Come sapete tutti nella mia vita esistono una serie di pantheon, ma proprio tanti, roba che se mi aprissero il cervello dentro sembrerebbe il reparto action figures di AliExpress di mio figlio dopo una guerra civile tra Avengers tarocchi e personaggi Disney deformi dalla plastica tossica.
E questi pantheon sono importantissimi, perché tengono in equilibrio il mondo, il mio almeno.
Sono tipo quelle strutture invisibili che impediscono alla realtà di collassarti addosso mentre paghi il bollo auto – che non pago perchè ce l’ho ibrida e plug in – o fai la fila alle poste dietro una vecchia che odora di canfora e democristianesimo avanzato.
E dentro questi pantheon ci stanno figure minori, maggiori, semidivinità, apostoli, santi, criminali, allenatori, gente che probabilmente avrebbe meritato un TSO permanente e invece si è ritrovata a plasmare il mio modo di stare al mondo.
Che poi non è manco una cosa nuova: pure i romani facevano così.
Rubavano gli dei agli altri. Arrivavano, conquistavano una popolazione e dicevano “bello sto dio vostro, ce lo prendiamo”. Tipo i greci, i peuceti, gli irpini, tutti derubati spiritualmente come ai saldi del Mediaworld. Solo che loro li chiamavano dei e noi oggi li chiamiamo santi o influencer motivazionali coi denti sbiancati. Sempre pupazzi sono. Sempre statuette da mettere sul comodino mentale perché ti aiutino a non impazzire.
Lari e Penati.
E quindi nel mio pantheon ci sta il pupazzo del raccolto – cioè quello dei bonsai – il pupazzo delle scopate, il pupazzo per rompere la coccia agli infami, il pupazzo per guastare il sonno del prossimo — e lì naturalmente c’è Ecate, divinità psicopompa, che già solo il termine psicopompa a me da bambino sembrava una cosa zozza da maglietta dei Cradle of Filth, tipo una pratica sessuale vietata in sette stati americani e due province venete.
E va bene così.
Il sacro deve sempre avere qualcosa di sporco se vuole essere interessante.
Solo che io, a differenza dei greci o dei cattolici, non mi invento nessuno. I miei santi esistono davvero. Ecate esiste ma non vi dico mica oggi chi è!
Se sono stati inventati, non li ho inventati io. Andoni Goikoetxea, per esempio, io non l’ho creato. Quello lo hanno creato i suoi genitori e bisognerebbe capire che cazzo avevano mangiato o sniffato quel giorno visto il risultato finale. Ma di Andoni abbiamo già parlato e soprattutto abbiamo già capito che rompere le cose bellissime, a volte, è un gesto umano, rivoluzionario e pure terapeutico.
Oggi invece tocca al SERGENTE MAGGIORE HARTMAN VOSTRO CAPO ISTRUTTORE.
E sì, va scritto maiuscolo. Tutto maiuscolo.
Perché il maiuscolo in informatica equivale a gridare e lui non parla: lui urla. Lui ti entra nel cervello come una smerigliatrice col megafono smembranato. E soprattutto è vastaso, vaiasso.
Lui è importantissimo nel mio pantheon anche se è un apostolo minore — e dai minori vi dovete guardare sempre, sempre, perché sono quelli che sembrano innocui e poi ti aprono il buco del culo con una frase detta male. E Hartman serve a ricordarmi una cosa fondamentale: quanto la banalità non del male — per quella ci stanno gli israeliani e lasciamo stare che oggi non ho voglia di aprire altri fronti disgustosi come benkhvier essere mitologico corpo di maiale e testa di cazzo — ma la banalità dei sistemi educativi degradanti produca mostri molto più velocemente di quanto produca uomini.
Dal SERGENTE MAGGIORE HARTMAN VOSTRO CAPO ISTRUTTORE impari una quantità di cose enormi sull’essere umano sotto pressione. Impari per esempio che umiliare una persona ogni giorno non la renderà migliore. Mai. Impari che se prendi uno inadatto e provi a trasformarlo a forza in qualcos’altro, probabilmente otterrai solo una versione più disperata, più violenta e più marcia di ciò che già era. E impari pure una cosa che la gente nei posti di lavoro moderni con gli HR che parlano di resilienza davanti alle macchinette del caffè non capirà mai: lavorare in negativo sul gruppo per salvare un singolo è una stronzata colossale. Perché il gruppo finirà per odiare te e il singolo finirà espulso come un organo rigettato.
Insomma il SERGENTE MAGGIORE HARTMAN VOSTRO CAPO ISTRUTTORE sta lì come monito. Sta nel mio pantheon per ricordarmi che quando hai responsabilità su qualcuno — figli, studenti, subordinati, colleghi, pure il cane se vogliamo — tu hai il dovere di generare umanità e non solo efficienza. Perché la gente oggi confonde l’essere duro con l’essere autorevole e invece spesso sei solo uno stronzo isterico con problemi di controllo e un pessimo rapporto col padre.
E voi adesso, lo so, state pensando solo a Palla di Lardo. Perché siete limitati. Perché guardate la trama e non il sottotesto. E sì, ok, Palla di Lardo era inadatto alla vita. Probabilmente doveva morire prima. Sicuramente non doveva fare il marine. E sì, forse oltre a essere un capolavoro d’arte moderna da quanto era brutto poteva fare solo una cosa: impazzire, ammazzare il SERGENTE MAGGIORE HARTMAN VOSTRO CAPO ISTRUTTORE e poi spararsi. Performance totale. Installazione interattiva sul militarismo e sulla disperazione umana.
Però se vi fermate lì siete fottuti.
Perché il punto non è “la guerra è brutta”. Grazie al cazzo. Lo capiamo già quando partono le battute sulle marcette pornografiche, i fucili paragonati agli organi sessuali di MaryJane Ficarotta, quella roba lì. Il punto vero è Joker. Perché Joker passa dallo stesso tritacarne ma non impazzisce. Joker capisce. E quando durante il siparietto natalizio di “Buon Compleanno Gesù” guarda il superiore con quella faccia da cane bastonato che pensa “qualsiasi cosa dica ormai è solo una scusa per prendermi a schiaffi”, lì il film smette pure di essere sottile. Te lo sbatte in faccia.
E allora capisci perché Hartman è nel mio pantheon.
Perché mi ricorda che il potere sulle persone è una responsabilità enorme. E che se lo usi male, se umili, schiacci, degradi, distruggi sistematicamente chi dipende da te, prima o poi una pallottola metaforica — o magari pure vera — nel petto arriva.
E credetemi: non è un bel fare.
Per cui niente, riguardatevi Full Metal Jacket ma stavolta senza fare i ragazzini esaltati dalla mimetica e dagli insulti che però obiettivamente in fase di doppiaggio meritavano l’oscar. Guardatelo pensando a tutti quelli che nella vostra vita hanno avuto potere su di voi. E soprattutto pensate a tutte le volte in cui voi avete avuto potere su qualcun altro.
Perché lì dentro, in mezzo alle urla, ai cessi lucidati e ai fucili accarezzati come il buco del culo di MaryJane Ficarotta che almeno su spera non sia rotto pure quello, ci sta una delle lezioni più importanti del mondo.
E come tutte le lezioni importanti, però, arriva urlandoti addosso.
