Credo tutti abbiate di me quell’idea lì, quella pulita, lucidatina, da persona presentabile al pranzo di famiglia e pure al colloquio di lavoro: uno competente, con mille interessi, educato, che non rompe il cazzo inutilmente, che prova a non fare male a nessuno e a vivere sereno col prossimo — poi vabbè, molto affascinante, sì lo so, con una certa facilità con le donne, sì lo so pure questo, e con quella cosa inspiegabile per cui il maschio medio capisce subito che sei al centro dell’attenzione anche se non fai niente di quello che il maschio medio crede necessario per starci, tipo rutti in pubblico, pacche sulle palle come in caserma, bullismo gratuito, violenza a caso sui più deboli — no, io quelle cose non le faccio, e quando eventualmente le faccio non sono mai immotivate, anzi, diciamo che il pubblico astante tende a ridere e apprezzare, anche il lato creativo, anche il sadismo, sì lo so anche questo, grazie, troppo buoni.
Ora, la verità è che sì, sono così, ma c’è stato un tempo — e qui comincia la parte bella, quella che vi smonta la statuetta di porcellana e ci piscia sopra con metodo — in cui io non ero il pugile, ero il sacco, ero il materasso, ero quello su cui si provava la nobile arte senza guantoni e senza arbitro, cioè ero il bullizzato, e non per caso, ma per quella combinazione tossica di fattori per cui sei bravo, piaci alle ragazze, non fai il cretino come gli altri e quindi automaticamente diventi bersaglio, perché alle medie, nel meridione, se non sei una scimmia urlante sei un problema, e se sei un problema sei frocione, e se sei frocione sei carne da macello sociale, fine del ragionamento.
In quella giungla di merda che era la scuola media — palestra del bullismo, altro che educazione civica — c’era questo elemento, Battista Giuseppe, che salutiamo con affetto retroattivo e con una certa gratitudine evolutiva, che aveva sviluppato un hobby specifico, un feticismo, una missione quasi religiosa: abbassarmi i pantaloni della tuta, che io già lì avevo capito essere il vero segno del potere globale — Obama, Briatore, gente che comanda davvero, mica gli impiegatini in jeans — e questo arrivava da dietro, zac, giù i pantaloni, e provava pure a tirare giù le mutande per poi fare il grande annuncio alla platea: “ce l’ha piccolo”. Che magari, oh, pure vero eh, nella gloriosa media nazionale, ma non è quello il punto, il punto è che mi stava costruendo un complesso a colpi di teatrino quotidiano, e io nel frattempo avevo in testa lo zio della macchina — figura mitologica, vate tombale, bullo certificato di generazione precedente — che mi diceva: se ti bullizzano una volta, è finita, sei segnato, menali, menali subito, naso, sangue, testata — il famoso tuzzo, attenzione, tecnica avanzata nei quartieri popolari di Bari dove si insegna a cinque anni come diplomazia di cortile, roba che all’ONU si sognano.
Io a Battista Giuseppe lo dissi tre volte, tre, contate: smettila, che ti faccio male. Ma lo dicevo piano, educato, quasi chiedendo scusa, quindi ovviamente lui rideva, non capiva, insisteva, e io all’ultima gli buttai pure la citazione alta, Fra Cristoforo, “verrà un giorno!”, che oggi avrei aggiornato con un più funzionale “mo viene Baffone”, perché Stalin non delude mai nelle metafore pedagogiche, ma all’epoca ero ancora ingenuo, credevo bastasse la parola.
Spoiler: non bastava un cazzo.
Quel giorno arrivò, ovviamente nel momento perfetto, perché la vita quando deve farti esplodere lo fa con tempismo chirurgico: io in mezzo a due amiche, una che volevo baciare tutta, proprio tutta, e lei pure non era contraria, reduce da lambada condivisa cinque giorni prima alla festa di Anemone Alfredo — che salutiamo, perché certe scene erotico-grottesche vanno archiviate con gratitudine — e quindi io già in modalità “non mi toccate davanti a lei che mi gioco tutto”, e lui cosa fa? Arriva da dietro. Zac. Giù i pantaloni.
E lì scatta qualcosa.
Nella testa partono le voci, lo zio, le palle, il naso, la dignità, i quaranta minuti di pazienza diventati quaranta settimane, “abbiamo pazientato 40 settimane, ora basta!”, demicitazione da spumante da discount ma efficace, e io mi giro, capisco che non so tirare pugni, capisco che la testata forse non basta, capisco che sono una bestia all’angolo, e mi faccio la domanda più semplice e più antica del mondo: cosa fa una bestia ferita all’angolo?
Morde.
E io lo mordo.
In faccia.
Zigomo.
E mentre lo faccio — dettaglio fondamentale, perché il cervello è una bestia schifosa — penso pure “vediamo che sapore ha la pelle”, e la risposta arriva subito: schifo e sudore, un gusto che ancora oggi mi fa dire che sì, forse lavarsi non era la sua priorità evolutiva.
Urla. Sangue. Tre punti di sutura. Le mie amiche in modalità esorcismo, la prof che entra bianca come un cadavere, io che mi stacco e scappo, corridoio, scale, fuga da criminale in piena escalation, placcato da un bidello all’uscita mentre già stavo progettando l’esilio, perché nella mia testa avevo appena commesso un delitto atroce, roba da cronaca nera, da “ragazzo cannibale delle medie”, e invece mi riportano dentro, io tremo, spiego tutto, con la lucidità di uno che ha appena fatto la cosa più sbagliata e più giusta della sua vita nello stesso istante.
Sospensione, “tre giorni da tutte le scuole del regno”, genitori convocati, facce scandalizzate, la solita retorica del “hai sbagliato a non parlarne”, come se all’epoca esistesse la cultura del bullismo e non quella del “sei un coglione se non reagisci e un mostro se reagisci”, doppia inculata pedagogica perfetta, ma poi entra lo zio, quello vero, quello della macchina, e dice chiaro: questo ragazzo ha fatto l’unica cosa possibile, e se è arrivato a mordere qualcuno in faccia significa che prima gli hanno rotto il cazzo oltre ogni limite umano.
E lì qualcosa si sistema.
Non tutto, eh, perché certe robe ti restano dentro come spine arrugginite, ma abbastanza da cambiare traiettoria: mi mandano a boxe, io imparo a usare le mani invece dei denti, e soprattutto succede una cosa bellissima, meravigliosa, educativa nel modo più storto possibile: la voce gira.
“No, quello no… è pazzo… morde… è cannibale.”
Etichetta perfetta.
Funziona.
Da lì in poi la maggior parte delle bullizzate sparisce, evaporano, si dissolvono davanti alla prospettiva di finire addentati come una mela marcia, ne restano due, due grosse, che magari racconterò, ma il grosso era fatto: il messaggio era passato.
Hannibal Lecter arriverà dopo, a nobilitare la faccenda, a dargli una cornice culturale, a spiegare perché detesto la scortesia e cosa succede quando qualcuno insiste a essere scortese con me, ma la verità è molto più semplice, molto più sporca, molto più ridicola: tutto è cominciato con Battista Giuseppe e un morso dato male, al momento giusto, nel posto giusto.
E sì, magari non è elegante, non è educativo, non è quello che direbbe uno psicologo da salotto.
Ma ha funzionato.
E a volte, purtroppo, è l’unica cosa che conta.
