da mangiare ai gatti randagi e aiutava le vecchine ad attraversare la strada, ha avuto la sfortuna di prestare il timbro vocale a uno dei traumi più tenaci della mia esistenza. E ancora oggi, se sento quella scena, mi viene voglia di discutere con lui. Molto energicamente. Su questioni teologiche.

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8 risposte

  1. Avatar La Manu

    Che quel bambino l avevo rimosso e l accettazione candida della morte, che è naturale, ma pure di una crudeltà e nudità infinita, che ci stai (che ti stai?) insegnando a guardare senza provare a migliorarla.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Ma perchè migliorare una cosa perfetta da se?

  2. Avatar 2010fugadapolis

    Sono cresciuto a botte di Dario Argento, non c’è un film che mi abbia fatto davvero “paura”.
    Non è del tutto vero. Per motivi ancora in corso di investigazione uno – uno solo – c’è stato.
    “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati.
    Prima o poi capirò perchè, ma quello mi fece davvero cacare sotto, al punto di non dormire la notte dopo averlo visto.

    1. Avatar F.L.

      anche per me, quel film mi ha terrorizzato e turbato e non l’ho più voluto rivedere.

      1. Avatar Domenico Mortellaro

        IT? Sì, oltretutto è fatto malissimo, proprio un pessimo B Movie.

      2. Avatar F.L.

        No, IT non l’ho visto. Mi riferivo a “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati

  3. Avatar F.L.

    Non ne ho superata nessuna, le tengo solo a bada: il buio mi terrorizza ma non potrei vivere senza, mi allarma e mi attiva; le catastrofi di qualsiasi genere perché mi paralizzano e l’idea di sopravvivere in un mondo devastato mi permette di farci fronte con un pessimismo costruttivo. E poi la morte, delle persone che più amo, i miei figli. A questa non so se riuscirei ad andare avanti.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Quelle non sono semplici paure: sono la dimostrazione che si hanno sentimenti.

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