Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Cosa significa per te “avere tutto”? È raggiungibile?

Questa storia che “avere tutto” sia una cosa raggiungibile è la dimostrazione plastica, palpabile, fuglida e pure puzzolente di smegma che come umanità siamo un concetto proprio fottuto, ma fottuto male, non fottuto bene, non fottuto con tenerezza, proprio fottuto da uno che non sa dove mettere le mani e pretende pure di spiegarti l’amore dopo.

Perché innanzitutto andrebbe definito “tutto”.

E poi andrebbe definito “avere”. E già qui, capite bene, il generatore automatico di prompt si è impiccato da solo con il cavo del mouse, perché se mi dici “puoi avere tutto” senza prima stabilire cosa sia il tutto e cosa significhi possedere, non stai facendo sociologia — come direbbe qualche celebre firmatario di celebri articoli nella Apulia Felix che non fa ridere nessuno — stai facendo banalizzazione da accatto, roba da cartellone motivazionale in una palestra di provincia dove uno col petto depilato male ti spiega la mentalità vincente mentre non sa nemmeno estrarre il servizio dalle mutande senza supervisione adulta.

E sì, di sicuro è maschio, questo generatore di banalità.

Perché le donne, in media bruta, tendono a essere meno banali, anche considerando l’inverecondo numero di donne che posta su Facebook roba tipo “io guerriera, io fenice, io bagascione che non sono altro ma con l’anima di cristallo”, che fa comunque venire voglia di chiudere internet e tornare ai segnali di fumo. Ma l’idea di “avere tutto” puzza proprio di maschio scemo, di quello che pensa che il possesso sia una forma di immortalità e poi non sa dove ha messo le chiavi della Panda.

Uno: parliamo di possesso materiale? Roba fisica? Oggetti? Case? Soldi? Terreni? Armi? Lego? Mutande di scena? E allora sei un coglione se pensi di poter possedere tutto, perché per possedere tutto devi prima avere un posto dove mettere tutto. E se possiedi il mondo, ti serve un altro mondo dove stipare il mondo. E fatevelo dire da uno che sta morendo sepolto dalle cose di una famiglia di cinquant’anni di vita dentro una casa da 240 metri quadri — che già di suo non è Buckingham Palace e di sicuro ha meno finestre, meno fantasmi aristocratici e meno camerieri col trauma coloniale — e che dopo avere selezionato, tagliato, decurtato, ridotto, mandato via, regalato, bestemmiato, pianto e minacciato mobili, si trova comunque a dover infilare il residuo di una vita familiare in uno studio da 30 metri quadri. Non si può. Non entra. La materia vince sempre. La materia è fascista.

Due: parliamo di beni immateriali? Perché lì la cosa diventa ancora più inquietante. Per i beni materiali almeno hai il problema della cubatura, del box, del soppalco abusivo, della cantina col topo che sembra tuo zio dopo il turno di notte. Ma per quelli immateriali entriamo nella psicopatologia vera, quella atroce, quella di chi è convinto che tutto, proprio tutto, pure i concetti, pure le stagioni, pure le emozioni degli altri, siano estensioni del proprio corpo, appendici del proprio essere, robe di sua proprietà. E capite voi che sofferenza mostruosa deve essere per uno così l’autunno? Cioè gli cadono le foglie e lui magari pensa che qualcuno gli stia rubando il giallo. Se sei convinto che il mondo intero sia tuo, sopprimerti non è cattiveria: è pietà umana. Perché alcune sofferenze non hanno referto fausto, non hanno terapia, non hanno prognosi, hanno solo qualcuno che prima o poi deve dirti “amico mio, non è tuo un cazzo”.

Per cui no, non puoi possedere tutto. Puoi al massimo industriarti per possedere il necessario e lo sfizioso della tua vita. E già lì, credetemi, non è detto che ci arrivi. Io per esempio vorrei il Lego di Moana Pozzi, ma la Lego non lo produce e nemmeno AliExpress, che pure produce soldatini nazisti con le mani intercambiabili e Gesù Cristo in versione SWAT. Vorrei detenere in casa una mitragliatrice Minimi, a cui sono rimasto profondamente legato dopo una esperienza di sparo, e in verità mi accontenterei pure di un AK-47 provato in una vicenda che prima o poi vi racconterò, ma non me lo permettono né le leggi italiane né mia moglie, che tra le due istituzioni è decisamente quella più difficile da aggirare. Per la stessa ragione, cioè mia moglie, non posso possedere un nano, purtroppo. Né l’intera collezione di lingerie di scena di Angelica Bella per farne a lei comodato d’uso gratuito il tempo necessario e sufficiente a guardargliela indosso. E non posso possedere i Sim con cui gioco a The Sims, possederli nel senso fisico del termine, alcuni, di sesso femminile, perché mi vengono molto bene, e questa è una ingiustizia metafisica che nessun tribunale dell’Aia vorrà mai affrontare.

Una cosa però posso possederla. Il potere di puzzare di umano ed essere umano. Che sembra una frase da santino laico stampato male, e invece è una roba concreta. Posso possedere le lacrime di gioia e umanità, spesso molto tristi, quando vedo e parlo con la nostra famiglia di amici fraterni Abu Louli, la famiglia di Muhammed, il bambino di Khan Younis che ora vive profugo in Egitto, e lì capisci che possedere non significa avere in mano, ma avere dentro, portare, custodire, farti abitare da qualcosa che non puoi mettere in una scatola e non puoi vendere su Subito con “prezzo leggermente trattabile”.

E posso possedere il senso di profonda pietà per un bambino che ieri, durante il trigesimo di suo padre morto per omicidio, sapendo che ero criminologo, ha voluto parlare con me e mi ha chiesto se io avessi tagliato il corpo del padre. Capite? Dieci anni. Dieci. E già competenze spaventose, parole che un bambino non dovrebbe nemmeno sapere come si pronunciano, figuriamoci usarle davanti a uno sconosciuto con una lucidità che ti apre il petto e ti lascia lì, cretino, umano, completamente disarmato. E quando un bambino ti chiede questo, tu capisci che sei felice se possiedi ancora la possibilità di abbracciarlo, di sentire una lacrima che scende senza averla autorizzata, di dire una bugia che non fa male a nessuno. Perché no, non sono stato io a praticare l’autopsia, certo. Ma quel bambino non doveva sapere che al papà era stata fatta l’autopsia. Non in quel momento. Non da me. Non così.

E chi mi chiede trasecolando se mi sono commosso per quella cosa detta al figlio di un mafioso ammazzato durante un regolamento di conti in un contesto pubblico mi fa capire che sono fortunato. Fortunato davvero. Perché possiedo ancora certe cose. Possiedo ancora la capacità di non ridurre un bambino alla colpa del padre, un morto alla sua fedina penale, una lacrima a debolezza, una pietà a errore tecnico. E forse, se le possedessimo un po’ tutti, comunistamente, senza brevetto, senza proprietà privata del cuore, senza copyright sull’umano, il mondo sarebbe un posto un pelo migliore. Solo un pelo. Ma già sarebbe qualcosa, in questa discarica con le luci accese che chiamiamo civiltà.

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4 risposte

  1. Avatar Centoquarantadue

    Il generatore di spunti di WP è pessimo, ma tu riesci sempre a tirare fuori articoli notevoli.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      E tu sei decisamente troppo incoraggiante! Grazie di cuore.

  2. Avatar valy71

    Sono d’accordo con i nostri amici Centoquarantadue, la storia del bambino mi ha davvero scossa.
    Grazie di cuore, Domenico, ti abbraccio!

  3. Avatar La Manu

    Pensavo che servirebbero oli essenziali all’umano, da strofinare sui polsi o dietro le orecchie, che magari poi uno si ricorda che può essere anche meglio, o almeno, meno peggio

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