In cosa sei bravo?
In cosa io sia bravo lo sapete già tutti. Sono bravo a scrivere. E non perché lo diciate voi — che pure lo dite, e tanto — ma perché lo dicono proprio tante delle persone che mi leggono. Tante davvero. E la cosa più bella è che lo dicono pure i detrattori. Che è il complimento vero. Perché quando uno che pensa che tu dica cazzate però è costretto ad ammettere che le dici bene, lì hai vinto qualcosa di importante.
C’è addirittura chi ha coniato l’espressione “sociologia d’accatto” per parlare delle cose che scrivo. E a me quella definizione piace tantissimo. Perché dentro c’ha il disprezzo, la puzza sotto al naso, il fastidio, ma anche l’ammissione implicita che qualcosa l’hai fatta arrivare. Quindi grazie davvero, coniatore della sociologia d’accatto. Ti porto nel cuore come si portano certi piccoli insulti ben riusciti.
Se c’è una cosa che detesto è raccontare o dire o spiegare o soprattutto ripetere — ecco, ripetere, che è dire non una ma molte volte la stessa cosa a distanza ravvicinata come una pubblicità martellante di pannolini o antidepressivi — sempre le stesse identiche robe.
Che poi è diverso da quando una donna — con cui magari sono in confidenza oppure, ancora peggio, con cui non sono abbastanza in confidenza — mi fa un complimento. Specialmente quando il complimento è su qualcosa che ho scritto oppure, situazione ancora più pericolosa, quando il complimento è su una mia presunta dote da “bel tenebroso”, categoria antropologica che continua inspiegabilmente a sopravvivere nel 2026 come le zanzare o gli aperitivi col cetriolo dentro.
E lì io rispondo quasi sempre allo stesso modo. Sempre corredando il tutto di emoji accuratamente selezionate, perché maledetto Gutenberg e la stampa che ci hanno condannati a interpretare il sentimento umano solo tramite caratteri tipografici e faccine gialle che simulano emozioni come hostess Ryanair addestrate alla cortesia.
E quindi io dico sempre: “Dai, però ora dimmi qualcosa che non so!”
Che sembra una frase da narciso elegante ma in realtà è disperazione da noia. Perché davvero mi annoia sentirmi dire cose che già conosco. E allora provo a dirvi qualcosa di me che probabilmente non sapete.
Sono bravissimo a masturbarmi.
Mentalmente però.
Fisicamente molto meno, ormai. E questo è colpa della pornografia. E no, non nel senso moralista da parroco digitale che vi aspettate. Il problema vero della pornografia non è che “ti sporca l’anima” o ste minchiate qua. È che ti anestetizza il cervello. Ti desensibilizza le aree deputate all’immaginazione del piacere. E quando una cosa che dovrebbe vivere di fantasia diventa soltanto stimolo meccanico ripetuto, va a puttane.
Che poi è tragico.
Perché le pratiche con cui dovresti volerti bene da solo finiscono per diventare una roba industriale, automatica, triste. E non si dovrebbe mai industrializzare una forma di tenerezza verso se stessi.
La masturbazione in cui invece io eccello è quella mentale.
E qui entriamo nella vera disciplina esoterico-mistica.
Una pratica nordica, antichissima, comprovata, probabilmente praticata da monaci scandinavi seminudi che fissavano il mare del nord pensando “ora mi faccio malissimo da solo ma in modo intellettuale”.
Si chiama “movimento del pensiero in guisa di Ouroboros”.
E già il fatto che tutti i generatori di contenuti erotici quando devono descrivere certe pratiche continuino inspiegabilmente a usare metafore circolari dovrebbe farvi riflettere. Tutto ruota. Tutto gira. Tutto avvolge. Che poi se uno ci pensa è pure stranissimo: nel maschio il movimento corretto teoricamente sarebbe su e giù, avanti e indietro, sopra e sotto. Non una roba che gira. Cioè già solo immaginarlo anatomicamente diventa complicato e biomeccanicamente abbastanza preoccupante, no? Uno si immagina improvvisamente una trivella, un cavatappi umano, una roba da pronto soccorso specialistico più che da piacere.
L’Ouroboros infatti è perfetto.
Perché la sega mentale funziona così.
Parte da un pensiero piccolo. Una cosa minima. Una frase. Un gesto. Un dettaglio insignificante del qui e ora.
E poi comincia a strisciare.
Lenta.
Sinuosa.
Ma non striscia davvero: fende le acque stagnanti della tua palude mentale mentre tu invece di vivere il presente stai già costruendo inferenze, conseguenze, retropensieri, scenari alternativi, sottotesti, interpretazioni, revisioni processuali degne della Corte dell’Aia applicata ai messaggi WhatsApp.
E quella cosa cresce.
Accumula spine, squame, simboli, paranoie.
Non è più un pensiero: è un serpente.
Con la testa. Con la coda. Con il veleno.
E quando finalmente arrivi al momento reale — quello vivo, quello concreto, quello che dovresti semplicemente attraversare — sei già totalmente preda della sega mentale che ti sei costruito da solo.
E lì il serpente si morde la coda.
E torna quella che probabilmente è l’unica frase vera mai scritta da Antonello Venditti — oltre al fatto che Il Segno dei Pesci è una roba sinceramente pessima — e cioè che certe cose “fanno dei giri immensi e poi ritornano”.
Sì.
Ritornano sempre.
E ritornano con la forma grafica di un manico d’ombrello e il design inequivocabile di un dildo — o fallo, che detto così sembra un imperativo: fai quello che già sai intuitivamente di dover fare con certe cose.
Ed è questo che io so fare benissimo.
Arrivare alla fine.
Alla parte conclusiva della sega mentale.
Quella dove dopo aver contribuito personalmente alla costruzione perfetta del cazzo a manico d’ombrello mentale, io poi patisco il cazzinculogravissimo delle conseguenze.
Il divorzio mai avvenuto.
Il tradimento inesistente.
La mia morte prematura.
Quella frase che avrei potuto dire e che avrebbe scatenato un putiferio clamoroso ma forse salvifico.
Quel gesto che avrebbe migliorato la vita di tutti ma che io non ho fatto per inerzia, per stanchezza, per paura o semplicemente perché il serpente nel frattempo si era già mangiato tutto il resto.
E credetemi.
In questo sono maestro.
