Forse è necessario che se cominciate a leggere lo facciate bene.
Ma bene davvero.
Non col ditino pronto a mettere il like automatico come quei rincoglioniti che vedono due righe tristi e partono col cuoricino perchè hanno sviluppato questa forma molto contemporanea di analfabetismo emotivo per cui qualsiasi cosa sembri vagamente umana va premiata tipo foca ammaestrata al parco acquatico.
E invece no.
Anzi, vi dirò di più: se il vostro contributo a questa faccenda dev’essere il cuoricino e “forza amico mio” scritto da gente che poi passa alla foto del gatto o della carbonara sbagliata col bacon, potete pure andare a fare in culo con serenità e senza rancore.
Perchè questa storia mi ha fatto male davvero.
E non riguarda me direttamente — che già sarebbe abbastanza grave visto il livello di macello sentimentale e morale che ho prodotto nella vita — ma una persona a cui voglio un bene enorme.
E siccome io sulle storie vere ci scherzo sempre, pure quando riguardano me, pure quando faccio la figura del pezzo di merda conclamato, oggi mi rendo conto che magari vi sembrerà strano il tono.
Volgare. Disordinato. Caustico. Ma credo che il cuore si veda lo stesso.
E forse — ma proprio forse — qualcuno leggendo potrebbe aiutare pure me a capire come cazzo si aiuta una persona quando nemmeno lei sa più di preciso che tipo di aiuto sta chiedendo.
Il fatto è questo.
Succede, quando hai un cuore funzionante e non una batteria d’auto al posto dell’apparato emotivo, di lasciarti coinvolgere dalle persone. E io mi sono lasciato coinvolgere parecchio da un collega che sta lontano geograficamente ma vicino in quel modo strano che certe amicizie sviluppano negli anni, tipo parentela senza DNA.
Una persona luminosa. Solare. Sempre disponibile.
Uno di quelli che ti chiedono “quando posso disturbarti?” pure se sei tu che dovresti sentirti in colpa a occupare il loro tempo.
Ha una famiglia bella, simile alla mia pure numericamente, e un figlio poco più piccolo del mio.
Negli ultimi mesi però lo sentivo strano.
Scuro.
Tipo quelle giornate in cui capisci che il temporale non è ancora arrivato ma gli uccelli già stanno zitti.
Mi chiama qualche giorno fa. Mi chiede quando può parlarmi. “Guardandoci”, precisa. Zoom. E quando uno che ami fraternamente ti dice una cosa così in quel tono lì, non esistono altre priorità.
Almeno per me. Poi magari voi siete esseri umani più evoluti e riuscite pure a dire “guarda sto facendo aperitivo ci sentiamo martedì”.
Io no.
E quindi ci colleghiamo.
E viene fuori una storia che è insieme banalissima e devastante. Talmente comune che probabilmente metà di voi ne conosce una identica. Due anni prima. Maggio. La moglie esce per una rimpatriata universitaria. E no, prima che partiate coi detective di sto cazzo, non c’entra quella mia amica della storia che conoscete già o di cui forse dovrete ancora leggere. O meglio: non è lei. È semplicemente che in Puglia ormai esiste questa cosa per cui ogni tre persone una apre un B&B, ogni quattro organizza reunion nostalgiche e ogni cinque sente il bisogno di tornare a dormire con le amiche come ai tempi dei pigiama party.
Terra di turismo, carboidrati e regressione emotiva.
Fatto sta che la moglie sparisce tutta la sera. Non risponde nemmeno alla chiamata della buonanotte del figlio, che all’epoca aveva quattro anni quasi. Torna la mattina dopo alle dieci.
E lui mi guarda attraverso due schermi e centinaia di chilometri e mi dice una frase con una lucidità che mi ha fatto venire voglia di attraversare l’Italia per abbracciarlo:
“Io ero matematicamente convinto che stesse tornando da un tradimento.”
Detto così.
Senza odio.
Senza scenate.
Con quel sorriso disilluso di chi quella frase l’ha già pronunciata nella propria testa almeno settemila volte.
E poi arriva il resto.
Le spiegazioni.
Le non-spiegazioni.
Le richieste di aiuto travestite da bugie.
“Non ho i numeri delle amiche.” “La chat l’ho cancellata.” “Non saprei ritrovare il B&B.” “Non hanno social.” “Sai che mi perdo pure al supermercato.”
Ora, capite il problema?
Noi facciamo un mestiere in cui la gente ci mente quotidianamente. A noi una persona non dovrebbe raccontare puttanate narrative di questo livello perchè sentiamo proprio i cigolii della struttura mentre parlano. E lui questo lo sa. E continua a guardarmi con una serenità terrificante.
“Il problema non è quello che pensi.”
E io già lì capisco che stiamo entrando in un territorio molto più brutto.
Perchè poi dice una cosa che detta da me sembrerebbe solo il karma che finalmente viene a battere cassa dopo anni in cui sono stato programmaticamente fedifrago come la merda fedifraga che sono stato: “Io l’avevo già perdonata quella mattina.”
Così. Senza eroismi. “Una scappatella può succedere.”
Ora, detta da lui, che è una persona pulita dentro in modo quasi fastidioso, quella frase pesa il triplo.
E c’è un silenzio enorme. Uno di quei silenzi che nelle chiamate online sembrano ancora più lunghi perchè non puoi nemmeno allungare una mano, versare un bicchiere, fare qualcosa di umano.
E allora gli chiedo la sola cosa sensata: “Se è così, perchè mi hai chiamato?”
Annuisce.
Sta zitto.
Un minuto pieno.
Forse il minuto più lungo della mia vita recente.
E poi mi dice la frase che mi ha sfondato davvero: “Io non voglio sapere cosa sia successo. Voglio sapere chi. E soprattutto perchè. Perchè se devo andare avanti devo capire dove io abbia mancato. E se non ho mancato, devo capire se è stato un capriccio, una fantasia, il bisogno di sentirsi un’altra persona per una notte, spuntare una casella delle cose da fare prima di morire… cose così.”
Quel “cose così” mi ha fatto malissimo.
Perchè dentro c’era un’enciclopedia intera di notti passate a fissare il soffitto accanto alla persona che ami. E lì capisco la tragedia vera.
Non il tradimento.
Le bugie.
Le bugie reiterate. Le storie che cambiano di dettaglio ogni volta.
“Non è successo mai più niente”, mi dice. “Ma ogni volta che quella sera torna fuori, torna fuori pure una versione nuova.” E io lì mi sento completamente inutile. Perchè lui non sta cercando prove. Sta cercando un posto dove appoggiare il dolore senza che gli scivoli addosso di nuovo.
Allora provo a fare domande io. Non da giudice. Non da maschio ferito. Nemmeno da amico vendicativo. Provo a cercare i perchè. E lui mi ferma subito. “Me li sono chiesti tutti. Tutti quelli che può pensare un uomo. Non serve.” E poi arriva la frase che mi ha veramente lasciato senza pelle:
“Sono i suoi perchè che mancano. E sono quelli che fanno male.”
Ora ditemi voi che cazzo si risponde a una cosa del genere. Perchè io faccio il criminologo, studio le persone, i gruppi, le menzogne, i meccanismi, ma davanti a uno che ti dice una cosa così con quella calma lì tu non hai strumenti. Hai solo il cuore che si accartoccia come uno scontrino nel pugno.
E poi succede una cosa stranissima. Lui ride. Mi guarda e mi dice di non sentirmi in colpa. “Non volevo una soluzione.”
E qui parte la metafora più disgustosa e più perfetta della storia. “Ti si è mai rotto un ascesso in bocca?” Io resto zitto. “Ecco. Fa schifo. Senti il sapore della merda e del sangue e del pus. Però appena si rompe… la pressione sparisce.” E si tocca la faccia, tra zigomo e tempia. “Adesso mi sento leggerissimo.”
E lì ride davvero.
Ma gli si rompe la voce.
E io credo che quella sia una delle cose più tristi che abbia visto negli ultimi anni: una persona che sta finalmente respirando perchè il dolore ha trovato una crepa da cui uscire.
Poi mi dice di non rovinargli il momento con altre domande. Mi ringrazia. Chiude la chiamata.
E io resto lì come un coglione assoluto.
A ripensare a tutte le volte in cui io sono stato “quello dall’altra parte”. A tutte le storie sporche, ai tradimenti, alle uscite strategiche, alle bugie costruite in fretta. A quella notte con quella mia vecchia compagna di scuola sposata che aveva usato dinamiche incredibilmente simili. Alle – poche – altre amiche e amici che avevano diviso con noi quella sera propagandata come pigiama party e divenuta riorganizzazione sentimentale e scoperchia di conti seppelliti tra i banchi di un liceo.
E figuratevi, non giudico nessuno. Davvero. Perchè certe cose succedono. Succedono più di quanto la gente voglia ammettere. E spesso magari nemmeno vengono scoperte. O ammesse dietro coltri di bugie che sulle prime, sulle primissime, ti fanno solo ringraziare di essere un uomo con la minuscola e non un maschio qualsiasi che a certe bugie reagisce a sganassoni. E non per il tradimento ma perchè pensi che io sia un imbecille – sì lo sapete, finita la ricostruzione di quel racconto altrui, partono le riflessioni mie e credo che a me in primis la cosa che farebbe più male sarebbe quella: essere preso per coglkione dalla persona che meglio di tutti, oltre mia madre, mi conosce. Perchè quelle domande, del mio amico, come vedrete tra poco, io le capisco, ma so che la prima cosa che mi avrebbe fatto male sarebbe stata l’altra.
Alla fine, però, una cosa mi ha devastato ancora di più, come appunto dicevo solo una riga più sopra.
Una soltanto.
Quanto deve far male chiedere aiuto per dire la verità e non riuscirci.
E a senso inverso, quanto deve far male sentire che davanti hai qualcuno disposto a perdonarti davvero e non riuscire comunque a trovare il coraggio di dare un nome alle cose. E quanto sia atroce capire che forse certe storie si potrebbero pure superare con un sorriso e un abbraccio se solo si riuscisse a fare quella cosa semplicissima e impossibile che gli esseri umani evitano come la peste: dire davvero perchè.
