Pratichi la religione?
Praticare la religione? Questo mi si chiede? Se io pratico — voce del verbo praticare, scritto proprio così che ci vorrebbe bibliograficamente il “sic” e pure una faccina del professore universitario che soffre molto mentre corregge il compito — la religione. A casa mia si pratica uno sport. Nemmeno un hobby, che già hobby esce di casa accompagnato da verbi più eleganti, più da aperitivo radical chic con spritz annacquato e barba da boscaiolo di Putignano: “mi diletto di”, “sono appassionato di”, “coltivo”. Tutta roba che suona seducente come quando si parla delle donne o di certe pratiche sessuali intense ma affrontate con spirito di sacrificio olimpico e molta crema idratante. Oppure “faccio”, voce del verbo fare, che resta comunque sessualizzabile in quel grande classico antropologico del maschio italico che è “quasi quasi me la faccio”, cit. immortale di un figurante afroamericano nel film “Il marito davanti e da dietro tutti quanti”, che io continuo a sostenere fosse una grande allegoria sul capitalismo tardo occidentale e non semplice cinematografia educativa per adulti annoiati. Lui stava vestito da maggiordomo dalla cintola in su e da Adamo dimentico delle foglie dalla cintola in giù, usciva da un armadio quattro stagioni socchiuso e parcheggiato in doppia fila in un salotto contemporaneo elegantissimo con le bomboniere messe lì dallo scenografo per dare credibilità alla famiglia italiana media e nel mentre la signora di casa curiosava intensamente con l’amica — perché nei film di quel tipo nessuno tromba, tutti “curiosano”, pare stiano facendo un sopralluogo dell’ASL — e lui esce, le vede, osserva quella situazione completamente incompatibile con il suo ruolo di maggiordomo e se ne esce con “Ok, quasi quasi me le faccio!”. Senza pathos. Senza costruzione narrativa. Senza nemmeno una considerazione congrua sullo spettacolo a cui stava assistendo. Ma si sa, certi doppiatori si fanno pagare a battuta, quindi tanto vale tagliare.
Le religioni, a casa mia, non si praticano. Le religioni si professano. Se poi sei uno di quelli col ruolo figo nel copione — prete, rabbino, imam, muezzin, sacerdote, santone, guru, monaco tibetano o direttamente boss finale col cappello strano e l’anello grosso — allora il verbo è officiare. E di solito officiare va a letto col complemento oggetto “funzione” e si porta dietro per il trisom l’aggettivo “religiosa”, che già da solo fa venire in mente odore di incenso, vecchie col velo e ginocchia consumate peggio dei copertoni dei camion serbi.
Ma praticare no. Non sono uno sport. E invece oggi pare che la religione venga trattata come il pilates, il crossfit o la zumba spirituale. “Pratico buddhismo”, “pratico meditazione”, “pratico mindfulness”. E che cazzo siete, istruttori federali dell’anima? Con tanto di tessera UISP dell’illuminazione interiore? Le religioni erano una cosa seria. Certo, per chi ha il fetish della religione, si sente solo, si sente impaurito dalla morte, dai cazzinculogravissimi della vita e quindi pretende di avere sempre accanto un amico immaginario o un cugino grande immaginario — l’angelo custode — che ti para il culo dai bullismi cosmici di questo gigantesco Monopoly truccato che è l’esistenza, al netto delle carte “probabilità” e “imprevisti” che non sono bullismo ma semplicemente l’universo che ti guarda e dice “oggi tocca a te, coglione”. E allora costoro si convincono pure di possedere poteri mistici, mutazioni X-Men della spiritualità, formule magiche chiamate preghiere con cui contattare il divino superiore pure all’angelo custode, perché l’angelo è il centralinista, ma il capo vero sta sopra. Le preghiere sono il Bat-segnale. Il faro col pipistrello che serve a chiamare Batman. O quello che mia moglie spiega a mio figlio come “il faro con la sagoma della panza di papà”, che si usa quando il gabinetto della mafia o della Palestina non funziona e la cacca esce di fuori. Che modi straordinariamente scatologici e meravigliosi ha mia moglie per spiegare la geopolitica a un bambino di sette anni. E io ve lo giuro, l’idea del cielo notturno illuminato dalla mia silhouette panzuta chiamata per risolvere i problemi del mondo mi commuove più di qualsiasi apparizione mariana.
Se praticassi la religione forse farebbe pure meglio alla mia linea del karate. Sicuro consumeresti calorie. Perché in chiesa si alzano, si siedono, si inginocchiano, si rialzano, si riscendono. Una specie di circuit training della colpa cattolica. E io vedo gente che si butta in ginocchio con una velocità e una scioltezza che da me te la sogni. Io se mi inginocchio è perché mi hanno sparato dietro le rotule o perché sto cercando una vite caduta sotto il mobile della cucina bestemmiando in aramaico. “Mettiti in ginocchio davanti a Dio”, ma figurati. Io non mi inginocchio davanti a nessuno. Forse nemmeno davanti a me stesso allo specchio, anche se non ho ancora fatto la prova definitiva e non escludo un giorno di trovarmi molto affascinante dopo due Negroni ben assestati.
Comunque, per tornare alla domanda iniziale: no, non pratico religioni. E ne sono pure felice. Perché se il verbo è quello, allora avevo ragione io fin da quando cominciarono a comparire nei supermercati i libri sulla spiritualità. Molto prima dei bestseller col titolo “mentre fai la cacca”, che sono il punto di caduta definitivo della civiltà occidentale. Io lo sapevo già allora che saremmo arrivati alla religione fai-da-te. Proprio come le schede in palestra. Tu paghi il personal trainer non per la scheda — quella la scarica identica per tutti da internet — ma per avere il sospetto che ci stia provando con te mentre ti corregge la postura del gluteo. E infatti mentre tu fai gli squat lui o lei sfrutta il tempo per fare altro, col tuo corpo, non per controllare davvero se stai respirando bene.
Tornate allora a osservare. O a professare. O meglio ancora a seguire, come pecore. Io invece mi tengo stretta la convinzione che siamo figli del caos, partoriti dal caos, sputati fuori dal caos e lasciati qui a fare finta di capirci qualcosa. E che bastano già i nostri casini senza aggiungerci pure quelli metafisici. Tanto se davvero esiste un Dio, è abbastanza evidente dalle ultime stagioni della nostra storia collettiva che è uno stronzo parecchio suprematista, parecchio fascista e decisamente smemorato su concetti tipo misericordia, pietà e assistenza clienti.
