Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Ricordi la vita prima di Internet?

Biondoddio, ma che cos’è questa domanda da boomer provocatori? Una di quelle domande messe lì dalla piattaforma per fare finta che noi blogger siamo ancora esseri umani liberi e non piccoli criceti testuali dentro una ruota digitale che gira mentre qualcuno, da qualche parte, decide se siamo abbastanza coinvolgenti, abbastanza nostalgici, abbastanza vendibili. “Com’era la vita prima di internet?”. Ma che cazzo ne so, vuoi anche chiedermi com’era il mondo prima del fuoco, della ruota, della bestemmia articolata e del primo tizio che guardando un altro tizio disse: “secondo me questo è un coglione”? Sembra una domanda scritta da uno che usa ancora “navigare in rete” senza vergogna e pensa che il fax sia una tecnologia con un’anima.

E poi, attenzione: internet non è che sia apparso così, tipo Madonna a Medjugorje ma con più cavi e meno pastorelli. Prima c’erano ecosistemi chiusi, reti interne, intranet, prototipi, cose dai nomi da laboratorio militare e da università piena di gente che non scopava ma comunicava benissimo tra terminali. E se vogliamo proprio spingerci nel metafisico, prima ancora c’era quella roba che Stephen King chiamava “luccicanza”, lo shining: una specie di internet elitario, psichico, preistorico, dove alcuni cristiani — metonimia per esseri umani, non fate i teologi da discount — riuscivano a mandarsi comunicazioni mentali con notifica incorporata. Una email, ma mentale. Senza spam, senza newsletter di palestre, senza “hai lasciato qualcosa nel carrello”, ma con il rischio non secondario che ti rispondesse un bambino inquietante in un hotel posseduto.

Quindi no, non sto dicendo che internet come lo conosciamo oggi esistesse da sempre, non fate i fenomeni. Sto dicendo che la domanda è idiota. Provocatoria. Da boomer. Da gente che vuole portarti dentro il teatrino del “ah, quando non c’era internet”. E io non sono un boomer. Non sono un luddista. Non sono uno di quelli che si mettono a rimpiangere il mondo analogico come se prima di Google Maps non ci si perdesse comunque, solo con più bestemmie e cartine stradali grandi come tovaglie da trattoria. Non mi troverete mai tra quelli che sospirano: “eh, quando non c’era internet!”. Spoiler: quando non c’era internet i treni funzionavano peggio non perché fossero più romantici, ma perché erano meno interconnessi, meno regolati, più affidati all’umano. E forse, qui lo dico e qui non lo nego, il vero problema della circolazione su rotaia sarebbe rompere ferocemente il culo ai sindacati, cacciare tutto il personale possibile, riassorbirlo in altri scopi civili e lasciare fare alle macchine. Magari, forse, allora i treni arriverebbero tutti in orario, perché gli errori umani non intaserebbero una più efficiente regolazione digitale dei vettori. Poi certo, vi mancherebbe il capotreno con la voce da baritono depresso che annuncia “ritardo imprecisato”, ma vi abituereste. L’essere umano si abitua a tutto, persino alla democrazia rappresentativa e alle zucchine bollite.

Senza internet il mondo era un posto meno connesso. Questo sì. Era anche un posto dove gli idioti avevano libertà di parola dentro lo stretto recinto che potevano abitare da idioti. E non uso “idioti” a caso, perché i greci mica erano scemi come certi laureati odierni in comunicazione emotiva applicata alle startup: per loro l’idiota era quello difettoso nell’esercizio della sfera pubblica, quello chiuso nel proprio privato, incapace di stare davvero nella polis. E qui torna pure Eco, perché sì, la sua verità sugli imbecilli con diritto di parola aveva un suo fascino da epigrafe intelligente. Però il positivismo del maestro si è schiantato contro una cosa banalissima e mostruosa: abbiamo sottovalutato il numero degli idioti. E degli stupidi, che sono altra categoria, come già spiegato e come Carlo Maria Cipolla veglia su di noi dalle altezze dell’intelligenza applicata al disastro umano.

Perché il problema non è stato solo che internet ha dato parola agli idioti. Il problema è stato che gli idioti erano molti più del previsto, meglio distribuiti, più resistenti, più riproducibili, più pronti a fare branco. E quindi non è successo che la non-idiozia media della gente abbia selezionato i contenuti migliori condivisi nell’internette. No. È successo il contrario: oggi puoi pilotare masse intere di idioti con informazioni diffuse online, meme, slogan, immagini sgranate, video di otto secondi e un tizio col microfono lavalier che dice “non te lo dicono”. Mannaggia a noi e alla nostra fiducia nell’alfabetizzazione.

Ma attenzione, perché senza internet non era tutto meglio. Anzi. Senza internet anche i non idioti avevano enormi difficoltà in più a trovarsi, parlarsi, condividere saperi, esperienze, informazioni. E questa è la parte che i nostalgici del cazzo dimenticano sempre: prima, se vivevi in un posto piccolo, il mondo era spesso quello. Il vicinato. La piazza. Il bar. La scuola. La parrocchia. La gente che sapeva tutto di tutti ma non capiva niente di nessuno. La socializzazione avveniva secondo antichi schemi di prossimità, e il rischio concreto per ogni comunità era quello di rimpicciolirsi il pensiero, di abbrutirsi, di diventare una pentola chiusa in cui bollono sempre le stesse quattro idee fino a puzzare di cavolo e destino.

Le chat, i forum, le piattaforme, i social — pur con tutte le loro porcherie, le foto profilo con occhiali da sole in macchina e i buongiornissimi con le rose — hanno sdoganato il conoscersi a distanza, il frequentarsi senza abitare lo stesso cortile, lo scambiarsi esperienze tra persone lontanissime. E questo ha creato coppie, amicizie, comunità inattese. Ha rimesso in circolo sangue diverso senza bisogno di sequestri, stupri di massa e mitologie fondative tipo il ratto delle Sabine, che poi uno lo studia a scuola tutto serio e invece è una roba da cronaca nera con toga e latino. Internet ha lavato sangue, mischiato linee, evitato che si finisse tutti figli di consanguinei difettati, con il mento borbonico, l’occhio storto e la certezza di essere nobili perché in famiglia si sposavano solo tra loro come cani di razza venuti male.

Senza internet il mondo era anche un posto in cui avevamo fatto pace con una cosa: la storia per essere commentata, elaborata, studiata e scritta aveva tempi lenti. E forse questo non era nemmeno un male. Perché la lentezza, ogni tanto, serve. Ti impedisce di dire cazzate in tempo reale, o almeno ti lascia il tempo di vergognarti prima di pubblicarle. Oggi invece tutto deve accadere, essere interpretato, spiegato, polarizzato, monetizzato e dimenticato nello stesso pomeriggio. Una specie di digestione accelerata dell’apocalisse, con rutto finale e newsletter.

E infatti a internet dovremmo guardare così: non come a una cosa compiuta, definitiva, già giudicabile con sentenza tombale da pensionato incazzato, ma come a un organismo ancora in divenire. Rapido, instabile, potentissimo, ancora tutto da scrivere. Quindi che cazzo ne parliamo a fare adesso come se fosse un monumento già coperto di muschio? Ne parliamo perché ci siamo dentro. Perché ci riguarda. Perché ci ha cambiato mentre facevamo finta di usarlo soltanto.

E la magia vera di internet, quella tremenda, non è stata farci mandare foto, video, messaggi, porno, insulti e ricette di hummus. No. La magia vera è che ha rimaneggiato due concetti che sembravano assoluti, granitici, immutabili: tempo e spazio. Li ha presi e li ha fatti diventare plastilina. Un click e una cosa è dall’altra parte del mondo. Un’idea, soprattutto. Una immagine. Una menzogna. Una verità. Una dichiarazione d’amore. Una truffa. Una bestemmia. Una rivoluzione. Tutto viaggia nello stesso corridoio, con la stessa velocità, con la stessa indecente facilità.

Ed è questa perversione che oggi ci costringe a declinarci sempre veloci. Sempre presenti. Sempre pronti. Sempre raggiungibili. Sempre aggiornati. Ed è anche la ragione per cui internet ci fa schifo mentre lo usiamo, come certe relazioni tossiche in cui dici “basta, questa è l’ultima volta” e dopo due ore sei di nuovo lì a controllare se ha visualizzato. Però su una cosa sono abbastanza sicuro: tra decenni, forse secoli, questa roba troverà un assestamento. O almeno qualcuno, dopo di noi, riuscirà a guardarla con sufficiente distanza per capirla senza avere ancora il pollice sporco di scroll.

Per ora posso solo dire questo: senza internet il mondo, di solito, era quella cosa racchiusa tra il cartello “benvenuto” e il cartello “arrivederci” del tuo paese. E non sono affatto sicuro fosse una buona cosa. Anche perché, nel caso del paese in -azzo finale da cui provengo io, attenzione, al posto dei cartelli ci stanno due supermercati.

E forse questa, più di qualunque teoria sociologica, spiega benissimo perché a un certo punto internet sia sembrato non una tecnologia, ma una via di fuga.

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4 risposte

  1. Avatar Nemesys

    Spesse volte mi viene da dire che forse forse andava meglio quando andava peggio è anche con Internet alcune volte mi viene da pensarlo ugualmente. È diventato tutto troppo e personalmente, non amo gli eccessi anche se devo dire onestamente che di questo Internet, ne faccio un ampio uso tanto per dirne una semplice semplice: leggo per lo più in formato e-book per cui senza connessione, non potrei scaricarli. Poi insomma direi che faccio tutto on line ci lavoro anche per cui… Ma ciò non toglie che ogni tanto penso quelli che ho detto all’inizio del commento, una delle tante mie contraddizioni!

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Internet ci ha resi fortemente contraddittori

  2. Avatar gattapazza

    Prima di internet stesse nevrosi solo che erano chiuse in casa, ma meglio che escano, le nevrosi una volta rese pubbliche si sfilacciano.

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