Come ti senti alle basse temperature?
Io al freddo sto tendenzialmente molto meglio che al caldo. E questa cosa non è una preferenza poetica tipo “amo l’inverno, il plaid, il tè caldo e i libri russi”. No. È proprio un difetto di fabbrica. Una roba strutturale. Sono stato montato con una pressione interna leggermente più bassa della norma, come quei pneumatici che apparentemente stanno bene ma appena arriva agosto li vedi afflosciarsi psicologicamente.
Che poi non vuol mica dire che io mi senta un palloncino sgonfio. Semplicemente se fa caldo io rendo meno. Mi sento meno performante, meno lucido, meno resistente. Come un vecchio computer con la ventola piena di polvere che dopo un po’ comincia a fare rumorini e poi si spegne male.
Però questa cosa fino ai diciotto anni non l’avevo mica capita davvero.
Poi ci fu un’estate illuminante.
All’epoca io non ero ancora fedifrago e non ero ancora coinvolto nella drammatica storia della tipa che sosteneva serenamente che io non avessi il diritto di lasciarla e che lei non mi autorizzasse a lasciarla — cosa che detta così sembra una misura cautelare del tribunale delle relazioni tossiche — ma mi consentiva tranquillamente, non a parole ma a fatti, di renderla molto più che cornuta. Però quella è un’altra saga. In quel periodo ero semplicemente single tra una storia importante e un’altra.
E frequentai per alcune settimane una ragazza un poco parecchio più grande di me che già allora aveva questo feticismo dichiarato per i giuovani. Con la U. Sempre con la U. Non so perché lei la mettesse. È una citazione privata che non c’entra assolutamente niente col prompt ma mi piace ribadirlo perché le cose inutili spesso sono quelle che tengono in piedi i ricordi.
Comunque lei era fidanzata con un carabiniere che faceva pure missioni all’estero, quindi tutta la faccenda aveva questo sapore vagamente criminale e patriottico insieme che ai diciottenni sembra sempre molto più erotico di quanto non sia in realtà. Ci eravamo già visti ad aprile per una serie di incontri roventi all’arma bianca — e sì, il sesso è spesso una metaforica coltellata reciproca, soprattutto quando hai diciotto anni e pensi che il corpo serva principalmente a dimostrare cose — e complice il clima ancora primaverile, che quasi trent’anni fa le mezze stagioni esistevano davvero e non erano ancora diventate una leggenda raccontata dagli anziani come Atlantide o la buona educazione online, era andato tutto benissimo.
Io però avevo questa abitudine preventiva: passare del tempo con me stesso prima di incontrare lei. Volermi bene. Farmi le coccole. Prepararmi psicologicamente e fisicamente alla pugna all’arma bianca così da durare di più e sembrare una specie di guerriero spartano con ottima resistenza cardiovascolare. Lei, ignara di questa mia preparazione atletico-solitaria, era sinceramente colpita da cotanta capacità di combattimento.
Il problema arrivò in estate.
Perché un giorno ci vedemmo che facevano tipo trentotto gradi. E grazie alla summer card Omnitel — che voi giovani non sapete cosa cazzo fosse ma praticamente era il motivo per cui intere generazioni si dissero cose discutibili via SMS — ci eravamo scambiati messaggi parecchio focosi subito dopo la partenza del carabiniere per organizzare una nuova rimpatriata all’arma bianca.
Che poi all’epoca pure il desiderio aveva pudore. Nessuno scriveva robe esplicite. Si diceva “quanto mi manchi” oppure “quanto mi manca” senza chiarire mai cosa. E tutti capivano perfettamente.
Comunque faceva un caldo assassino. E io, due ore prima, mi ero già dedicato alle mie pratiche di manutenzione preventiva senza percepire alcun pericolo imminente. Perché quando uno si fa le coccole da solo difficilmente tiene il cronometro in mano. Pensa solo all’obiettivo finale e basta.
E invece.
Ci ritrovammo nella mia stanza da letto, che era sostanzialmente un forno crematorio progettato da un geometra sadico: sopra aveva direttamente il terrazzo esposto al sole, niente climatizzatore, niente serramenti a taglio termico, niente isolamento. Una camera pensata evidentemente per cuocere lentamente esseri umani.
E all’inizio tutto bene.
Cioè bene nel senso che dopo quindici o venti minuti tu stai lì a fare il maschio alfa da documentario etologico, sfoderando tutto il campionario dell’intensità fisica perché da giovani hai questa ossessione ridicola del dimostrare che “you do it better” e che il tuo corredo cromosomico sia una specie di Formula Uno genetica rispetto agli altri. Che poi biologicamente parlando forse il cervello animale ragiona pure così: impressionare per tramandarsi. Anche se il tuo cervello cosciente in realtà spera soltanto che non ci sia alcuna prole coinvolta nel processo. Quelli che a diciotto anni sperano il contrario di solito crescono nei contesti dove a trentasette anni sei già nonno e pensi sia un traguardo di civiltà.
Comunque.
Eravamo sudatissimi. Ma sudore serio. Pioveva letteralmente sudore da me su di lei. E io pensavo contemporaneamente tre cose: “cazzo che eroticissimo”, “mamma mia che lurida non le fa schifo questa situazione” e “forse sto sudando un poco troppo”. Ma a diciotto anni interpreti malissimo i segnali del corpo perché sei convinto di essere immortale.
Poi succede quella cosa per cui, nei momenti più concitati della pugna all’arma bianca, la donna pretende metaforicamente maggiore intensità e tu, coglione, cerchi di non deludere.
E io so solo che a un certo punto vidi tutto bianco.
Bianco totale.
E pensai prima “ok forse esiste il livello premium del godimento” e poi immediatamente dopo “ah no forse sto morendo”.
Cominciai a sentire il cuore fare rumori strani nelle orecchie, la testa girava, le ginocchia molli, sudore freddo. E dissi tipo: “oh cazzo aspetta troppo troppo muoio”.
Mi staccai e andai vicino alla finestra a respirare come un vecchio mantice bucato.
Ci dovemmo fermare.
E io dissi una frase meravigliosamente provinciale e familiare: “Devo parlarne con mio zio”.
Che era medico.
E siccome agli zii puoi raccontare tutto — anche agli zii prudenti, morigerati e medici, non solo a quelli che ti insegnano a guidare senza patente o a fumare male — io a lui raccontai tutta la faccenda.
E lui mi guardò e fece: “Naaaa niente di preoccupante. C’hai la pressione bassa. Non ti mettere a fare ste maratone del cazzo che non servono. Anche perché poi ti rovini pure l’esperienza a lungo andare e magari pure serotonina, dopamina e endocrine se qualche psichiatra serio ha ragione… che poi non godi più bene.”
E aveva ragione.
Perché da lì in poi, facendo attenzione a tutta una serie di altri segnali che negli anni il mio corpo mi ha mandato — non solo durante le pugne all’arma bianca ma proprio nella vita quotidiana — ho capito che il caldo mi fa male.
E soprattutto ho capito che mio zio aveva ragione pure su un’altra cosa, apparentemente stupidissima ma fondamentale: d’estate, gli ultimi trenta secondi della doccia, falla bollente. Bollente davvero. Così quando esci il corpo percepisce fuori una temperatura leggermente più bassa, non sudi subito, non perdi liquidi, non vanifichi la doccia e abbassi drasticamente il rischio di finire steso per terra come un povero coglione col fiatone.
Al freddo si sta meglio.
