Io lo sapevo. Lo sapevo che prima o poi sarei arrivato a sto punto, a dover prendere sta roba e metterla sul tavolo come si fa con le cose serie, non con le cazzatine da aperitivo.
Perché questa non è una cazzata, anche se sembra — no no, questa è una di quelle robe che ti si infilano nel cervello da bambino e poi ci fanno la muffa dentro, e ogni tanto riemergono a morderti le caviglie. E io ancora oggi non ho capito bene che cazzo significhi “mi ottunde”, però il mio cervello dice che ci sta bene, che rende l’idea di questa nebbia sporca, questa paura assurda, agghiacciante, atroce e inspiegabile — e mi perplime, sì, perplime e non perplessa, come diceva quel fattucchiere cartomante abusatore della credulità popolare che leggeva le carte su una emittente privata di Avellino, e io da bambino stavo lì a pensare che fosse normale usare le parole a cazzo purché suonassero bene.
Ed è da lì che parte tutto. Non dal fattucchiere maschio, ma da queste parole qui: ippopotamo, tutù e cristalliera. E pure mia nonna, quella paterna, con la sua fissa per le morti atroci — non quella dei maglioni da mongoloide, ma fidatevi che pure quella roba lì, in qualche modo, c’entra, perché nella mia testa è tutto un unico ammasso di cose che si tengono insieme con lo sputo.
Mo’ vi spiego, sedetevi.
Io fui portato a vedere Fantasia a sei anni.
Non mi piacque. Non perché fossi un bambino raffinato, ma perché non c’erano cattivi, e senza cattivi io mi rompo i coglioni. L’unico pezzo serio era quello finale, la Notte sul Monte Calvo, il demonio, le robe che ti fanno dire “ok qui si ragiona”, il resto un carrozzone di balletti inutili, Topolino che si comporta come il primo sedicente competente che incontri oggi su internet e combina un fracchio e mezzo di danni con le scope che portano acqua senza fermarsi.
E in mezzo, lui.
L’ippopotamo. Pasticcione oltre il verosimile.
Con quel cazzo di tutù giallo.
E lì si incastra la seconda parte del disastro.
Io sono sempre stato quello “con la grazia dell’elefante”. Complimento di merda, sia chiaro. Io non ho mai avuto voglia di essere aggraziato, mi è sempre sembrata una roba da gente che si scusa di esistere, ma mi ci infilavano dentro lo stesso. Però l’elefante mi stava sul cazzo. Perché da piccolo tutti dicevano “io ce l’ho come un elefante” — e già lì siamo a livello di poesia popolare da latrina — e io, che ero assolutamente nella norma italiana, forse pure un pelo sopra ma senza farne una bandiera, questa cosa di non avercelo “come un elefante” mi faceva incazzare.
Quindi elefanti fuori.
Restavano due pachidermi ossia due animali grossi e senza grazia: ippopotamo e rinoceronte. Il rinoceronte ha il corno, sembra più cattivo, più brutale. E invece no. Io ho sempre pensato che quelli che sembrano i più pericolosi poi non siano così definitivi, così efficaci — tranne Darth Vader, ma lui era generale, non imperatore, quindi eseguiva, non comandava — e quindi ho scelto: io sono l’ippopotamo.
E però ogni volta mi tornava in testa quell’immagine.
Il tutù. Giallo.
Un outfit incongruo. Non da mongoloide ma da ricchione – che all’epoca non c’era igiene verbale e mongoloide o ricchione erano il peggio che ti si potesse dire – pure peggio di la puttana di tua madre o faccia da coglione che sei.
E io che mi dicevo “non pensarci, non pensarci”, finendo ovviamente per pensarci sempre di più, come un cretino. Al tutù giallo indosso all’ippopotamo che ero io.
E nel frattempo c’erano i documentari che dall’altra parte mi convincevano che invece l’ippopotamo – ossia il cavallo del fiume secondo i greci e la loro lingua ippos e potamos, cavallo e fiume.
Quelli sugli ippopotami assassini.
E io che dicevo sempre che il titolo giusto non era “ippopotami killer” ma “non rompere i coglioni all’ippopotamo”, perché il killer è uno che agisce con razionalità, mentre l’ippopotamo non sa nemmeno cosa significhi, si incazza, pesa due tonnellate, corre a 40 km/h e ha una bocca grande come una Smart, quindi è perfettamente normale che ti riduca a una mappina da cesso senza neanche accorgersene.
Quindi ippopotamo sì, ma senza il tutù. Mai il tutù. Ce però in testa tornava sempre.
E infatti sì.
Perché entra in scena la cristalliera. Quella vera. Quella di mia nonna paterna. Quella che mi ha instillato questa fissa malata per il fatto che le persone a cui vuoi bene muoiono. E muoiono male. E lei non mi diceva “sei un ippopotamo nella cristalliera”, no, lei mi spiegava che quella cristalliera aveva vetri sottilissimi, taglienti, e che se si rompevano addosso a te, morivi. Fine. Senza discussione. E per essere sicura che io avessi capito bene, mi raccontava pure la storia — maledetta l’altra nonna e il giorno in cui gliel’ha raccontata — di questo parente lontano che giocando a pallone nel corridoio, dove c’era la porta divisoria con il vetro centrale, aveva sfondato tutto con un colpo di testa – perchè le porte che dividono giorno e notte nei corridoio a questo servono, a giocare a pallone e non si sa perchè invece della rete c’hanno un vetro sottilissimo e intarsiato – e aveva rischiato di essere decapitato dalla lastra superiore.
Così, sereno, come si raccontano le favole della buonanotte.
Le sue, lo sapete già.
Capite bene che io quella cristalliera la vedevo come una ghigliottina domestica. E il problema era che io ero l’ippopotamo nella cristalliera. Non era una metafora simpatica. Era una condanna. Io ero quello destinato a sbatterci dentro e a finire fatto a pezzi, pure senza testa e senza pipino, perché nella mia immaginazione la tragedia doveva essere completa, chirurgica, definitiva.
E quindi succedeva questa cosa assurda: dopo pranzo, a casa di mia nonna, tutti i bambini si alzavano, giocavano, facevano casino. Io no. Io restavo seduto. Fermo. Perché sapevo che se mi alzavo finivo in quella cristalliera e morivo.
Non “forse”. Sicuro. Garantito.
Mia nonna non c’è più da dieci anni.
La cristalliera sì. Sta a casa dei miei genitori. Alla fine di un corridoio. E io oggi, adulto, padre, teoricamente sano di mente, rompo i coglioni a mio figlio perché non deve correre nel corridoio, non deve giocare nel corridoio, non deve nemmeno respirare troppo forte nel corridoio. E lui mi odia, giustamente, perché lui è aggraziato. E io maledico i miei genitori che si sono portati quella cristalliera dietro e ogni giorno ho più voglia di farla distruggere da qualche malandrino che pagherei migliaia di euro per farlo. Distruggerla. A pezzi. Lasciare solo lo scheletro di legno. Perché tanto oggi i vetri sono temperati, infrangibili.
Ma nella mia testa no. E in quella vecchia cristalliera, no. Nella mia testa sono ancora lame.
E quando sono sotto stress, quando l’ansia mi mangia, io sogno sempre la stessa cosa.
Sempre.
Ospedale, tipo Grey’s Anatomy, puntata strappalacrime, io sul lettino mutilato o sul punto di esserlo, medici che si affannano, defibrillatori, gente che piange, mia moglie che piange, mio figlio — povera anima mia — che piange, tutti che pregano, e io che guardo la scena da sopra cercando di rientrare nel corpo. E mentre succede tutto questo io penso una sola cosa.
“Cazzo mi stanno guardando tutti così”.
Pachidermico, distrutto, e con il tutù.
Quello giallo. Quello equivoco.
Quello da persona disturbata, non solo nella sfera sessuale.
E questo è il sogno. Osceno. Terribile. Secondo solo a quell’altro delirio che mette insieme Derrick e La Signora in Giallo e il sadismo sessuale negli orinatoi, che però lasciamo stare perché già questo basta e avanza.
E niente, magari raccontarlo serve.
Magari no.
Io non ci credo molto. Però almeno ora è fuori.
E si sappia che, al netto di tutto questo casino, mia nonna ha fatto davvero anche troppe cose buone. Solo che questa fatta male le è riuscita fin troppo bene.
